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Imparare sempre

La libertà è un futuro senza l'etichetta del prezzo, si legge su uno striscione apparso durante una manifestazione di studenti a Londra. Foto: Carl Court/AFP/Getty Images

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Antropologia. Immaginare il futuro

di Sara Zambotti, Antropologa dell’Università Milano Bicocca

17 febbraio 2013

«Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori: ne inventerai di nuovi» GrouchoMarx.

«Il futuro influenza il presente quanto il passato» Friedrich Nietzsche.

Mi sono affidata a due citazioni illustri nel tentativo di tracciare i confini di un concetto così liquido, evanescente e pervasivo come il futuro, che Sant’Agostino definiva «dimensione dell’anima». Intangibile per la sua stessa inesistenza nel presente, il futuro è tuttavia molto influente e generativo nel determinare le nostre scelte. Mi vengono in mente due immagini tratte dall’attualità.

La profezia sulla fine del mondo prevista questa volta per il 21 dicembre 2012, è sintomo, come spiega il filosofo della scienza Telmo Pievani, di un bisogno umano di controllare l’indeterminatezza del futuro fissando in modo arbitrario una data per esorcizzare il pensiero di una fine vera. A pensarci, non lasciamo mai il futuro a se stesso, ma lo scandiamo con una serie di contatori arbitrari (il calendario) e di riti di passaggio: l’educazione, il lavoro, il matrimonio ecc. A quest’ansia di predizione e controllo, vorrei affiancare la fotografia di uno dei tanti striscioni esposti nelle recenti manifestazioni studentesche: “Ci avete rubato il futuro”.

I giovani sanno che il loro futuro non dipenderà solo dalla loro azione individuale, ma in larga misura da una serie di opportunità e di diritti che devono essere costruiti socialmente dagli adulti. Le proposte di due autorevoli studiosi contemporanei, Arjun Appadurai e Marc Augé, ci indicano due importanti dimensioni di una possibile antropologia del futuro: da una parte, il rapporto tra immaginario e futuro, che tra l’altro riecheggia osservazioni presenti nel numero 2 di questa rivista (vedi il dossier Immaginare, iS n. 2), dall’altra, la distinzione tra futuro e avvenire.

IMMAGINARIO, FUTURO, AVVENIRE

In Modernità in Polvere, uno tra i primi tentativi di adattare la teoria antropologica classica alla trasformazione del mondo globalizzato e mediatizzato del XXI secolo, Appadurai, antropologo statunitense di origini indiane, introduce la categoria dell’immaginario distinguendola da quella di fantasia.

La dimensione fantasticaindica infatti, secondo Appadurai, una fuga dalla realtà, una ricerca consolatoria strettamente soggettiva; l’immaginario prelude invece a una pratica sociale, a un’azione, e si nutre di orizzonti storici, collettivi e sociali. Lo sviluppo delle potenzialità dell’immaginario ha subito nell’epoca contemporanea una sostanziale crescita sotto la spinta della diffusione dei mass media a livello globale.

“Dall’altra, la scuola può essere il luogo dove i soggetti acquisiscono i saperi (le arti, le scienze, la letteratura) interrogandosi su come queste conoscenze sono strumenti in mano loro di costruzione del futuro”

In questo senso, l’antropologo considera come i modelli proposti dai media aprono delle possibilità di trasformazione concreta della propria vita attraverso, appunto, l’opera dell’immaginario. La circolazione su scala globale di film, romanzi, serie televisive e anche musiche permette di entrare in contatto con traiettorie di vita altre dalle nostre, che si dipanano in contesti a volte più virtuosi dei nostri. Immedesimarsi nelle vite di questi personaggi può preludere a un’azione concreta, ovvero alla messa in pratica di un progetto di emigrazione temporanea o permanente.

In questo senso ogni trasformazione futura è la conseguenza di un immaginario che si sviluppa nel presente. Restando nel contesto dei flussi globali migratori, si ricordi, per esempio, il ruolo esercitato dalle trasmissioni della televisione italiana durante l’immigrazione in Italia dall’Albania alla fine degli anni Novanta. Un’altra distinzione interessante in tema di futuro è quella proposta dall’antropologo francese Marc Augé, che, nel suo recente saggio Futuro, distingue tra futuro come dimensione individuale e avvenire come dimensione sociale. In questo caso il futuro rappresenta la traiettoria della vita soggettiva e, come tale, esso è unico e originale.

L’avvenire, invece, è l’orizzonte collettivo ed è il risultato di una serie di legami sociali; in questo senso il richiamo degli studenti di cui si è accennato all’inizio fa riferimento alla costruzione dell’avvenire da parte degli adulti di oggi, costruzione da cui le giovani generazioni sono escluse da un punto di vista decisionale sebbene siano destinate a pagarne le conseguenze.

IMPARARE A IMMAGINARE CHE COSA SUCCEDERÀ

Combinando queste due prospettive antropologiche, possiamo renderci conto di come l’opera dell’immaginario nel presente è propedeutica a una costruzione consapevole del futuro (sul piano individuale) e dell’avvenire (sul piano collettivo).

In questo senso, mi piacerebbe qui proporre l’idea di un’educazione al futuro, ovvero della promozione di percorsi nelle scuole o nelle organizzazioni lavorative in cui le persone siano invitate a fare esercizio immaginativo, a prefigurare alcuni scenari e scartarne altri, pensandosi così sempre di più determinanti nell’influenzare ciò che sta per accadere, per passare dal piano della reazione a quello dell’azione.

“I giovani sanno che il loro futuro non dipenderà solo dalla loro azione individuale ma in larga misura da una serie di opportunità e di diritti che devono essere costruiti socialmente dagli adulti”

Sul piano pedagogico, per esempio, quella che è la nostra impostazione scolastica ancora in larga misura improntata su un modello storicistico potrebbe essere nutrita maggiormente di uno sguardo rivolto al futuro, di un’interrogazione continua del passato ma nell’ottica di una presa di consapevolezza del disegno di futuro che si sta prefigurando. Inutile sottolineare come tutto il percorso educativo sia un inter vento rivolto al futuro, gli alunni di oggi saranno i cittadini di domani.

Eppure, la nostra società (e qui parlo della nostra, italiana) è caratterizzata da una distanza abissale tra il tempo della formazione e quello in cui i soggetti oggi in formazione diventeranno protagonisti del presente.

A SCUOLA PER LEGARE PASSATO E FUTURO

È un problema generazionale che non interessava i nostri padri e le nostre madri (di noi trenta-quarantenni) ma che interesserà i nostri fratelli minori e i nostri figli, ovvero un ritardo nell’entrata a pieno titolo nella vita sociale dovuto alla crisi e alla scarsa mobilità sociale che ci caratterizza.

Quindi, da una parte, il futuro deve diventare una prospettiva vicina e prevedibile e la società deve disporre di modalità trasparenti e possibilità concrete di permettere agli individui di vedere appagate le proprie fatiche costruttive. Dall’altra, la scuola può essere il luogo dove i soggetti acquisiscono i saperi (le arti, le scienze, la letteratura) interrogandosi su come queste conoscenze sono strumenti in mano loro di costruzione del futuro.

Favorire un pensiero applicativo, immaginare l’effetto di certe scoperte scientifiche sull’ambiente, cercare nella storia, nella geografia e nelle scienze sociali le tracce di un avvenire che si sta scrivendo, tutto questo è un modo per insegnare a sentirsi protagonisti del futuro e di creare legame con il presente.

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • Futuro, di Marc Augé, Bollati Boringhieri, pag 138, 9 euro

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