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Imparare sempre

Renzo Piano. Foto: Stefano Goldberg - Publifoto

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A bottega da Renzo Piano

di Lia Piano

3 aprile 2012

C’è una breve storia che Renzo Piano racconta per spiegare com’è nata la “bottega” della Fondazione.

L’idea gli è venuta durante un viaggio in Giappone una quindicina di anni fa, quando visitò il santuario di Ise, che è ritenuto il luogo più sacro del culto shintoista giapponese. In realtà Ise è un insieme di oltre cento piccoli santuari, che vengono demoliti e ricostruiti completamente ogni venti anni. Questa tradizione è iniziata nel VII secolo d.C, e con pochissime eccezioni è arrivata fino ad oggi: i santuari sono stati ricostruiti per l’ultima volta nel 1993, e la prossima sarà nel 2013.

Lia Piano e Milly Rossato Piano co-direttori della Fondazione Renzo Piano. Foto: Stefano Goldberg - Publifoto

Lia Piano e Milly Rossato Piano co-direttori della Fondazione Renzo Piano. Foto: Stefano Goldberg - Publifoto

Funziona pressapoco così: i giovani vanno a Ise a vent’anni per imparare a costruire il tempio, poi a quaranta lo costruiscono, ed infine a sessant’anni insegnano ai giovani del nuovo ciclo, venuti a sostituirli.

E anche se potrebbe sembrare strana l’idea di ricostruire un tempio uguale ogni vent’anni, ed in effetti c’è una vena di follia in tutto questo, c’è anche qualcosa di profondo.

Ise è in qualche modo una metafora della vita.

E dice anche molto sulla cultura giapponese, in cui la durata di un edificio non sta tanto nell’eternità della materia con cui è costruito quanto nel ripetersi del gesto che lo costruisce.

Renzo Piano aveva sessant’anni e non aveva mai insegnato, anzi era stato sempre un po’ lontano dal mondo accademico e da un modo di trasmettere la conoscenza che non sentiva appartenergli. O forse, altrettanto probabilmente, non aveva mai avuto il tempo o l’occasione di farlo.

È nata così l’idea di quella che lentamente, in questi anni, è diventata la “bottega” della Fondazione.

Studenti a bottega al lavoro nel laboratorio modelli. © RPBW foto di Arianna Bianconi

Studenti a bottega al lavoro nel laboratorio modelli. © RPBW foto di Arianna Bianconi

Il concetto di bottega ha una nobile e antica origine, nel nostro caso è stata rivisitata, ma nella sostanza non tradisce la dimensione esemplificativa che ha sempre avuto, semplicemente la attualizza.

La bottega funziona in questo modo: ogni anno le Università convenzionate con la Fondazione selezionano 15 studenti che parteciperanno al programma.

Ogni Università ha il proprio criterio di selezione, sul quale la Fondazione non incide in alcun modo: i nominativi degli studenti ci vengono comunicati solo una volta avvenuta la scelta definitiva da parte della Facoltà.

Il programma è nato poco a poco; ogni anno abbiamo tentato di aggiungere nuove Università, di stringere nuovi legami con paesi che non conosciamo. Gli studenti vengono da ogni parte del mondo e l’eterogeneità dei gruppi che formano rispecchia quello che sono sempre stati gli studi Renzo Piano Building Workshop: luoghi di incontro di storie e culture diverse. Nei nostri studi ci sono almeno una quindicina di nazionalità che lavorano sotto lo stesso tetto. Ci sembrava giusto che anche la selezione delle Facoltà tenesse conto di questa internazionalità che abbiamo sempre considerato un arricchimento e uno stimolo.

Studenti a bottega al lavoro sul progetto. © RPBW foto di Arianna Bianconi

Studenti a bottega al lavoro sul progetto. © RPBW foto di Arianna Bianconi

Gli studenti sono regolarmente retribuiti attraverso una borsa di studio interamente auto-finanziata. È la Fondazione ad aiutarli ad ottenere i permessi necessari; per gli studenti di base a Genova mettiamo a disposizione un appartamento nella nostra sede, i “parigini” sono invece aiutati a trovare un alloggio.

Il principio alla base è anch’esso molto semplice: è il “learning by doing”.

La conoscenza si può trasferire attraverso le informazioni o attraverso l’esempio pratico e il coinvolgimento.

Noi abbiamo scelto questa seconda strada. Non esistono infatti corsi né lezioni né un programma didattico prestabilito.

Non è una scuola, se non nell’accezione della “scuola del fare”, in cui la bottega sono gli uffici RPBW di Genova e Parigi.

Infatti in ogni momento dell’anno con noi ci sono 7 studenti confusi fra gli architetti, che lavorano gomito a gomito con i capiprogetto, che partecipano al lavoro dell’équipe in ogni sua fase.

Naturalmente ci sono alcuni accorgimenti: gli studenti non sono ancora architetti, è quindi necessario che siano accompagnati nel lavoro.

Per questo facciamo in modo che non ci sia mai più di uno studente per équipe: perché l’apprendista impari è necessario che ci siano sufficienti “maestri”, meglio se inconsapevoli di esserlo, intorno a lui. Gli studenti partecipano ad ogni fase del lavoro: le riunioni, le revisioni collettive, gli incontri con il cliente e le visite di cantiere. Sono parte integrante del gruppo a cui appartengono.

Laboratorio classi terza media "Il porto Antico" con arch. Donald Hart (RPBW Genova). © RPBW foto di Arianna Bianconi

Laboratorio classi terza media "Il porto Antico" con arch. Donald Hart (RPBW Genova). © RPBW foto di Arianna Bianconi

Ci sono poi alcune attività extra-lavorative che organizziamo durante i sei mesi. Innanzitutto un incontro fra tutti gli studenti: lo organizziamo a Genova, è anche l’occasione per visitare la sede della Fondazione e l’archivio dei progetti che vi sono esposti. La Fondazione è anche un luogo di studio e di approfondimento che gli studenti hanno a loro disposizione.

E poi una visita di cantiere, accompagnati da un architetto che li guida. Nei mesi scorsi gli studenti hanno visitato i cantieri del convento di Ronchamp, recentemente inaugurato, e della Torre di Londra che sarà inaugurata nel 2012.

Studentesse "a bottega" in visita al cantiere del progetto di Trento. © RPBW

Studentesse "a bottega" in visita al cantiere del progetto di Trento. © RPBW

Alla fine dello stage ogni studente fa un rapporto da consegnare all’Università, e noi ne chiediamo sempre una copia.

Sono spesso lavori molto belli, in cui il lavoro svolto in ufficio, le cose imparate e le esperienze accumulate sono filtrate attraverso uno sguardo che a volte è ingenuo, a volte lucido e preciso, ma sempre illumina nuovi aspetti di questa avventura.

E poi viene il momento in cui ripartono, tornano a casa per concludere il loro percorso di studi. A volte li rivediamo, più spesso li seguiamo da lontano, ci arrivano loro notizie. Proseguono il cammino sulle proprie gambe, com’è giusto. La bottega serve a questo: a insegnare loro un mestiere e a trasmettere il desiderio di andare a farlo, possibilmente bene, dove il futuro li porterà.

Studenti del liceo in visita in Fondazione con arch. Milly Rossato Piano. © RPBW foto di Shunji Ishida

Studenti del liceo in visita in Fondazione con arch. Milly Rossato Piano. © RPBW foto di Shunji Ishida

Approfondimenti
Conservare, formare, divulgare

La “Fondazione Renzo Piano”, costituita nel 2004 a Genova, è un’organizzazione non-profit dedicata alla promozione della professione di architetto attraverso programmi formativi, conservativi ed attività di tipo divulgativo. La sede della Fondazione, “Villa Nave”, si trova a Genova Vesima ed è stata inaugurata nel giugno 2008. I suoi spazi sono destinati ad accogliere l’archivio e alcune delle attività della Fondazione.

Vista esterna dell'ufficio RPBW Genova. Foto: Fregoso & Basalto

Vista esterna dell'ufficio RPBW Genova. Foto: Fregoso & Basalto

Programma ed attività:

Conservazione 

La Fondazione lavora al riordinamento, alla catalogazione e al restauro della documentazione dell’archivio formatosi in più di quaranta anni di attività professionale di Renzo Piano e dei suoi uffici. Parallelamente, si è impegnata in un programma di conservazione e difesa dell’integrità delle opere progettate durante questi anni di attività.

Formazione 

La Fondazione Renzo Piano promuove una serie di stages presso gli uffici RPBW di Genova e Parigi. Gli stages, di durata semestrale, sono finanziati da una borsa di studio messa a disposizione dalla Fondazione stessa. L’obiettivo degli stages è fornire ai futuri architetti la possibilità di colmare la distanza tra la conoscenza accademica e la realtà della professione di architetto. Il programma interessa 15 studenti all’anno, scelti da 14 università selezionate in tutto il mondo.

Attività didattica, culturale e divulgativa 

Con l’obiettivo di trasmettere ai giovani il “mondo del fare architettura”, la Fondazione ha previsto varie iniziative, per studenti di diverse età, quali conferenze, seminari, incontri, laboratori e visite in archivio. Cura inoltre la realizzazione di mostre ed altre attività divulgative. Nel 2011 è stato assegnato per la prima volta un premio, a cadenza biennale, destinato ad architetti italiani under 40 anni che abbiano progettato e realizzato un edificio.

Attività editoriale 

La Fondazione cura e pubblica una serie di monografie sui progetti di Renzo Piano, realizzate utilizzando il materiale di archivio finora inedito (vedi il box nella prossima pagina). I progetti sono raccontati in prima persona da Renzo Piano, con disegni, schizzi e materiale fotografico per aiutare il lettore a ripercorrere la storia completa dell’edificio, dall’idea iniziale all’inaugurazione.

L’Organizzazione 

Gli organi della Fondazione sono il Consiglio di Amministrazione, composto da dieci membri tra i quali rappresentanti della famiglia Piano e del Renzo Piano Building Workshop, ed il Comitato Scientifico.

I Fondi 

La Fondazione Renzo Piano è finanziata principalmente da donazioni di Renzo Piano e del Renzo Piano Building Workshop. Inoltre, i proventi dai diritti di produzione e dall’uso del materiale degli archivi per mostre e pubblicazioni sono usati per supportare i programmi e le attività della Fondazione Renzo Piano, incluse le borse di studio.

Vista interna dell'ufficio RPBW Genova. Foto: Fregoso & Basalto

Vista interna dell'ufficio RPBW Genova. Foto: Fregoso & Basalto

Per capire come nasce davvero un progetto

Nel 2007 la Fondazione Renzo Piano ha inaugurato la propria attività editoriale con una serie di monografie sui musei progettati da Renzo Piano nel mondo.

L’idea nasce dagli archivi stessi della Fondazione: studiandoli ci siamo infatti resi conto che, nelle pubblicazioni tradizionali, il materiale selezionato è quasi sempre lo stesso: belle foto dell’edificio finito, disegni e dettagli del progetto definitivo.

Le monografie sui musei

Nella collana sono stati pubblicati: Menil Collection, Houston; Fondation Beyeler, Basel; Centre Culturel Jean-Marie Tjibaou, Nouméa; California Academy of Sciences, San Francisco

Questi libri sono invece molto personalizzati, perché la ricerca negli archivi riporta alla luce anche tutto quello che normalmente non viene pubblicato: i diversi passaggi progettuali, le idee che vengono abbandonate o modificate nel progetto definitivo, i ripensamenti.

Ci sembrava interessante fare delle monografie in cui tutto l’iter progettuale, spesso laborioso e complesso, venisse documentato. Non ci sono testi o contributi critici: alla fine del volume un racconto di Renzo, registrato e riportato fedelmente, ricostruisce la storia del progetto dal primo contatto con il cliente all’inaugurazione.

Il materiale pubblicato (schizzi, disegni, modelli, testimonianze) è in gran parte inedito, recuperato grazie al lavoro di riordinamento e catalogazione della Fondazione Renzo Piano.

 

Una passione contagiosa

Lorenzo Piazza, architetto, nato a Savona nel 1981, ha studiato all’Università di Genova. Grazie a una borsa di studio della Fondazione Renzo Piano, nel settembre 2006 entra nello studio RPBW di Parigi, dove rimane fino a ottobre 2010.

Ha lavorato in particolare sui progetti di Central St Giles a Londra e Stavros Niarchos Foundation Cultural Center ad Atene. Al momento si trova in Australia, dove fa l’architetto e il surfista a tempo perso (o viceversa).

Lorenzo Piazza

Lorenzo Piazza

Per uno studente di architettura entrare nello studio di Renzo Piano è come entrare in un tempio. Arrivare in anticipo per paura di arrivare in ritardo, passeggiare davanti all’ufficio aspettando che sia finalmente l’ora giusta, verificare nella vetrina il proprio look, che non faccia primo giorno di scuola (siamo pur sempre architetti) ma neanche concerto rock, controllare due volte che la placca sulla porta dica davvero Renzo Piano Building Workshop, incontrare uno studente, José, che arriva dal Costarica eppure ha la stessa espressione, persa e con l’ombra di un sorriso, della mia. E finalmente suonare ed entrare.

Non ha finestre, lo studio di Parigi. A differenza di Genova, dove tutto è vetro e trasparenza e quando si lavora sembra di galleggiare sull’acqua del mar Ligure, a Parigi la luce è solo zenitale e i muri sono invasi da disegni grandi, piccoli, colorati, a mano o al computer, immagini, schizzi, materiali e “pezzi” come promesse di edifici futuri. Dal soffitto vetrato, modelli in scala e scheletri di strutture volteggiano su teste indaffarate.

José ed io siamo finiti per caso in un disegno di Leonardo da Vinci? Il primo passo è la presentazione dei nuovi colleghi e la visita dell’ufficio, con la scoperta dei progetti, alcuni dei quali già intravisti su qualche rivista e all’università. Ma ora la prospettiva cambia, ora siamo all’interno del motore.

Io sarò assegnato al progetto di St. Giles a Londra, con Maurits van der Staay, olandese dall’accento e calore romano, come capo progetto, e avrò la fortuna di parteciparvi fino all’assemblaggio dell’ultimo pezzo di ceramica e alla festa di inaugurazione. E poi arriva Renzo, di ritorno da Genova o da qualche viaggio intercontinentale.

Il volume delle conversazioni, non importa in quale lingua, si abbassa, mentre la quantità di disegni stampati aumenta, in preparazione degli incontri che ogni team avrà con l’architetto per discutere degli ultimi sviluppi di ciascun progetto e per ricevere nuove idee, commenti, indicazioni.

Il lavoro nello studio RPBW è duro, ci si muove sempre di corsa, si suda a costruire modellini in scala, si lavora fino a tardi e a volte anche il weekend. Eppure l’incoscienza e la freschezza dei giovani architetti e studenti è un valore e non un handicap, una volta incanalata attraverso il savoir-faire proprio dello studio.

E la frenesia di ogni giorno non nega mai lo spazio a spiegazioni approfondite su dettagli e aneddoti di progetti passati, o a discussioni sugli ultimi avanzamenti dei progetti in corso. A sorpresa Renzo trova il tempo di leggere l’introduzione della mia futura tesi e di raccontarmi di quando Calvino scrisse una Città invisibile che somiglia al Centre Pompidou, mentre i disegni appesi al muro evolvono in continuazione e raccontano la storia e la metamorfosi dei progetti.

E poi arriva ben presto la consapevolezza di essere parte di un equipaggio affiatato in cui tutti si muovono nella stessa direzione, e la cui dinamica permette anche a uno studente di viaggiare a velocità considerate impossibili da raggiungere. Oppure, più semplicemente, si respira la passione per l’architettura, ed è impossibile evitarne il contagio.

Un architetto nato sui cantieri

Renzo Piano è uno dei più rappresentativi architetti contemporanei, autore di importanti progetti realizzati in tutto il mondo.

Nato a Genova nel settembre del 1937, presto comincia a frequentare i cantieri del padre, costruttore. Studia a Firenze e a Milano dove entra nello studio di Franco Albini e partecipa intensamente alla vita universitaria. Dopo la laurea compie numerosi viaggi nei paesi anglosassoni e fonda uno studio a Londra con Richard Rogers: insieme vinceranno il concorso per il Centre Pompidou di Parigi.

Collabora a lungo anche con Peter Rice, grande ingegnere strutturista irlandese. Al 1981 risale la creazione del Renzo Piano Building Workshop (RPBW) nelle cui sedi di Genova, Parigi e New York lavorano oggi 150 persone.

Moltissimi sono i riconoscimenti che l’architetto Piano ha ottenuto nella sua carriera e nel 1998 gli è stato conferito il “Pritzker Architecture Prize”, il nobel dell’architettura. La Fondazione Renzo Piano è stata costituita nel 2004.

Renzo Piano. Foto: Stefano Goldberg - Publifoto

Renzo Piano. Foto: Stefano Goldberg - Publifoto

"Bisogna essere anche umanisti"

Marina Loffi Randolin: “Ogni materiale [ferro, ceramica, vetro…] porta con sé la promessa di qualcosa”. Sono parole che lei ha usato nel descrivere il progetto di St. Giles a Londra. Il materiale umano è il più prezioso; in che cosa l’esperienza della bottega è per gli studenti un aiuto allo svolgimento di quella promessa?

Renzo Piano: La parola bottega è antica e forse un po’ desueta, ma definisce un concetto sempre attuale. I ragazzi stanno con noi sei mesi, partecipano al nostro lavoro, ne condividono ogni aspetto. Imparano il mestiere attraverso l’esempio. Imparano quello che nessuno potrebbe spiegare o insegnare, perché lo assorbono, perché assistono ai riti, talvolta contraddittori, alle ire, ai drammi e alle felicità, ed incominciano ad indagare quel sottile nesso che esiste tra il fare, la tecnica e l’espressione delle cose. Poi ripartono, tornano a casa, riprendono il loro percorso. Qualcosa di quello che hanno imparato andrà perso e qualcosa invece potrà germogliare altrove, ed aiutarli a mantenere quella promessa.

MLR: Tempo fa, raccontando della sua formazione, lei ha detto che “si cresce tra e per i fermenti” e che negli anni ’60 l’architettura viveva di mestiere e di utopia. Sembrano ingredienti fondamentali per qualsiasi percorso. Oggi, in una situazione tanto mutata, ci sono modi e vie che possono favorire il recupero di quelle condizioni?

RP: A me è successo di trovarmi a Milano negli anni dell’occupazione studentesca. Ho respirato l’utopia, ma ho anche imparato un mestiere andando a bottega da Franco Albini, a Milano. Cominciai così a fare questa doppia vita: di notte occupavo l’università e facevo la mia scuola di ribellione, di giorno occupavo l’ufficio di Franco Albini e facevo la mia scuola di artigianato. Imparavo all’università l’insana pretesa di cambiare il mondo, e al tempo stesso, durante la giornata, imparavo il mestiere. I giovani architetti oggi hanno nuove sfide: la sostenibilità, la consapevolezza della fragilità della Terra e molto altro. L’architettura è un mestiere di sfide, di scommesse che si è chiamati a raccogliere. Lo è stato ieri e continuerà ad esserlo, anche se gli scenari cambiano, com’è inevitabile.

MLR: La mancanza di motivazione degli studenti, la loro sensazione di astrattezza sono il peggior nemico di scuola e università. Quali sono, secondo lei, dei possibili antidoti?

RP: Io ho probabilmente un punto di osservazione privilegiato. Non vedo né mancanza di motivazione né astrattezza, se non quella fisiologica alla loro età. Ogni anno lavorano con noi quindici studenti, e ne incontro molti altri durante le conferenze e i seminari che cerco di tenere. Ma è possibile anche che io conosca ragazzi che hanno già fatto una scelta, hanno già deciso di voler essere architetti. Immagino che con gli studenti delle medie o superiori possa essere diverso. MLR: Nella Psicoanalisi del fuoco Gaston Bachelard scriveva che l’essere umano è una creazione del desiderio e non del bisogno. Quando lei, parlando dell’architettura, afferma che occorre “nutrirsi della pura forza della necessità, prenderla e farla volare” mi pare sottolineare una analoga tensione. Perché non basta rispondere al bisogno realissimo degli uomini e occorre invece cercare di soddisfarne anche il desiderio?

RP: Rispondere ai bisogni è la base di questo mestiere. L’ho detto spesso: l’architetto è uno dei mestieri più antichi della terra, risponde a un bisogno primario. È un po’ come la caccia, la pesca, la coltivazione dei campi, l’esplorazione dei mari. Sono le attività originarie dell’uomo, da cui discendono tutte le altre. Subito dopo la ricerca del cibo, viene la ricerca di un riparo; a un certo punto, l’uomo non si accontenta più dei rifugi offerti dalla natura e diventa architetto. Ma poi la questione si complica, perché per essere architetti bisogna essere anche umanisti, bisogna avere una visione della Terra, e bisogna aver voglia di cambiare il mondo, non c’è niente da fare. E al tempo stesso essere scienziati, che sembra apparentemente l’opposto, ma invece non lo è. Sei uno scienziato e sei un tecnico, perché in fondo costruisci ripari per il genere umano, è indubbio. Però a questo punto sei anche un po’ poeta, perché devi trovare il linguaggio giusto, e non limitarti a risolvere i problemi. Insomma, è un mestiere che si nutre delle sue stesse complessità e che si alimenta proprio di opposti desideri.