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A che punto è l’Italia

di Riccardo Oldani

17 febbraio 2013

Un Paese in cui gli allievi trovano una vastissima scelta di percorsi di studio, tra le più ricche al mondo, e che ha raggiunto livelli di qualità paragonabili a quelli dei più importanti Stati occidentali. Ma anche dove si investe relativamente poco per l’istruzione rispetto al prodotto interno lordo.

Seguiamo i nostri studenti molto a lungo, in media 16 anni a testa, garantendo loro tutte le opportunità per una formazione adeguata, ma non siamo capaci di sfruttare appieno i vantaggi di questo sistema, perché il benessere del Paese non corrisponde al livello scolastico. È questo il profilo dell’Italia che emerge dalla Learning Curve, dove ci troviamo esattamente a metà classifica, al ventiquattresimo posto su 50 in base all’Indice Globale sulle Capacità Cognitive e il Raggiungimento del Livello d’Istruzione.

Siamo in buona compagnia. In posizioni e con indici molto vicini al nostro si trovano altre nazioni come Francia, Germania, Spagna, Belgio, Norvegia, Svezia, Australia, Stati Uniti. Leggermente avanti si posizionano Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Svizzera, Belgio e Danimarca, oltre a Giappone, Hong Kong e Singapore. Ma solo i due Paesi che guidano la graduatoria, Finlandia e Corea del Nord, sembrano decisamente al di sopra di tutti gli altri. Va anche detto che vastissime aree del mondo non sono contemplate nella classifica, per mancanza di dati. Tra gli esclusi figurano la Cina (a parte il territorio di Hong Kong), l’India, tutta l’Africa, il Medio e il Vicino Oriente.

CONFRONTO TRA SISTEMI

Va poi sottolineato come Corea del Sud e Finlandia costituiscano due casi anomali rispetto agli altri. Nel primo il sistema scolastico riflette la rigidità e la severità della società civile, mentre la scuola finlandese spicca per un’impostazione straordinariamente elastica e libera.

Uno dei 16 esperti intervistati dagli specialisti di Pearson e di EIU che hanno stilato il rapporto, Robert Schwartz, professore di Pratica della politica e dell’amministrazione dell’educazione all’Università di Harvard, negli Usa, sottolinea che «la Finlandia è un caso di studio meraviglioso. I bambini iniziano a studiare tardi, il tempo trascorso a lezione è più breve che in altri Paesi, non hanno compiti, i loro insegnanti fanno poca presenza frontale. Secondo una stima, gli italiani vanno a scuola per 3 anni in più». I dati del PISA, raccolti con una cadenza di tre anni per verificare il livello di apprendimento di scolari di 15 anni di età, mostrano che sono ben pochi i finlandesi che prendono ripetizioni, e quelli che lo fanno di solito hanno risultati peggiori nei test, il che indica che si tratterebbe di operazioni di recupero. Infine, il sistema ha la fama di essere concentrato sull’aiutare i bambini a comprendere e ad applicare il sapere, e non solo a ripeterlo.

L’Italia, in base all’indice della Learning Curve, si pone a un livello alto, corrispondente a quello di un Paese con un PIL elevato e con un diffuso livello di alfabetizzazione. L’iniziativa di Pearson, però, non si limita a fornire una classifica nuda e cruda. La ricchissima banca dati, elaborata dagli esperti della Economist Intelligence Unit, raccoglie anche una serie di parametri, una sessantina, che illustrano tre differenti aspetti: gli input nel sistema educativo, come la spesa pro capite per insegnanti e allievi; gli output, cioè i risultati forniti dai sistemi educativi; l’ambiente socio-economico dei vari Stati, valutato sulla base di indici internazionali, sui livelli di salute e di reddito, ma anche sul numero di omicidi.

METÀ CLASSIFICA

Misurati sulla preparazione degli allievi, i nostri risultati sono medi. L’indice PISA, i cui dati più recenti risalgono al 2009, e che misura capacità e conoscenze degli studenti di 15 anni, analizzati a campione, ci pone a un livello medio della graduatoria, con un valore di 485,93, distante da quello massimo, ottenuto da Hong Kong, di 545,57.

I nostri risultati sono paragonabili a quelli di Spagna e Francia, ma distanti da quelli tedeschi. L’indice TIMSS, invece, più orientato a valutare la preparazione sulle materie scientifiche e matematiche in due stadi dell’apprendimento (dopo il quarto e l’ottavo anno di scuola) ci vede in una posizione leggermente migliore. Osservando questa particolare classifica, su dati risalenti al 2007, notiamo come gli scolari italiani mostrino performance migliori in queste materie in età più giovane.

Siamo anche al posto 26 su 50 nella classifica del livello di alfabetizzazione della popolazione oltre i 15 anni, con una percentuale del 98,93%: i leader sono gli ucraini e i sudcoreani, rispettivamente con il 99,71% e il 99,60%. Se i dati relativi a disoccupazione e livello di preparazione scolastica non sono particolarmente attendibili, perché le serie più complete risalgono al 2007 e sono precedenti alla crisi economica, più significativi sono i dati sulla capacità di innovazione dei singoli Paesi, che ci vedono, di nuovo, a metà della graduatoria, con performance distanti da Svizzera e Svezia, i leader in questo particolare contesto. È alta invece rispetto alla media la produttività dei lavoratori italiani, in termini di prodotto interno lordo. Anche questo dato è considerato una diretta conseguenza della preparazione scolastica.

I PUNTI DI FORZA

Se andiamo a cercare i punti di forza del sistema italiano, quello che balza all’occhio è l’elevata possibilità di scelta. A qualsiasi livello del percorso formativo si presentano, davanti all’allievo e alle famiglie italiani, molte più strade percorribili rispetto ad altri sistemi.

Dopo Singapore, Nuova Zelanda e Thailandia siamo il Paese che offre più possibilità agli allievi. Gli autori del rapporto mettono in evidenza che «secondo recenti ricerche, i Paesi che offrono un ventaglio più ampio di scelta hanno risultati educativi superiori.

È plausibile quindi pensare che permettere ai genitori di scegliere le scuole migliori premi l’alta qualità, portando a un progresso generale». In realtà sono comunque molte le variabili: per esempio, la presenza di scuole gratuite e pubbliche in Stati dove l’educazione è per lo più in mano a istituti privati diventa un fatto positivo, così come, al contrario, l’esistenza di scuole private di alto livello in Paesi poveri che non sono in grado di investire molto sull’istruzione e quindi di dare una preparazione sufficiente alle proprie giovani generazioni.

Più in generale, la possibilità di una scelta ampia presuppone anche una capacità di informarsi e di scegliere da parte dell’allievo e della propria famiglia. Di per sé, quindi, un ampio ventaglio di opzioni non è indice di successo. Un altro ambito in cui l’Italia mostra ottime performance è quello dell’aspettativa di vita scolastica o, in altre parole, gli anni di insegnamento impartiti in media a ogni scolaro in un Paese.

Arriviamo a oltre 16 anni, più della Germania, per esempio, della Svizzera o del Giappone. Soltanto Nuova Zelanda, Australia e Irlanda fanno decisamente meglio. Siamo anche tra i Paesi che ammettono in una struttura scolastica i bambini in età più precoce: già a tre anni i nostri figli possono essere ammessi in una struttura “pre-primaria”, come viene definita nel report. Esaminando invece i compensi riconosciuti agli insegnanti in Italia, considerati tutti i gradi di istruzione, questi sono al di sopra degli stipendi medi nazionali. Ma, analizzando i dettagli, si nota come si investa di meno sugli insegnanti della scuola primaria. Inoltre non c’è molta variazione tra stipendi minimi e massimi. È bassa la percentuale di PIL destinata dall’Italia all’istruzione (4,52% nel 2009), pur in un Paese in cui è elevata l’età per la scuola dell’obbligo e in cui le scuole sono prevalentemente pubbliche.

SCUOLA E BENESSERE

Quale profilo tracciano dell’Italia questi dati? Sia gli investimenti fatti per la scuola sia i risultati prodotti ci garantiscono un elevato livello di benessere, ma potremmo fare meglio.

Nella graduatoria dell’Indice di sviluppo umano (Human Development Index), che indica il livello macroeconomico degli Stati e la qualità della vita complessiva, siamo al posto 21 su 50. Ci troviamo, in questa classifica, dietro a Paesi come Corea del Sud, Israele, Spagna, ma siamo in una posizione migliore rispetto al Regno Unito. Siamo anche tra quelli con un basso numero di omicidi, 0,98 ogni 100.000 abitanti contro i 34,65 della Colombia o i 5 degli Stati Uniti. Abbiamo però una bassa percezione della corruzione, ai livelli del Ghana, del Brasile e della Cina e, come già accennato, stipendi medi bassi, intorno ai 26.400 dollari l’anno (circa 22.000 euro), contro gli oltre 61.000 di svizzeri e norvegesi.

In altre parole, il profilo dell’Italia che emerge dal report The Learning Curve è contraddittorio e mette in evidenza luci e ombre, sia negli indicatori generali del livello di vita sia in quelli particolari riferiti agli investimenti sulla scuola e alla preparazione degli allievi. Valutare nel tempo come si modificherà il rapporto tra questi parametri consentirà a esperti e osservatori di capire meglio come l’educazione possa avere riflessi positivi e negativi su tutto il sistema paese.

 

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