Pearson

Imparare sempre

archivio_pearson_matite

/

Disagio, DSA e Bisogni Educativi Speciali (BES)

18 febbraio 2013

Il termine disagio è composto da “dis”, prefisso con valore negativo, e da “agio” sostantivo che attiene ad una situazione di comodità, di benessere sia psicologico sia fisico. Pertanto il “dis-agio”, globalmente inteso, indica uno stato, una condizione di mal-essere, un sentirsi non in sintonia con l’ambiente,con la situazione socio-culturale in cui si vive.
Termine “contenitore”, termine “ombrello”, il disagio fa riferimento a varie problematiche, «ad una serie di vissuti soggettivi che includono sofferenza, frustrazione, insoddisfazione e alienazione riferibili genericamente all’insieme delle condizioni obiettivamente difficili che pesano sui processi di maturazione personale e di inserimento sociale dei giovani» (1).

In ambito scolastico, il disagio si presenta come un’esperienza vissuta dall’alunno nell’affrontare le diverse attività e le regole che sono proprie; essa può rivelarsi tragica o terapeutica, a seconda della possibilità e della disponibilità dell’insegnante ad accogliere, “leggere”, interpretare il disagio ed intervenire sul medesimo. Tale situazione caratterizza, pertanto, una condizione-limite tra un alunno in difficoltà nell’adattarsi alla scuola e una scuola in difficoltà circa gli interventi e le strategie più opportune da adottare .

È la scuola a essere ritenuta la responsabile di questa situazione poiché presenta un’offerta educativa alla quale non sempre e/o non costantemente l’alunno è in condizione di rispondere in modo costruttivo e convincente; questo comporta il rifiuto di tale offerta e delle modalità per mezzo delle quali viene proposta. La scuola diviene, così, luogo di esperienze negative che se non individuate per tempo ed affrontate con efficacia, possono dare luogo a fenomeni di drop-out.

Nel corso degli ultimi anni è aumentato considerevolmente il numero di alunni che presentano varie tipologie di difficoltà le quali non sono riconducibili alle principali classificazioni dell’ICF, ma che avanzano agli insegnanti richieste di interventi “curvati” sulle loro caratteristiche peculiari che derivano dalla loro situazione peculiare. Una situazione di “difficoltà” la quale, non rientrando nei parametri delle classificazioni dell’OMS (l’ICF è una delle più importanti) non possono essere “certificati” ed avere, di conseguenza, una diagnosi funzionale che consenta loro di seguire un “percorso scolastico” ad hoc. Con il DPCM n.185 del 23 febbraio 2006 è cambiato (in senso “restrittivo”) il regolamento per la certificazione dell’handicap ai fini dell’inserimento scolastico in quanto le attività di sostegno andranno rivolte ai soli alunni che presentano una minorazione fisica,psichica o sensoriale stabilizzata e progressiva.

Ne deriva che gli alunni i quali presentano deficit non gravi né progressivi non possano avere un aiuto ulteriore costituito dalla presenza del docente di sostegno: succede che sia loro sia i rispettivi insegnanti vivano esperienze difficili in quanto i primi non vedono nessun vantaggio nel frequentare la scuola e i secondi si sentono in difficoltà nell’affrontare e nel gestire situazioni che non rientrano nella “norma”. Si tratta di ragazzi che non “stanno bene” a scuola, che la subiscono; è ovvio che la scuola non può e non deve fare tutto: in un sistema formativo integrato essa svolge un compito importante, ma non esclusivo, tuttavia fondamentale. A tale proposito il ministro Fioroni con la Direttiva 18 aprile 2007 parlò di “ben-essere” dello studente ed elencò queste 10 aree di intervento:

1. promuovere stili di vita positivi, contrastare le patologie più comuni, prevenire le dipendenze e le patologie comportamentali ad esse correlate;
2. prevenire obesità e disturbi dell’alimentazione (anoressia e bulimia);
3. rispettare e vivere l’ambiente per una migliore qualità della vita;
4. promuovere e potenziare l’attività motoria e sportiva a scuola per essere sportivi consapevoli e non violenti;
5. promuovere il volontariato a scuola;
6. sostenere la diversità di genere come valore (sessualità, identità, comunicazione e relazione);
7. accogliere e sostenere gli studenti con famiglie straniere, adottive e affidatarie;
8. promuovere la cultura della legalità ed educare alla cittadinanza attiva in Italia e in Europa anche attraverso lo studio della nostra Costituzione. Prevenire e contrastare il bullismo e la violenza dentro e fuori la scuola;
9. prevenire gli incidenti stradali attraverso la conoscenza delle regole di guida e il potenziamento dell’educazione stradale;
10. promuovere il corretto utilizzo delle nuove tecnologie.

Pur non affrontando direttamente la tematica relativa ai disturbi dell’apprendimento, questo decalogo ai punti 6, 8 e 10 fa riferimento puntuale alle situazioni negative in cui si trovano a vivere gli studenti che sperimentano nella scuola il disagio derivante anche (o solamente) dalle difficoltà/disturbi dell’apprendimento.

L’alunno che “avverte” di non essere in grado di leggere in modo funzionale allo studio e all’apprendimento delle varie materie di studio prova un profondo disagio anche nella comunicazione e nella relazione con gli adulti e con i coetanei; spesso “nasconde” o “camuffa” questo disagio con comportamenti provocatori; oppure è disattento, agitato,disturba il normale svolgimento delle lezioni. Spesso ad un’osservazione superficiale questi comportamenti ed atteggiamenti vengono attribuiti a scarso interesse, svogliatezza, basso livello di autostima. Spesso l’alunno non viene posto nella condizione – sia da parte dei docenti sia da parte dei compagni (che molte volte lo deridono) – di manifestare la reale condizione che sta vivendo; motivo per cui se gli insegnanti non individuano per tempo le reali cause di un tale comportamento e di tale situazione l’alunno si isola dal contesto-classe fino ad abbandonare gli studi.

Se, invece, gli insegnanti individuano le cause “profonde” del disagio sono in grado di affrontare la situazione in modo adeguato e di rassicurare e confortare l’alunno nel difficile processo di apprendimento. Gli alunni che presentano queste e altre difficoltà, ma che non sono “certificati” vengono identificati con l’acronimo BES (Bisogni Educativi Speciali) con il quale si indica «una qualsiasi difficoltà evolutiva in ambito educativo ed apprenditivo ,espressa in funzionamento (nei vari ambiti della salute secondo il modello ICF dell’Organizzazione mondiale della sanità) problematico anche per il soggetto, in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia e che necessita di educazione speciale individualizzata» (2).

Definire e ricercare i Bisogni Educativi Speciali non significa “fabbricare” alunni diversi per poi emarginarli o discriminarli in qualche modo. Significa rendersi conto delle varie difficoltà, grandi e piccole, per sapervi rispondere in modo adeguato (Janes 2005).

Esistono anche soggetti che vengono classificati con l’acronimo EES (Esigenze Educative Speciali): si tratta di persone caratterizzate da qualsiasi difficoltà evolutiva nell’ambito dell’educazione e dell’apprendimento caratterizzata da un funzionamento problematico (danno, ostacolo, stigma sociale).

La Direttiva del 24 dicembre 2012 individua e definisce meglio la situazione dei soggetti BES; un passaggio importante è rappresentato dalle affermazioni seguenti: «Gli alunni con disabilità si trovano inseriti all’interno di un contesto sempre più variegato, dove la discriminante tradizionale – alunni con disabilità/alunni senza disabilità – non rispecchia pienamente la complessa realtà delle nostre classi. Anzi, è opportuno assumere un approccio decisamente educativo, per il quale l’identificazione degli alunni con disabilità non avviene sulla base della eventuale certificazione, che certamente mantiene utilità per una serie di benefici e di garanzie, ma allo stesso tempo rischia di chiuderli in una cornice ristretta. A questo riguardo è rilevante l’apporto, anche sul piano culturale, del modello diagnostico ICF (International Classification of Functioning) dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, in una prospettiva bio-psico-sociale. Fondandosi sul profilo di funzionamento e sull’analisi del contesto, il modello ICF consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno prescindendo da preclusive tipizzazioni. In questo senso, ogni alunno può presentare Bisogni Educativi Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta». Viene sottolineata l’importanza della classificazione ICF,ma anche la necessità di non “circoscrivere” l’alunno con disagio/difficoltà/disturbo in una  ”cornice ristretta” perché si limiterebbe il suo processo di inclusione nel contesto-classe.

L’assenza di certificazione non consente all’alunno di accedere alle provvidenze ed ai servizi previsti dalle legge 104; nonostante la mancata presenza dell’insegnate di sostegno, gli insegnanti curricolari sono emotivamente e professionalmente impegnati nella elaborazione di strategie di intervento “curvate” sulle caratteristiche peculiari di  ”quel” determinato alunno affinché riduca (o elimini) la negatività della sua situazione. Si tratta di un “percorso” delicato e difficile che alunno, genitori ed insegnanti devono seguire insieme in un confronto “a rete” e scevro da pregiudizi.

Gli insegnanti, soprattutto, devono osservare attentamente (esistono al riguardo molte schede di osservazione) e sistematicamente l’alunno, già dalla scuola dell’infanzia, poiché una individuazione tempestiva di un deficit consente agli insegnanti e ai genitori di predisporre gli interventi più opportuni. Questa considerazione si attaglia soprattutto ai soggetti con DSA in quanto le difficoltà e/o i disturbi dell’apprendimento vengono ritenuti meno gravi di un altro deficit e, di conseguenza, i genitori, soprattutto, sottovalutano, in alcuni casi, la gravità del problema.

Concludo questo intervento con alcune considerazioni che vanno “controcorrente” e che stimolano una riflessione ulteriore riguardo ai soggetti con DSA, ma anche a quelli che vengono “certificati” causa la presenza di altri deficit: «Siamo di fronte al sovvertimento della funzione dello psicologo, che invece di assistere chi manifesta dei problemi e chiede aiuto (anche tramite la famiglia), si arroga (con inammissibili pressioni psicologiche) il diritto di “testare” l’intera società per decidere chi è sano di mente e chi è non lo è, oltretutto in base a criteri di dubbio valore scientifico. Difatti, proprio in questi giorni, mi è occorso di leggere articoli circa i criteri con cui gli psicologi dovrebbero individuare i soggetti “discalculici”, talmente assurdi e incompetenti che c’è da rabbrividire all’idea di consegnare i bambini a chi scoprirà disturbati dove non ve ne sono, facendo entrare molti sani nel tunnel della disabilità. È assai probabile che chi avesse sottoposto a test del genere Albert Einstein o René Thom, li avrebbe catalogati come disturbati e sottoposti a un programma didattico differenziato sotto un “gruppo di controllo” di psicologi» (Giorgio Israel, Il Foglio 21.4.2011).

 Riferimenti bibliografici nel testo

  • (1) R. Mion, Nuove forme di emarginazione. Figure professionali emergenti e strumenti formativi, AA.VV., Disagio giovanile e nuove prospettive del lavoro sociale, Grafic House ed., Venezia, 1995, pag. 52
  • (2) D. Janes, Bisogni educativi speciali e inclusione, Erickson, Trento 2005 pag. 29

COMMENTI / 25

  • Sonia Giaffreda

    Caro professor Avalle il suo articolo è totalmente da me condiviso anche se non sono (attualmente) un insegnante di sostegno e , nella scuola dell’infanzia dove insegno, non ci sono bambini DSA certificati ma di alunni con EES penso che, ad uno sguardo più attento, ve ne siano in ogni sezione. Ma chi insegna a noi insegnanti ad avere “l’attenzione” di cui lei parla? E qualora il docente ci riuscisse, con quale preparazione potrebbe affrontare e rispondere all’esigenza educativa speciale? Oltre al fatto di avere sezioni sempre più numerose, con spazi spesso al limite della legalità, noi insegnanti della scuola dell’infanzia siamo pressocchè estromesse da qualsiasi progetto (PON o altro) per motivi inconcepibili. Come se formare professionisti che hanno a che fare con bambini dai 3 ai 5 anni fosse meno importante del resto del corpo docente. Eppure ben sappiamo quanto sia importante quella fascia d’età e come, gli apprendimenti e le esperienze in esse avvenute, condizioneranno il resto della Vita. Mi scusi per lo sfogo ma, a volte, la buona volontà non basta e….ben vengano le provocazioni controccorrente! Grazie, Sonia Giaffreda, scuola dell’infanzia Cutrofiano

  • Avalle Ugo

    Gentile insegnante,
    attualmente sono i corsi organizzati dalle Università ( secondo quanto previsto dalla Direttiva del 27 dicembre 2012) che hanno il compito di sensibilizzare gli insegnanti nei confronti degli alunni con DSA. Purtroppo i vari istituti non hanno più i fondi necessari per organizzare autonomamente corsi di formazione/ aggiornamento per i propri docenti. Non è vero che le insegnanti della scuola dell’infanzia vengano poco considerate: è che dalla maggior parte delle famiglie le scuole dell’infanzia sono considerate non vere e proprie scuole,ma ancora,nonostante si sia nel 2013, dei luoghi in cui lasciare i bambini perchè non stiano a casa con la tata o con i nonni. Alla scuola dell’infanzia non viene ancora riconosciuta una vera valenza educativa, di conseguenza,anche chi vi insegna viene ritenuto,professionalmente parlando, non all’altezza dei colleghi degli altri ordini e gradi discuola. Eppure anche l’ultima Consensus Conference e il recente accordo Stato-Regioni,ribadiscono l’importanza dell’individuazione della presenza di DSA già nella scuola dell’infanzia.

  • monica di trani

    sono un semplicissimo genitore, non ho capito in tempo che la disperazione della mia piccola di 4 anni fosse un risolvibile DSA . ora ha 8 anni e peggioriamo ogni giorno, non dorme la notte perchè non vuole andare a scuola,la maestra ignora i consigli dati dai sanitari e lei spesso fa pipi’ addosso a scuola, non riesco a trovare nemmeno l’omra del dialogo comprensione disponibilità a migliorare e collaborare . penso che sarebbe la soluzione di tutto caro prof. Avalle,ma non lo vedo fattibile. Vede a che ora le scrivo? è la conseguenza di quanto su citato, oggi ale 17. ci sarà una tavola rotonda nella sala consiliare del mio paese proprio per gli aiuti DSA e richieste di collaborazione ma
    arrivano molte offese . come potremo mai attuare il suo piano a dir poco geniale?

  • Avalle Ugo

    Gentile signora,
    comprendo il suo stato emotivo e per poter esserle,eventualmente, di aiuto ed anche più preciso nella mia risposta desidero avere maggiori informazioni relative alla situazione cui lei ha fatto breve cenno ( anche se è indispensabile una conoscenza diretta del caso). Qual è il disturbo di sua figlia?Lei scrive che la maestra ignora i consigli dei sanitari: si tratta del pediatra,del medico di famiglia o di qualche specialista ( psicologo,logopedista,foniatra)?; nel mio intervento scrivo che <> L’insegnante è tenuta per legge all’adozione di una didattica che risponda alle esigenze di sua figlia: però non conosco quali esse siano e che cosa abbiano detto in merito il medico e/o lo specialista. Inoltre,anche se la maestra non vuole tener conto delle dichiarazioni del medico, non si è accorta delle difficoltà che la sua alunna incontra? Se sì,che cosa ha detto a voi genitori? Perchè non vuole attuare,come minimo,la misure compensative e dispensative ,secondo quanto recita la legge sui DSA?
    Come scritto sopra, mi rendo conto della situazione sua e di sua figlia; comprendo l’ironia contenuta nelle sua parole <>,ma il modo di procedere deve essere questo, ( non una mia invenzione)anche se ,a volte, si scontra con una realtà inadeguata.
    Se lei riterrà utile ed opportuno fornirmi informazioni ulteriori della situazione presentata,sarò disponibile a darle i consigli ed i suggerimenti che ritengo adeguati.

  • Debora

    gent. mo prof Avalle, sono un’insegnante di scuola primaria. Navigando in rete sempre alla ricerca di nuove indicazioni e di informazioni che mi aiutino nel mio “lavoro” ho trovato lei con i suoi appunti, che ho letto con piacere e interesse, e i messaggi sul sito. Sono veramente avvilita per la mamma di Trani per le sue sofferenze e per la sua bambina e per tutte quelle mamme che vivono situazioni simili. Credo fermamente che tutti i bambini abbiano il diritto di essere sereni, magari anche felici, a scuola, al di là delle loro differenze di ogni tipo. Mi occupo da anni di DSA nel mio Istituto, ma ancora c’è tanta ignoranza, chiusura e misconoscenza del problema. Purtroppo non basta una legge a cambiare la testa di tanta gente. Eppure basterebbe solo un po’ di buon senso, se proprio non vogliono informarsi.

  • Avalle Ugo

    Gent.ma insegnante, nel mio libro “Il ben-essere a scuola” sostengo con forza la tesi della serenità e della felicità degli alunni. Sentimenti che non prova la figlia della mamma di Trani. Peccato che la signora non abbia risposto ai quesiti che le ho posto in quanto avrei avuto delle indicazioni maggiori sulla cui base fornire proposte operative e suggerimenti. Nella scuola si pensa che i soggetti con DSA abbiano solo scarsa voglia di studiare, contrabbandata con le difficoltà di apprendimento; vi è, in merito, anche una forte indifferenza e l’ impossibilità di dedicarsi a ” quell”‘alunno in quanto si è presi dalla necessità di terminare il programma.
    Le rivolgo l’invito a costituire costituire una comunità di pratica che, per mezzo di questa opportunità fornita da Pearson, metta in comune proposte, dubbi, esperienze sia proprie sia degli alunni.
    Distinti saluti

  • manuela

    buongiorno, vorrei un’informazione. Conosco una ragazzina che avrebbe bisogno di usufruire di un programma individualizzato in quanto straniera da poco adottata (differenze linguistiche e culturali). sostanzialmente, la madre non sapeva neanche dell’esistenza d tale diritto. Ora gliel’ho fatto presente ma vorrei sapere cosa deve fare la Signora per ottenere i diritti che la circolare riconosce.
    Grazie mille

  • marino simona

    Gentile professore, sono un`insegnante di scuola primaria con una bambina dislessica in classe che sta per completare la prima classe. Lo scorso aprile e stata certificata come tale anche dall’ asl, ma alla mamma e stato risposto che per i bambini con DSA non sono previsti gli insegnanti di sostegno.
    Ora mi chiedo e le chiedo, ma la bambina dovrà seguire una programmazione personalizzata secondo le direttive ( misure compensative e dispensative) sempre seguite da memedesima o non potrà mai beneficiare di qualche insegnante specializzato? Einoltre i dsa non rientrano nei BES ? La ringrazio se potrà rispondermi.

  • Avalle Ugo

    Risposta alle considerazioni a firma manuela
    Gentile signora affinchè la signora extracomunitaria possa ottenere per la figlia il riconoscimento dei diritti contemplati dalla circolare n. 8 basta solo che illustri all’insegnante le difficoltà della ragazzina. Se l’insegnante fosse professionalmente corretta e consapevole dei diritti dei soggetti BES,non dovrebbe avere alcuna difficoltà nell’applicare quanto suggerisce la circolare. Se ciò non avvenisse, la signora dovrebbe parlarne con il Dirigente scolastico.
    Gentilmente, mi tenga al corrente degli sviluppi.
    Cordialità
    Ugo Avalle

  • Avalle Ugo

    Risposta alle considerazioni a firma marino simona.
    Gentile collega,
    per i soggetti DSA, anche se certificati, non è prevista la figura del docente di sostegno.
    La bambina, come recita la Direttiva del dicembre 2012 e come ribadisce la circolare n. 8 del 6 marzo 2013, ha diritto a seguire una programmazione personalizzata organizzata e gestita da tutti i docenti della classe.
    Ha questo diritto appunto perché è un soggetto BES.
    Se lo ritiene utile ed opportuno, mi contatti pure per chiarimenti ulteriori.
    Ugo Avalle

  • Antonia

    Non mi è chiaro se i BES devono essere riconosciuti, in assenza di segnalazione, da noi insegnanti.
    Se sì, in base a quali criteri?
    La didattica dell’inclusività ritengo debba essere attuata indipendentemente da leggi e/o circolari.
    Grazie, in attesa di una sua risposta

  • Avalle Ugo

    Sì,devono essere riconosciuti ed esistono in commercio schede di osservazione,questionari che costituiscono un valido aiuto all’esperienza del docente. I criteri sono indicati in modo più o meno esplicito sia dalla direttiva BES sia dalla circolare applicativa.
    La didattica dell’inclusività va applicata sulla base delle decisioni adottate dal consiglio di classe.

  • Maria di Benedetto

    Gentile prof Avalle,
    La individuazione degli alunni con BES va effettuata già della scuola dell’infanzia?la ricognizione, dunque, di tali alunni per poter redigere il piano annuale della inclusione, considera anche gli alunni con bes della scuola Dell’ infanzia?
    Distinti saluti
    Ins Di Benedetto

  • Feudale Anna Pia P.

    Gentile Prof. Avalle,
    sono un’insegnante di scuola dell’infanzia, insegno in una terza sezione. A Gennaio si è iscritto un alunno con BES. Per facilitare l’inserimento e la frequenza abbiamo rimodulato l’orario di servizio, assicurato ulteriori spazi, (per gravi motivi di salute il bambino non sempre può vivere in sezione), chiesto ed ottenuto la collaborazione di un educatore professionale. L’esperienza è positiva ed arricchente. Il piccolo è un valore aggiunto, una risorsa e, per me personalmente, un’occasione di crescita e di arricchimento professionale. Seguo quanti più corsi possibili e mi documento molto su Internet. Mi sono chiare alcune cose, spero di aver capito bene:
    1. BES no DIVERSAMENTE ABILI ecco perchè ASSOLUTAMENTE NO DOCENTE DI SOSTEGNO
    2. DSA sono BES, ma tra i BES rientrano anche gli alunni stranieri, quelli con problemi fisici cronici, gli iperattivi, gli alunni con disturbi dell’attenzione, del linguaggio, emotivi, relazionali, ecc. ecc.
    3. In assenza di certificazione li individua il Consiglio di classe o il team docenti.
    4. L’alunno BES ha diritto ad un docente referente da individuare all’interno del Consiglio di classe o del team docenti. Referente non può essere un’eventuale figura professionale
    5. Per ogni BES va redatto un PDP (Piano didattico personalizzato) condiviso con la famiglia
    6. La Scuola deve stilare un Piano per tutti i BES da inviare, entro giugno, all’USR
    7. Più l’individuazione è precoce meglio è
    Il mio alunno a settembre inizierà la frequenza della scuola primaria. Vive l’ambiente scolastico da pochi mesi, ha appena iniziato a star bene con noi, è molto insicuro, ha sempre bisogno di una figura di riferimento. Non può permanere alla scuola dell’infanzia ed allora Le chiedo come garantirle un passaggio sereno alla nuova scuola? Ricorrere ad un progetto ponte? Ma seguito da chi?
    Grazie infinitamente

  • Avalle Ugo

    la risposta al post a firma maria di benedetto è contenuta in quello a firma feudale anna pia. Per quanto concerne quest’ultimo,aggiungo che al fine di realizzare un passaggio ” soft” tra la scuola dell’infanzia e quella primaria è molto utile applicare quanto recita la C.M. n. 339 del novembre 1992 sulla continuità.
    Il progetto può essere seguito dal referente DSA oppure dal coordinatore di classe.
    Un vivo apprezzamento per la professionalità di tutti gli insegnanti come lei/voi

  • elisa genco

    Gentile Professore Avalle, sono mamma di un bambino adottato di nove anni. Mio figlio ha frequentato la terza elementare con una diagnosi di Disturbo aspecifico dell’apprendimento e ADHD.Ha incontrato difficolta’ soprattutto in matematica,pertanto il dirigente scolastico lo ha indicato,per il prossimo anno scolastico,come BES.
    Le chiedo, in futuro, il conseguimento dei titoli di studio( terza media e maturità) avra’ lo stesso valore di un titolo “normale”?
    Grazie mille

  • marirosa

    Gentile Professore Avalle,
    sono un’insegnante di scuola primaria. Leggevo i commenti di madri e insegnanti sul problema dei bambini DSA e i bambini BES. Spesso già dalla prima classe individuiamo bambini che incontrano difficoltà di apprendimento. Non è facile spiegare ai genitori di questi bimbi, che hanno tantissime aspettative su di loro, che i loro figli apprendono in modo diverso e con tempi differenti. quando si riesce a far intervenire il servizio di neuropsichiatria infantile rimandano alla terza elementare la possibilità di un’eventuale diagnosi, mentre il tempo passa e i genitori perdono fiducia anche negli insegnanti.
    Oltre che insegnante sono anche mamma di un ragazzo che sin dalla scuola dell’infanzia ha manifestato un leggero ritardo in apprendimento che… è stato riconosciuto tale sono alla fine della quarta elementare. Sono serviti tenacia e testardaggine da parte di noi genitori e delle sue insegnanti perchè gli venisse riconosciuta la possibilità di lavorare con un’insegnante di sostegno. Ai genitori dei bimbi che mostrano difficoltà e rifiuto della scuola consiglio di parlare sempre con gli insegnanti fino a trovare strategie adeguate perchè la frequenza scolastica sia serena per i loro figli. Capisco la mamma che si sente sola e non ascoltata dalle insegnanti. Continuate a farvi sentire ma siate anche disposte ad ascoltare… Grazie

  • Avalle Ugo

    Considerazioni da condividere pienamente. Giuste la tenacia e la testardaggine ,che -però-non hanno ragione di esistere se genitori-insegnanti-specialisti collaborassero per il fine comune: il ben-essere dell’alunno. In determinate condizioni socio-economiche questa collaborazione ” virtuosa” non si realizza con grave danno per tutti gli ” attori” della vicenda,ma -soprattutto- per l’alunno.

  • graziella

    Gent.mo prof. Avalle,
    Sono una ins. di scuola primaria, nella mia classe sono presenti due alunni che, secondo tutti i docenti del cons. di classe, dimostrano il bisogno di tempi diversi per lo svolgimento delle attivita’, alcune difficolta’ in diverse discipline, da tempo abbiamo cercato di far presente, con i dovuti modi, alle famiglie di dette problematiche. Purtroppo abbiamo dovuto rilevare un atteggiamento di negazione e a volte anche di una certa aggressivita’ da parte dei genitori… tali reazione, umanamente comprensibili in una prima fase, perdurano da parecchio e nell’ultimo anno abbiamo notato comportamenti elusi da aprte delle famiglie (non partecipano ai coloqui e alle riunioni…) .
    La mia perplessita’: possiamo segnalare gli alunni come b.e.s. senza dirlo ai genitori?
    Possiamo redigere ed aplicare un pdp senza coinvolgerli?
    Grazie per l’attenzione.
    Graziella

  • Avalle Ugo

    La risposta è lunga ed articolata.
    In linea di massima si può, come cdc, segnalare il caso al dirigente scolastico ed adottare le iniziative metodologico-didattiche adeguate ed opportune. La famiglia non può proibirle/vi di seguire una condotta di insegnamento liberamente condivisa e suffragata da osservazioni da voi effettuate.
    Se lo ritiene mi scriva ad: avalleugo@gmail.com

  • patrizia

    Vorrei,cortesemente sapere cosa fare se la famiglia si rifiuta di collaborare per stilare un PDP?

  • erika

    Gent. mo prof. Avalle.
    Sono la mamma di una ragazza di 20 anni certificata con ” disturbo di personalità borderline” e stata diagnosticata solo un anno fa anche se era in cura da anni con NPI poi con CSM. adesso arrivata con grande difficoltà alla 5° superiore. la scuola e stata informata e messa in comunicazione con lo specialista che lo segue ma l’anno scorso non hanno voluto sapere del suo problema escludendola dalla maturità perchè non era in grado di sostenerla. quest’anno ho fatto io in qualità di genitore la domanda per essere inclusa nel BES visto le sue condizioni di grave stress, ansia e stanchezza fisica (certificate dallo specialista) ma tuttora dalla scuola non ho avuto una risposta. come mi devo comportare con la scuola che non vuole collaborare con la famiglia e non vuole prendere in considerazione il problema di mia figlia? a chi mi devo rivolgere ‘? grazie

  • avalle ugo

    gentile signora,
    occorre conoscere il contenuto del giudizio( documento del 15 maggio) che il consiglio di classe ha espresso relativamente alla non ammissione di sua figlia all’esame di stato. Rivolga anche richiesta scritta al Dirigente scolastico per un colloquio che le consenta di conoscere i motivi della mancata risposta, Se non le viene concesso l’incontro,oppure se quanto le viene risposto è ritenuto da lei nè esauriente nè esaustivo, proceda per via gerarchica rivolgendo precisa istanza all’Ufficio scolastico regionale della regione in cui ha sede l’istituto

  • Lorella

    Gentile prof. Le chiedo se è obbligatorio stilare un pdp per alunni riconosciuti da noi insegnanti BES dunque in assenza di una segnalazione La ringrazio

  • avalle ugo

    Se non è presente una certificazione clinica il Consiglio di Classe o il team docenti motiveranno, verbalizzandole, le decisioni assunte sulla base di considerazioni pedagogiche e didattiche. Per l’anno scolastico 2012/2013, era necessario stilare il PDP solo per gli alunni che sostenevano l’esame di Stato; per tutti gli altri era sufficiente il riconoscimento dei BES e la relativa verbalizzazione. Pertanto se il team ravvisa, sulla base delle considerazioni di cui sopra, carenze riconducibili al disturbo, deve elaborare il PDP firmato dal DS e dalla famiglia del soggetto. Se quest’ultima si rifiuta, il team è sovrano nelle sue decisioni che, approvate e verbalizzate, gli consentono di applicare quanto deciso.