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L’uso delle frecce come indicatori per orientare l’attenzione

10 settembre 2013

di Leonardo Romei

Nel precedente articolo abbiamo affrontato con Luciano Perondi il tema della leggibilità di un carattere tipografico. Sapendo che il codice alfa-numerico è quello che presenta maggiori difficoltà per i soggetti con dislessia, abbiamo offerto un banco di prova per comprendere quali sono le scelte tipografiche che possono diminuire questa difficoltà. Nella prospettiva di un’ideale comunicazione per tutti, un carattere dovrebbe essere capace di rivolgersi al maggior numero possibile di persone, non escludere un gruppo specifico, ma neanche la maggioranza dei soggetti.

Luciano Perondi e io abbiamo così offerto degli strumenti per facilitare la comprensione del codice alfa-numerico; questo però non significa che lo privilegiamo rispetto a tutta la gamma degli strumenti di comunicazione.

Se l’obiettivo è migliorare l’accesso alla conoscenza, il codice alfa-numerico è un possibile strumento, non un fine in sé. Un articolo pubblicato nel 2013 sulla rivista Dyslexia, intitolato Spatial orienting of attention in dyslexic adults using directional and alphabetic cues, porta elementi a conferma di un’ipotesi particolarmente interessante: l’efficacia dei così detti pittogrammi, in particolare le frecce, nell’orientamento spaziale dell’attenzione dei soggetti dislessici. Nell’articolo vengono messi a confronto i comportamenti di soggetti adulti con o senza dislessia rispetto ad un particolare compito: spostare l’attenzione in risposta ad uno stimolo. L’articolo è complesso e rivolto a psicologi specializzati in disturbi specifici dell’apprendimento, ma una sintesi fatta dal mio punto di vista di non specialista può giovare anche ai non addetti ai lavori. Per comprendere l’articolo è utile osservare il grafico in questo articolo, che mostra un modello del Posner Cueing Task, l’esperimento ideato dallo psicologo Michael Posner a cui si ispirano gli autori del nostro articolo.

Il modello di Posner

articolo4 frecce per l'attenzione

Consideriamo la sezione Endogenous Cues, gli elementi in gioco sono:

  1. una croce posta al centro del campo visivo;
  2. un segnale-indicatore (cue) che compare vicino alla croce;
  3. due riquadri a sinistra e destra;
  4. un segnale-target che compare dentro i riquadri a destra o sinistra.

 

Nell’esperimento i soggetti sono posti di fronte a uno schermo:

  1. fissano la croce al centro;
  2. al centro, in corrispondenza della croce, compare e scompare rapidamente un segnale-indicatore che suggerisce di orientare l’attenzione verso destra o verso sinistra;
  3. dentro i riquadri, a sinistra o a destra compare un elemento visivo (segnale-target);
  4. i soggetti devono premere un pulsante appena hanno identificato il segnale-target e il loro tempo di reazione viene misurato.

 

Le ricerche mostrano che quando una freccia indica in un certo verso e in quel verso compare il segnale-target, questo sarà riconosciuto in tempi più rapidi che in assenza della freccia; viceversa se la freccia indica un verso, ad esempio a sinistra e il segnale-target compare a destra, il tempo di reazione sarà rallentato rispetto all’assenza del segnale-stimolo.

Nel caso dell’articolo qui preso in considerazione, gli stimoli-target sono dei piccoli quadrati neri e i segnali-indicatori che compaiono al centro sono di due tipi: frecce o singole lettere maiuscole.

Ci sono 6 opzioni possibili:

  1. →, attenzione a destra;
  2. ←, attenzione a sinistra;
  3. ←→, nessuna indicazione;
  4. R, attenzione a destra (right);
  5. L, attenzione a sinistra (left);
  6. N, nessuna indicazione (neutral).

 

Nella ricerca si misurano i tempi di reazione in adulti dislessici e non dislessici quando i segnali-indicatori danno informazioni corrette, sbagliate, o neutre.

Le conclusioni tratte dagli scienziati sono interessanti: “I nostri risultati dimostrano che gli adulti dislessici sono capaci di usare segnali di tipo simbolico per orientare la loro attenzione, e nulla della loro performance con gli indicatori-frecce suggerisce un deficit dell’attenzione visiva. I soggetti dislessici hanno mostrato, tuttavia, un leggero deficit nel campo visivo destro quando hanno risposto a un segnale di tipo alfabetico (n.d.a.: ovvero la R, la L e la N) ed era richiesto uno spostamento dell’attenzione verso sinistra-destra. Nel loro complesso, i nostri risultati sono compatibili con le scoperte provenienti da differenti paradigmi di ricerca che hanno mostrato come le difficoltà di attenzione siano più spesso osservate nei soggetti dislessici quando i materiali degli stimoli sono alfanumerici e fortemente associati con codici fonologici“.

Questa recente ricerca ci può dunque confortare relativamente all’utilizzo delle frecce e alla loro efficacia per orientare l’attenzione nei soggetti dislessici adulti.

Il dato però non è estendibile automaticamente ai bambini. Infatti, gli stessi autori sottolineano che i risultati sono solo parzialmente compatibili con quelli presentati in un articolo del 2006 di Andrea Facoetti et al., The relationship between visuo-spatial attention and non word reading in developmental dyslexia, in cui si mostra che i bambini con difficoltà nella lettura delle non parole non rispondono adeguatamente rispetto al campo visivo destro ai segnali indicatori di tipo non linguistico.

Anche se le ricerche non sono in grado di affermare che i segnali non linguistici hanno una efficacia identica su soggetti dislessici e non, l’uso delle frecce come indicatori di attenzione spaziale sembra andare nella direzione di una comunicazione per tutti. L’invito, come per la font TestMe discussa nel precedente intervento, è dunque alla sperimentazione.

Per approfondire, leggi gli altri articoli nel blog dell’autore