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“Pro” e “Contro” la certificazione

18 aprile 2013

Concludevo l’intervento intitolato Disagio, DSA e bisogni educativi speciali con queste considerazioni del prof. Israel che sono in “controtendenza” rispetto alla “medicalizzazione” dei soggetti con disturbi e con deficit:«Siamo di fronte al sovvertimento della funzione dello psicologo, che invece di assistere chi manifesta dei problemi e chiede aiuto (anche tramite la famiglia), si arroga (con inammissibili pressioni psicologiche) il diritto di “testare” l’intera società per decidere chi è sano di mente e chi è non lo è, oltretutto in base a criteri di dubbio valore scientifico. Difatti, proprio in questi giorni, mi è occorso di leggere articoli circa i criteri con cui gli psicologi dovrebbero individuare i soggetti “discalculici”, talmente assurdi e incompetenti che c’è da rabbrividire all’idea di consegnare i bambini a chi scoprirà disturbati dove non ve ne sono, facendo entrare molti sani nel tunnel della disabilità. È assai probabile che chi avesse sottoposto a test del genere Albert Einstein o René Thom, li avrebbe catalogati come disturbati e sottoposti a un programma didattico differenziato sotto un “gruppo di controllo” di psicologi.» ( Giorgio Israel, Il Foglio 21.4.2011 )

E’ condivisibile il principio di non “medicalizzare” sempre (o spesso) e comunque i soggetti che presentano dei deficit, delle difficoltà, dei disturbi, come sottolinea anche la recente Direttiva del MPI del 27/12/2012; però risulta, secondo me, una “forzatura” parlare di “pressioni psicologiche” esercitate da parte degli psicologi ed è fuorviante parlare di «entrare nel tunnel della disabilità». Soprattutto questa seconda espressione proietta una luce un poco “sinistra” sul mondo della disabilità e non contribuisce, di certo, a chiarire i dubbi, le incertezze, le paure dei soggetti diversamente abili e dei loro cari, soprattutto. I deficit fisio-psichici e le relative certificazioni non sono un “marchio” infamante; la dislessia non è una “malattia”, i soggetti ADHD non sono irrecuperabili. «In presenza di un contesto così complesso e variegato, Andrea Canevaro, ha suggerito il superamento del tradizionale “sostegno individuale” e il passaggio a un “sostegno di prossimità”, in cui non si promuova tanto lo “specialismo esclusivo”, quanto la tessitura di “relazioni tra professionalità competenti e il contorno sociale non competente che con il soggetto ha maggiore intensità di rapporti: non propongo di eliminare il sostegno – ha precisato – ma di perfezionarlo, rendendolo evolutivo”». (Chiara Ludovisi)

Paolo Di Stefano su Il Corriere della sera del 26 gennaio 2013, presentando il libro di Zaccardi Merli, Non riesco a fermarmi (ed. Bruno Mondadori), parla in merito agli alunni ADHD di «confine sottile fra “ malattia “ e” vivacità”». Per questo motivo sia i giudizi espressi dai docenti che hanno osservato l’alunno, sia anche la diagnosi che viene stilata dall’esperto potrebbero non corrispondere alla reale situazione del soggetto; viene così confermata la tesi sopracitata del prof. Israel. A sostegno di questa sono le parole del neuropsichiatra Jubin Abutalebi: «Spesso arrivano alla nostra osservazione ragazzini definiti dislessici dagli insegnanti,che ad un esame approfondito si rivelano normali» (Corriere della Sera, 23 febbraio 2013).

È evidente che gli insegnanti non hanno le competenze necessarie e sufficienti per stabilire con precisione che quel determinato alunno presenta un disturbo o una difficoltà di apprendimento; che quell’alunno è iperattivo oppure è solo poco capace di gestire i movimenti del corpo (cfr. Di Pietro-Dacomo Largo, arrivo io, ed. Erickson). L’osservazione (naive e sistematica) dell’alunno viene effettuata a partire dalla scuola dell’infanzia e, con il trascorrere del tempo, la situazione del soggetto potrebbe evolvere positivamente. Nel caso di un alunno con DSA, la diagnosi da parte dello specialista va stilata (secondo quanto recita l’art. 3 della legge 170 del 2010) non prima della fine del 2° anno della scuola primaria, motivo per cui i risultati dell’osservazione effettuata dalle maestre durante gli anni di frequenza della scuola dell’infanzia potrebbero non essere più valide ad anni di distanza e, di conseguenza, essere smentiti o rivisti in parte dall’osservazione dello specialista . I docenti non suggeriscono ai genitori di quel determinato alunno di rivolgersi, comunque, allo specialista, ma decidono di effettuare la segnalazione ai genitori dopo una serie di osservazioni,di incontri con il coordinatore pedagogico (per quanto concerne le scuole in cui è presente questa figura), con i colleghi, con i genitori medesimi. Suffragano questa affermazione le considerazioni contenute nelle “Linee guida dell’accordo Stato -Regioni per la predisposizione dei protocolli regionali per le attività di individuazione precoce dei casi sospetti di DSA in ambito scolastico”: «[…] Il DSA, per definizione può essere riconosciuto con certezza solo quando un bambino frequenta la scuola primaria,quando cioè viene esposto ad un insegnamento sistematico della lettura,della scrittura e del calcolo. E’ tuttavia noto che l’apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo si costruisce a partire dall’avvenuta maturazione e dall’integrità di molteplici competenze che sono chiaramente riconoscibili sin dalla scuola dell’infanzia. Il riferimento all’identificazione precoce dei DSA deve quindi intendersi come individuazione dei soggetti a rischio di DSA.» Il classico “buon senso” e l’esperienza maturata con alunni “con problemi”, mi inducono a fare mie queste considerazioni di Di Stefano: «[…] sarebbe utile, oggi più che mai, ristabilire un rapporto di fiducia tra insegnanti e genitori che appare sempre più vicino alla rottura. Zuccardi Merli parla di “alleanza fiduciosa” anche con il bambino».

 

COMMENTI / 7

  • luino

    «Spesso arrivano alla nostra osservazione ragazzini definiti dislessici dagli insegnanti,che ad un esame approfondito si rivelano normali»
    per la mia esperienza è esattamente il contrario: ragazzini normali vengono certificati DSA sotto le pressioni dei genitori che piuttosto di riconoscerli poco dotati per lo studio credono di aiutarli con una serie di discutibili “agevolazioni”

  • Avalle Ugo

    Purtroppo succede anche questo: si tratta di genitori ” masochisti” ed un poco anche sadici; i loro figli non subiranno conseguenze negative se ricevono da parte dei docenti “agevolazioni” metodologico-didattiche.
    Sicuramente, invece, penseranno che i soliti ” furbetti del quartierino” riusciranno a farla sempre franca nella vita.

  • P.Moro

    Che fare invece nel caso di diagnosi MOLTO tardive? Ha senso certificare un ragazzo arrivato verso la fine della scuola superiore? E che significato hanno le diagnosi che fanno riferimento a “disturbi misti” (un po’ di tutto e un po’ di niente)?
    Io credo all’inclusione e al diritto di essere diversi, ma mi sembra che in queste definizioni ci sia confusione e che l’ansia di etichettare non sia sempre utile.

  • Anna

    Possibile che una maestra di III elementare affermi che un bambino con certificazione DSA non debba essere valutato? Cioè in pagella non debbano esserci i voti?

  • Avalle Ugo

    Trattasi di insegnante disinformata e poco sensibile alle problematiche dell’inclusione.

  • Maria Teresa

    E cosa dire di un ragazzo che inizia la scuola superiore il primo anno viene bocciato,poi viene promosso dopo aver passato i debiti,viene giudicato per tutto l’anno dai professori un lavativo,quando invece io stessa ho aiutato a studiare e viene ribocciato……..Chi ha ragione? La scuola o noi genitori?

  • Avalle Ugo

    Gentile signora,che dire? Se le porto le ragioni dei docenti,sembra di voler dar ragione alla categoria alla quale pure io appartengo. Se porto le ragioni dei genitori, rischio di passare per il “solito” docente che cerca di ingraziarseli per avere chissà quali vantaggi (secondo quanto pensano alcuni colleghi). Tenere la classica “via di mezzo” si fa la figura di colui che “pilatescamente” se ne lava le mani. Per quel pochissimo che lei mi scrive circa la situazione di suo figlio, è possibile che l’aiuto che lei gli ha fornito sia stato poco utile a fargli colmare le lacune che i professori hanno riscontrato. Occorrono, forse, aiuti diversi e maggiori ed anche un poco di buona volontà e collaborazione da parte di suo figlio.