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Disgrafia e DSA: problemi in crescita

8 ottobre 2012

Per molti bambini far scorrere la penna sulla pagina per scrivere è molto difficile. Mentre si cerca di approfondire le cause, iniziano a delinearsi strategie di prevenzione da svilupparsi e perfezionarsi con una stretta collaborazione tra esperti e docenti. 

Circa il 20% dei bambini ha spiccate difficoltà grafo-motorie, legate a una molteplicità di fattori, con correlazioni più o meno marcate con altre problematiche (es. disturbi dell’attenzione) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). è una percentuale molto elevata, che emerge dai dati di ricerca nazionali, tra i quali, per esempio, lo screening nazionale sull’incidenza della disgrafia relativo a 2200 bambini delle quinte classi della scuola elementare. È un valore che ho riscontrato anche in prima persona, in ricerche di carattere locale svolte presso singole realtà scolastiche.

La competenza e la pratica di rieducatrice della scrittura, unitamente al diretto contatto di consulenza e formativo con le insegnanti, mi hanno, infatti, portato a riscontrare un generale e considerevole aumento di tali problematiche che limitano, affaticano, precludono un lineare e positivo apprendimento, con significative ricadute sull’autostima, sull’attenzione e sulla motivazione allo studio, difficoltà destinate a sicuro peggioramento se non affrontate tempestivamente.

Foto: Ocean/Corbis

La riflessione sui DSA a tutti i livelli pone questioni sempre più urgenti relativamente a problemi di diagnosi, distinzione tra semplice difficoltà e disturbo vero e proprio di natura anche neurologica, approccio medicalizzato e psicopedagogico, certificazione e modificabilità del problema. Nell’ambito di questi interrogativi, risulta rilevante il messaggio complessivo che arriva alla scuola ed il coinvolgimento che si chiede alle insegnanti per fronteggiare da una parte il problema manifestato dal bambino nei suoi risvolti più specificatamente disciplinari e valutativi e dall’altra gli aspetti relazionali, motivazionali e di disistima che ne conseguono.

Si delinea quindi in primo luogo la questione più urgente della presa in carico del bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento sia da parte della scuola sia da parte dei servizi riabilitativi deputati. Dall’altra, la rilevanza numerica di queste problematiche, solleva la questione, altrettanto urgente, della prevenzione. Le questioni sollevate coinvolgono necessariamente sia il mondo degli specialisti, chiamati in causa nella ricerca, nella diagnosi e nella cura o rieducazione, sia il mondo della scuola, che deve interrogarsi sull’adeguatezza dei programmi e degli strumenti adottati e sulle competenze extra disciplinari possedute.

La progressiva acutizzazione del fenomeno dei DSA credo che in generale obblighi tutti gli educatori a interrogarsi su ciò che nel corso del tempo si è perso o a cui non si è dato più valore e valga quindi la pena recuperare. Di fatto, aumentando l’attenzione verso le situazioni di non corrispondenza rispetto agli standard scolastici attesi, e venendo meno in generale nel contempo la tendenza valutativa e punitiva fine a se stessa grazie alla Legge 170/2010, si prospetta il rischio di catalogare fenomeni di difficoltà scolastica in termini più medicalizzati che psicopedagogici, dove quindi il lavoro sulle buone pratiche, sulle strategie di lavoro e sulle aree di attenzione e focalizzazione nel bambino, passano in secondo piano rispetto alla rilevazione della difficoltà.

Nella pratica diagnostica, scolastica e rieducativa, infatti, le situazioni di “disturbo” vero e proprio, legato a compromissioni neurologiche significative e sostanzialmente immodificabili sono, in percentuale di presenza, molto ridotte, rispetto alle situazioni di difficoltà in cui invece un approccio scolastico, educativo e rieducativo appropriato costruisce un possibile e concreto percorso di cambiamento e miglioramento sia trasversale sia longitudinale nel contesto di lavoro disciplinare deputato e abituale per il bambino, con positive ricadute in tutte le materie sotto il profilo scolastico, e sotto il profilo dell’autostima personale.

Foto: Ocean/Corbis

Si è sicuramente passati, nell’atteggiamento didattico e nelle scelte disciplinari, specialmente nell’ambito della scuola dell’infanzia ed elementare, a favorire uno spontaneismo espressivo che implicitamente sottovaluta i passaggi di apprendimento progressivo e mirato legati alla ripetitività, alla memorizzazione e a una attenzione più specifica e circoscritta. Certe attività, come le attività manuali di copia, ricalco, calligrafia, ripetizione, sillabazione, avevano il grande vantaggio, nella scuola dell’infanzia e all’inizio delle elementari, di far maturare e rafforzare le precompetenze, con una metodologia di lavoro concreta su cui il bambino aveva la possibilità di verificare le procedure ed il risultato ottenuto.

I tempi di esecuzione medesimi diventavano parametri misurabili dei tempi di attenzione che via via aumentavano in permanenza ed autocontrollo. Elemento fondamentale di queste attività era l’estrema concretezza e riconoscibilità del lavoro allora proposto, sia in termini di pretesa sia in termini di tempistica: oggi il lavoro proposto ha una considerevole impostazione astratta legata più all’espressione che alla cura del fare e saper fare.

Questa riflessione preliminare su alcuni elementi fondanti la scuola oggi, lungi dall’essere una critica, vuole sottolineare l’importanza di quei passaggi educativi e didattici, oggi fortemente sottovalutati, che consentirebbero, opportunamente arricchiti delle più aggiornate considerazioni pedagogiche, di fare una fondamentale opera di prevenzione di tutte quelle difficoltà che oggi segnalano un buco formativo nei nostri bambini.

Il nucleo fondamentale di questo discorso introduttivo focalizzato sui DSA si può riassumere sinteticamente nella necessità della scuola di interrogarsi su come mettere in atto una efficace prevenzione, facendo un’autoriflessione critica sui propri metodi e percorsi, non rinunciando così alla propria responsabilità di insegnamento, formazione ed educazione in senso lato, soprattutto in presenza di bambini con difficoltà, affiancando lo specialista nel suo compito diagnostico, di cura e rieducazione. La scuola in questo modo recupera il suo autorevole ruolo fondante e fondamentale di agenzia educativa fin dalle prime fasi di scolarizzazione, appropriandosi completamente della sua vocazione a prevenire e fronteggiare le difficoltà, a fronte delle nuove emergenze segnalate in primis dalla scuola medesima.

Tratto da iS Magazine n.2