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Che cosa significa saper leggere

di Silvia Paris

9 ottobre 2013

L’esperienza insegna quanto la capacità di leggere – che presuppone, ma non coincide, con quella di decifrare un testo – sia decisiva per orientarsi nel mondo e partecipare in modo attivo alla vita sociale. Eppure il traguardo di una adeguata e diffusa competenza alfabetica funzionale, definita dall’OCSE come la «capacità di capire e usare l’informazione presente in testi stampati nelle attività quotidiane, a casa, sul lavoro e nella vita sociale, per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità», è ancora da raggiungere, anche nei paesi avanzati. A fare il punto sui livelli di literacy in Europa e proporre misure d’intervento è il recente Rapporto finale sul letteratismo, elaborato da un gruppo di esperti di alto livello nominato della Commissione Europea. Nel Rapporto il neologismo “letteratismo”, che traduce il termine inglese literacy utilizzato nei test PISA, designa la competenza alfabetica funzionale così come descritta dall’OCSE. Il documento prende le mosse da un’evidenza allarmante e inattesa: un europeo su cinque non sa leggere e scrivere adeguatamente, risulta cioè incapace di interpretare e gestire in modo competente e critico le informazioni.

L’importanza della comunicazione scritta nell’era digitale

I dati commentati nel Rapporto – che muovono dai risultati dei test PISA 2009 – raccontano di una crisi sociale nascosta, prima ancora che di un’emergenza educativa. Perché la padronanza alfabetica, lungi dal costituire una semplice tecnica o abilità acquisita una volta per tutte a scuola, è una risorsa che accompagna le persone durante l’intero arco della vita, definendo l’identità e la ricchezza dei suoi scambi cognitivi, psichici, sociali, politici e relazionali con il mondo esterno. A questo proposito, il documento ribadisce più volte che la «capacità di leggere il mondo» costituisce un presupposto irrinunciabile del benessere individuale e collettivo, e l’alfabetizzazione per tutti un obiettivo minimo da raggiungere per un paese avanzato. Questo traguardo è ancor più urgente nell’attuale società dell’informazione, poiché da un lato la digitalizzazione comporta un utilizzo sempre più capillare della parola scritta nell’interazione sociale, civica ed  economica, dall’altro l’aumento della mobilità e i fenomeni migratori producono un’evoluzione verso una società multilinguistica che richiede capacità sempre più solide di combinare un’ampia gamma di background culturali e linguistici. Ne consegue un paradosso non più a lungo sostenibile tra il livello sempre più alto di competenze alfabetiche e digitali richieste e quello inadeguato di competenze realmente possedute, minacciate per di più dal trend demografico di invecchiamento della popolazione – che favorisce l’obsolescenza dei saperi – e dall’aumento della povertà in tempi di crisi, che alimenta ed è a sua volta alimentata dall’analfabetismo. Da qui l’invito ad agire subito per contrastare questo allarmante fenomeno, la cui fisionomia, dal punto di vista sociale, appare contrassegnata da diversi tipi di gap.

Divario socio-economico.  I bambini poveri infatti sono generalmente caratterizzati da livelli inferiori di alfabetizzazione  rispetto agli altri.

Divario dell’immigrazione.  Molti immigrati presentano livelli di alfabetizzazione inferiori nella lingua del paese di arrivo.

Divario di genere.  I livelli di alfabetizzazione dei maschi adolescenti sono inferiori e in diminuzione rispetto a quelli delle coetanee, a causa di una minore motivazione e impegno.

Divario digitale.  I meno abbienti utilizzano meno Internet e, quando lo fanno, più per fini di intrattenimento che di apprendimento. Inoltre molti studenti vivono uno scarto tra la pratica a scuola, caratterizzata per lo più dall’uso di materiali stampati, e l’esperienza di lettura e scrittura digitale vissuta in casa.

Analfabetismi e perdita culturale in Italia

Per agire opportunamente bisogna anzitutto conoscere la specifica situazione del contesto in cui si opera. Il linguista Tullio De Mauro, in occasione della conferenza Livelli e dislivelli linguistici e culturali oggi in Italia, che si è svolta presso l’Accademia dei Lincei, ha tracciato un quadro chiaro del contesto italiano, a partire dai dati del 2000 e del 2005 dalle rilevazioni OCSE IALS-SIALS, la ricerca internazionale che fa il punto sulle competenze della popolazione d’età compresa tra i 16 e i 64 anni di età. L’indagine identifica cinque livelli di competenza: analfabetismo integrale; analfabetismo funzionale; situazione a rischio di analfabetismo funzionale; alfabetismo con deficit di problem solving; alfabetismo con piena capacità di problem solving. E mostra che il 71% della popolazione totale è o rischia di diventare analfabeta totale o funzionale. Ciò significa che tre italiani su cinque non possiedono competenze di lettura sufficienti. Aggiungendo poi a questa percentuale il 10% di pieni alfabeti con difficoltà nel problem solving si arriva alla conclusione che quattro italiani su cinque risultano «incapaci di orientarsi nella vita di una società contemporanea». Il dato, prendendo a riferimento le competenze alfanumeriche della popolazione adulta, non può essere direttamente comparato con quello europeo citato nel Rapporto sul letteratismo. Tuttavia segnala uno specifico problema italiano, e cioè l’ampia incidenza dell’analfabetismo di ritorno: la perdita delle competenze di lettura e scrittura da parte degli adulti scolarizzati. Nella ricostruzione di De Mauro, questa situazione si lega a un fenomeno di indebolimento culturale più generale, che investe non solo le competenze alte, ma anche i «saperi strumentali e operativi propri della cultura  della sopravvivenza e delle tecniche elementari». Lo mostra l’indagine multiscopo dell’ISTAT del 2006 sul tempo libero, che – a partire da una nozione larga di cultura intesa come la capacità latina di còlere, ossia di coltivare mente ed animo e migliorare le produzioni e arti materiali – ha censito il livello di competenze degli italiani su 42 attività, raggruppabili in sei tipologie di abilità e abitudini, ossia: fruizione di corsi di istruzione o formazione formali o non formali; abilità linguistiche comprendenti la propensione a parlare italiano o dialetto con estranei e il livello di conoscenza di almeno una lingua straniera; attività di lettura nel tempo libero o per motivi professionali; fruizione delle tecnologie  dell’informazione e della comunicazione; abilità pratiche, come il cucinare, fare lavori di manutenzione in casa, restaurare mobili o oggetti della casa, curare i propri mezzi di trasporto, l’orto o le piante, praticare uno sport;  propensione a svolgere attività artistiche o amatoriali come fare foto, video, scrivere, dipingere, suonare o ballare. Dall’indagine emerge che meno del 2% della popolazione ha un alto livello di partecipazione culturale: svolge cioè tra le 25 e le 42 attività indicate. Per intervenire su una perdita di così vasta portata e trasversale è necessario identificare e lavorare sulle cause. E qui il discorso di De Mauro si rivolge contro chi punta il dito sulla «tanto vituperata» scuola italiana. Guardando all’andamento dell’indice di scolarità a livello mondiale, emerge che negli anni cinquanta, nei Paesi in via di sviluppo, il percorso di studi durava 2-3 anni, mentre in quelli sviluppati circa 6. Nel 2010, i Paesi in via di sviluppo hanno raggiunto 6 anni di studio a testa, quelli sviluppati 11-12 anni. L’Italia, che negli anni cinquanta mostrava un indice di scolarità di poco superiore a quello dei Paesi in via di sviluppo, ha oggi quasi raggiunto il livello degli altri Paesi avanzati. Ciò significa che, grazie al sistema d’istruzione, negli ultimi sessant’anni il nostro Paese, dal punto di vista educativo, ha compiuto un notevole progresso verso il pieno sviluppo. Il problema, conclude De Mauro, è che la scuola italiana è rimasta sostanzialmente isolata – affiancata, solo in parte, dalla televisione – nel promuovere la crescita culturale della popolazione. La mancanza di una rete di spazi, modi e interventi accessibili e diffusi di fruizione e partecipazione culturale e formativa e la trasformazione sociale e demografica che ha portato alla scomparsa della “bottega familiare” hanno favorito la perdita di saperi. Questo vale anche per le competenze acquisite a scuola che, per essere preservate, devono invece essere continuamente allenate nel corso della vita, tenuto conto della “regola del -5” secondo cui si regredisce mediamente di 5 anni rispetto al livello massimo di una competenza acquisita a scuola, se la capacità non viene esercitata.

Come intervenire, fuori e dentro la scuola

La necessità di promuovere la capacità di leggere attraverso un’azione trasversale e sinergica è alla base anche del Rapporto sul letteratismo, che si rivolge a tutti i cittadini e in particolare ad alcune categorie – dai politici ai genitori,  dalle istituzioni culturali agli operatori sanitari, dagli editori ai volontari – cui indirizza specifiche raccomandazioni. Una particolare attenzione è poi riservata al mondo della scuola, agli insegnanti e ai formatori. In termini generali, il  documento suggerisce ai soggetti coinvolti di adottare strategie di promozione della lettura diversificate per fasce di età. Per la prima infanzia si tratta di stimolare e sostenere la famiglia, per esempio mettendo in atto programmi di  alfabetizzazione dei genitori, assicurare l’accesso gratuito all’educazione dei bimbi, garantire uno screening  precoce dei problemi di alfabetizzazione  emergenti, adottare una prospettiva incentrata sul bambino che coinvolga le istituzioni dedicate, i genitori, i servizi sanitari, le biblioteche, e infine sostenere la creazione e la diffusione di programmi di  scambio di libri. Per promuovere l’alfabetismo presso i bambini della scuola primaria si raccomanda di intervenire tempestivamente, per esempio sostenendo le scuole i cui studenti presentano i livelli di competenza più bassi, e favorire un approccio alla dislessia che si concentri più sul sostegno pedagogico che su quello medico. Agli insegnanti poi si suggerisce di sviluppare strategie didattiche in linea con gli specifici stili di apprendimento e fornire supporto  individuale agli studenti, coinvolgendoli attraverso letture di qualità e accessibili, di usare la valutazione formativa per identificare i bisogni educativi sin dall’inizio del percorso scolastico e di integrare la tecnologia nella didattica. Per intervenire sull’adolescenza si sottolinea la necessità che tutti i docenti, non solo quelli di lettere o lingue, diventino “insegnanti alfabetizzanti”, che ai ragazzi vengano proposte letture affini ai loro gusti e varie, dai fumetti ai classici, e infine che venga stimolata la cooperazione tra scuola e imprese, in modo da chiarire ai giovani il ruolo decisivo giocato dalle competenze alfabetiche nel loro futuro sviluppo personale e professionale. In quest’ottica è particolarmente  importante che gli insegnanti mettano gli studenti in condizione di affrontare testi di qualsiasi tipo e materia, lavorino sulla motivazione oltre che sulle competenze, utilizzando materiali attraenti e risorse digitali, lascino agli studenti tempo libero per leggere e scegliere da soli le proprie letture e infine usino la valutazione formativa per diagnosticare punti di forza e debolezze individuali e ottimizzare le strategie didattiche.

INFOGRAFICA

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