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Gherardo Colombo. Foto: Paolo Magliocco

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Educare alla legalità

di Paolo Magliocco

25 gennaio 2013

Dopo 30 anni spesi come magistrato Gherardo Colombo gira le scuole di tutta Italia per parlare con i ragazzi. Il problema, dice, sta soprattutto nel nostro rapporto con le regole

C’è un problema in Italia nel rapporto dei cittadini con le leggi e con la legalità. Un problema che ha molte cause, ma soprattutto una: il nostro cattivo rapporto con le norme che regolano la nostra vita. Non si tratta di cambiare le leggi, di aumentare le pene o la loro certezza, quello che bisogna fare è riflettere e lavorare sul modo in cui tutti noi intendiamo le regole e la loro influenza sulla nostra vita. Così, almeno, appare la situazione a Gherardo Colombo, ex magistrato, per 30 anni impegnato sul fronte della giustizia, protagonista di indagini eclatanti e che hanno segnato la vita del Paese, come l’inchiesta sulla loggia segreta P2 o la stagione di Mani pulite.

Dopo tanti anni spesi a tentare di applicare la legge in una situazione in cui la giustizia ha mostrato sistematicamente di non funzionare, alla fine, dice, si è sentito come un idraulico che ripara un rubinetto e si accorge che il guasto rimane, che l’acqua continua a non arrivare perché c’è qualcosa di molto più profondo da aggiustare. Perciò Colombo ha cambiato mestiere, ha lasciato la toga e si è messo alla ricerca del guasto vero. E per tentare di ripararlo ha cominciato a scrivere saggi dedicati a giovani e adulti e a girare le scuole (e non solo) per parlare con studenti e insegnanti di che cosa siano le leggi, la Costituzione, il castigo e la rieducazione, per cercare di capire che cosa impedisce alle persone, giovani o adulte, di guardare con serenità alle regole che dovrebbero aiutarci a stare meglio insieme e che invece appaiono come vincoli, fonti di ingiustizie, trappole da evitare.

Colombo lo sa, e infatti ama cominciare a discutere con i ragazzi chiedendo che sentimenti susciti la parola “regole”. «Vivere le regole come qualcosa di deprimente è il riflesso del fatto che di quelle regole si percepiscono solo i doveri che producono e non i diritti che garantiscono» racconta. E anche del fatto che, in fondo, quelle regole non le si condivide, «altrimenti penseremmo che le regole dicono proprio quello che noi vorremmo fare». Anche parlare della conseguenza delle trasgressioni, delle ingiustizie subite dagli altri, crea sempre qualche difficoltà.

L’impressione dell’ex magistrato diventato educatore è che i ragazzi siano ancora chiamati a un modello di obbedienza passiva, rafforzato anche da un sistema di premi e punizioni per i loro comportamenti, praticato tanto dalle loro famiglie quanto dalla scuola («l’eredità del passato e del modo in cui si è strutturato il sistemi scolastico pesa ancora molto»), più che alla condivisione e alla responsabilità, al dialogo. «L’alternativa a un sistema i cui si premia o si punisce è spesso una permissività assoluta. C’è una drammatica mancanza di paradigmi alternativi. Ed è di questo che bisognerebbe parlare».

In un anno Gherardo Colombo riesce a mettere insieme anche più di 300 incontri, tentando di dire di sì ai tanti inviti che gli arrivano. Il dialogo funziona sempre, assicura. La disponibilità a discutere non manca, neppure nelle realtà più difficili. Segno anche del lavoro per preparare gli incontri da parte degli insegnanti. Ma la sua impressione è che, in fondo, ancora troppo poco venga fatto in questo campo per abituare i ragazzi a riflettere sul perché le leggi esistano e, per esempio, «sulla relazione tra le regole e la propria personale possibilità di essere felici».

Clicca il link sottostante per guardare la videointervista.

 

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