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Bambina che impara a contare. Foto: archivio Pearson

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Per la dislessia si naviga tra scuole e famiglie

di Eleonora Viganò

25 gennaio 2013

Nella dislessia la parte critica, il nodo è la diagnosi. È ciò che ha spinto Verena Bassani e Laura Gabaglio a dare vita nel 2009 all’associazione VeLa dislessia APS (Associazione di Promozione Sociale), con sede a Como. Verena Bassani, nel suo ruolo di docente a contatto con genitori e scuola, si rende conto infatti che la diagnosi è il primo passo cruciale regolato da test e metodi validati (Consensus Conference), ma complesso da ottenere per costi e tempistiche.

Per risolvere questo inconveniente mette in piedi un’associazione che fornisce una diagnosi precisa e dettagliata in tempi brevi, sostenuta da un equipe di psicologi sotto la guida di Emanuela Iacchia, psicologa dell’età evolutiva. I risultati non tardano ad arrivare e VeLa Dislessia viene infine accreditata come ambulatorio di neuropsichiatria infantile dove lavorano neuropsichiatri, logopedisti e psicologi. «Lavoriamo in convenzione con l’Azienda Ospedaliera Sant’Anna di Como», commenta Verena Bassani. Dalle sue parole emerge un quadro chiaro della attività di VeLa dislessia e delle risorse ancora necessarie per dare risposte tempestive alle famiglie, peraltro sempre più numerose.

Il vostro lavoro inizia con la diagnosi

«Ma non finisce con la diagnosi. Abbiamo infatti uno sportello per illustrare a bambini, genitori e docenti il percorso didattico e psicologico da seguire. La diagnosi è il punto di partenza fondamentale, ma poi è necessario studiare un percorso scolastico. La legge 170 del 2010 tutela infatti bambini e ragazzi dislessici, obbligando i docenti a rispettare alcune regole per la loro valutazione».

Quali sono gli strumenti per garantire un buon percorso didattico allo studente dislessico?

«Spesso non si hanno le conoscenze adeguate per portare avanti un percorso formativo su misura. Gli studenti devono poter utilizzare gli strumenti compensativi e dispensativi previsti dalla legge come i computer, i sintetizzatori vocali e la calcolatrice in relazione al disturbo rilevato durante la diagnosi. In più le verifiche devono essere costruite con spazi e font adeguati e la valutazione deve seguire specifici parametri».

Come valuta la preparazione degli insegnanti?

«I docenti della scuola primaria sono preparati, e i bambini, se diagnosticati alla fine della seconda elementare, possono iniziare un percorso di compensazione e riabilitazione. Nella scuola secondaria, soprattutto di secondo grado, si inizia invece a risentire di un deficit nella formazione, spesso assente o scarsa sul problema, e oscurata dai tanti impegni dei docenti. La legge però impedisce scappatoie: il professore deve utilizzare tutti gli strumenti per garantire un corretto apprendimento».

Il dislessico ha difficoltà a inserirsi in classe?

«Si tratta spesso di una conseguenza: il ragazzo dislessico non è psicologicamente compromesso, e non ha in generale problemi relazionali. Se tuttavia a scuola e in famiglia non viene compreso e viene demotivato a causa delle insufficienze accumulate nonostante lo studio, allora si accresce in lui una mancanza di autostima e una timidezza dovuta ai suoi continui insuccessi».

Esiste anche la possibilità che vi siano diagnosi tardive?

«Sì, è un fenomeno ancora molto diffuso, spesso riconducibile a un’attività di compensazione autonoma da parte dello studente: in questo modo il ragazzo appare solo svogliato e poco incline allo studio e il docente potrebbe non accorgersi del problema».

Esistono corsi per insegnanti?

«Sì, purtroppo però gli sforzi sono ancora insufficienti. La situazione delle scuole italiane è spesso ancora insufficiente nella messa a punto di strategie per affrontare la dislessia. Esistono esempi virtuosi in alcune regioni dove l’attenzione alla dislessia è maggiore, ma servirebbero altri fondi perché il lavoro da fare è ancora molto».

 

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