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Imparare sempre

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Quando scrivi, impari

di Farian Sabahi

3 dicembre 2012

Faccia a faccia con Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura, per parlare del suo lavoro di scrittore, le sue difficoltà e le sue gioie. «Sono come un bambino che gioca»

«L’Europa teme il multiculturalismo perché ha paura degli immigrati musulmani provenienti dall’Africa del Nord e dall’Asia. Comprendo le sensibilità di voi europei, ma il multiculturalismo è inevitabile», osserva lo scrittore turco Orhan Pamuk, Nobel 2006 per la letteratura. Ci siamo incontrati a Parigi, nei pressi del Louvre dove a fine ottobre è stato ospite di due incontri con il pubblico in occasione dell’apertura delle nuove gallerie di arte islamica e della pubblicazione del volume L’innocenza degli oggetti, catalogo del museo inaugurato a Istanbul nella primavera del 2012 dopo il successo del romanzo Il museo dell’innocenza.

Insignito del Nobel perché “alla ricerca dell’anima melanconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per lo scontro e l’incontro delle culture”, Pamuk è autore di numerosi volumi, tradotti in oltre sessanta lingue, tra cui Il mio nome è Rosso, Neve, Altri colori, La valigia di mio padre. Nato a Istanbul nel 1952, dopo le minacce degli ultranazionalisti turchi, irritati per le sue affermazioni a favore degli armeni, Pamuk trascorre buona parte del tempo a New York.

In questo incontro, programmato da tempo ma complicato dai tanti impegni dello scrittore, ci siamo soffermati a lungo a ragionare sull’apprendimento e sulla trasmissione del sapere.

Che ruolo ha avuto il processo di apprendimento nel suo mestiere di scrittore e nella sua vita in generale?

Leggere porta con sé il desiderio di sperimentare nuove cose e di imparare. E lo stesso vale per la scrittura perché, quando scrivi, impari.

Che cosa ha dovuto imparare per diventare scrittore?

Ho dovuto imparare quello che gli altri grandi scrittori hanno imparato. Ho dovuto leggere. Leggere Thomas Mann, Tolstoj, Dostoevskij e Proust. Mi sono dovuto rendere conto della plasticità e dell’elasticità dello spirito umano, ho acquisito la consapevolezza che tutto è possibile ma ci deve essere una logica, in ogni cosa. È una questione complicata. Impari dalla tua vita, anche mentre scrivi. Impari dalla vita quando cerchi di afferrare la vita con le parole.

Impari dalla vita quando cerchi di afferrare la vita con le parole.

Quanto tempo c’è voluto per “ingranare” con la scrittura?

Sono passati sette anni da quando mi sono seduto per scrivere il primo libro a quando questo è stato pubblicato: quattro anni per produrre il libro, tre anni per pubblicarlo. Alla fine ce l’ho fatta, sono riuscito a pubblicarlo. Dopo quella prima pubblicazione, nel giro di sei mesi sono diventato famoso in Turchia, ho ricevuto premi letterari e i complimenti dei lettori.

Nel 2008, due anni dopo il Nobel, un collega la invitò a tenere le Norton Lectures all’Università di Harvard, pubblicate da Einaudi con il titolo “Romanzieri ingenui e sentimentali”. Le lezioni sono state sei. Leggiamo insieme l’incipit della terza: «Fu prendendo sul serio i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita, quando ero giovane. La letteratura ci induce a prendere seriamente la vita mostrandoci che abbiamo il potere di influenzare gli eventi, e che sono le nostre decisioni personali a configurare la nostra esistenza. Nelle società chiuse o semichiuse, dove le scelte individuali sono limitate, l’arte del romanzo rimane arretrata. Ma non appena si sviluppa, induce la gente a riflettere sul proprio modo di vivere, e ciò grazie a narrazioni letterarie meticolosamente costruite sui tratti, le sensazioni e le decisioni personali degli individui. Divorando romanzi, da giovane, provavo una straordinaria sensazione di libertà e di fiducia in me stesso.» Le lezioni le hanno imposto il passaggio da scrittore a docente, è stato faticoso?

No, è stato piacevole, perché la teoria mi piace e ne leggo parecchia, ho amato quello che stavo facendo. Dall’altra parte, scrivo i miei romanzi senza teorie, o senza rendermene conto. Scrivere un romanzo è ascoltare una musica che non conosci, che non sai da dove venga. Quando termino un romanzo ho bisogno di molto tempo per capire. So di aver fatto qualcosa, scrivo un romanzo attraverso quella parte intima e ombrosa che c’è dentro la mia anima, lo rendo in modo sistematico e poi cerco di capirlo. Pubblico un libro, come Il libro nero, oppure Il mio nome è Rosso, oppure Neve. Poi i giornalisti mi chiedono: perché hai scritto quel libro? Di che cosa parla? Non lo so. Solo cinque anni dopo riesco ad afferrare il significato di quello che ho scritto, e riesco a parlarne. Per me essere uno scrittore, e un docente universitario, in modo simultaneo, funziona. Perché dentro di me ci sono due personalità: quella dell’artista, che segue i propri umori, il proprio spirito; e il professore, che vuole comprendere i testi, i testi dello scrittore, di se stesso o di altri autori.

A quale pubblico si è rivolto?

In realtà il pubblico non è molto diverso, perché le mie lezioni ad Harvard piacevano a tanti. Forse, ad Harvard si è intimiditi per il semplice fatto di essere ad Harvard. E la stessa cosa può succedere alla Columbia University. Ma sono cose che passano. In fondo si è invitati per essere se stessi. Alla fine, posso avere tutte queste idee teoretiche, ma il mestiere del romanziere non sta nell’avere idee teoretiche quanto nell’avere idee interessanti.

Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura. Proprio come i malati che ogni giorno devono prendere un cucchiaio di medicina. (…) La letteratura mi è necessaria come un farmaco. Come capita a chi ha una dipendenza, la letteratura, che devo «prendere» ogni giorno come una medicina che si prende col cucchiaio o con un’iniezione, ha una dose consigliata e degli effetti collaterali.

Da La valigia di mio padre

Lei scrive sempre a mano. Usa mai il computer?

Utilizzo il computer solo per controllare la posta elettronica e per navigare in Internet.

Quando a lungo riesce a mantenere la concentrazione per scrivere?

Sono un gran lavoratore: mi siedo e posso scrivere per quattro ore di fila. Poi faccio una pausa e torno a scrivere per altre quattro ore. Lavoro sodo.

Da dove, secondo lei, viene la disciplina che le permette di scrivere per tante ore consecutive?

Non ho bisogno di grande disciplina. Quello che faccio mi piace veramente. Sono felice. Un bambino che passa il tempo con i suoi giocattoli non ha bisogno di disciplina, gioca e basta.

Con i suoi libri, lei porge la Turchia ai turchi e, da parecchi anni ormai, anche al pubblico internazionale. Un lavoro impegnativo?

La rappresentazione di una realtà nazionale non è mai un buon punto di partenza per i romanzi. Devo ammettere che sono in molti a pensarla come lei, ma i miei lettori turchi non dicono: lei ci offre la Turchia! E non lo dicono nemmeno i lettori di altri Paesi. Ambientando le mie storie a Istanbul, offro una visione dell’umanità.

La prima cosa che imparai a scuola fu che alcune persone erano stupide; la seconda, che c’erano altre persone ancor più stupide. Poiché a quell’età non capivo che far finta di non accorgersi di questa differenza fondamentale e determinante, proprio come le diversità di religione, razza, sesso, classe, ricchezza e cultura, era un segno di maturità, educazione e signorilità, a ogni domanda della maestra alzavo la mano, in un moto frenetico, per mostrarle che sapevo la risposta.

Da Istanbul

 

Approfondimenti
Pamuk e la scuola

Ho frequentato tre diverse scuole elementari. In seguito, mi sono iscritto a scuole superiori turche, private, e quindi a una scuola superiore americana, laica, con sede a Istanbul, il Robert College. Poi mi sono immatricolato all’Università tecnica e alla scuola di giornalismo, sempre a Istanbul.

Lei scrive che alle elementari l’insegnante, a metà lezione, con un pretesto qualsiasi, ogni tanto vi faceva cantare. Quanto è importante imparare linguaggi diversi come il canto e la musica?

Oggi vedere un film con i sottotitoli penso sia il modo più veloce per imparare una lingua straniera. Un tempo cantavamo delle canzoncine in inglese, ma in realtà non ne capivamo il significato.

Dopo il liceo la tradizione di famiglia, di imprenditori nel settore industriale, avrebbe fatto pensare alla Facoltà di Ingegneria. Lei, invece, ha optato per Architettura…

Tra i sette e i ventidue anni volevo diventare pittore. Quando si venne a sapere, a qualcuno venne in mente che sarei potuto diventare architetto. Mi iscrissi alla facoltà di Architettura nell’università frequentata da mio nonno, da mio padre e da mio zio, ma non ho mai terminato gli studi e non sono mai diventato né architetto né pittore. Sapevo di voler diventare uno scrittore e non fare null’altro.