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CLIL: quando una materia sceglie un’altra lingua

di Carmel Mary Coonan, Docente di Didattica delle Lingue Moderne, Università Ca’ Foscari, Venezia e Direttore del LADiLS - Laboratorio di Didattica delle Lingue Straniere

19 marzo 2012

Nella riforma degli Ordinamenti del 2008 l’espressione “…insegnamento, in lingua straniera, di una disciplina non linguistica”, segna una spinta innovativa nella visione del sistema d’istruzione italiano. Per la prima volta è prevista a livello nazionale per i licei e gli istituti Tecnici la possibilità che si affianchi alla lingua d’insegnamento normale della scuola, l’italiano, un’altra lingua veicolare (una lingua straniera).

L’idea in realtà non è nuova per il sistema scolastico italiano. La sua prima apparizione risale alla legge sull’Autonomia scolastica del 1999, per la precisione nell’articolo 4, comma 3, dove si legge che “nell’ambito dell’autonomia didattica possono essere programmati […] insegnamenti in lingua straniera, in attuazione di intese e accordi internazionali”.

Proprio sulla scia di questo articolo si sono realizzate numerose esperienze, soprattutto (ma non solo) a livello di scuola secondaria superiore, che hanno visto l’utilizzo di diverse lingue straniere con modalità applicative molto differenti l’una dall’altra. Se la legge sull’Autonomia consente tuttora di avviare insegnamenti in lingua straniera per qualsiasi ordine e grado di scuola, sotto certe condizioni (“in attuazione di intese e accordi internazionali”), la riforma degli Ordinamenti prevede invece l’obbligo di tale tipo di insegnamento solo per due ordini di scuola: i licei e gli istituti tecnici.

Più in particolare, l’obbligatorietà si limita all’ultimo anno di tutti i tipi di liceo (articolo 10) a eccezione dei licei linguistici dove è previsto l’insegnamento di una disciplina non linguistica in una prima lingua straniera (a scelta) nel primo anno del secondo biennio e di un’altra disciplina non linguistica in una seconda lingua straniera (a scelta) nel secondo anno del secondo biennio. In tutti gli istituti tecnici, articolo 8, è previsto l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua inglese, scelta questa operata per legge.

La specificazione “disciplina non linguistica” esclude di conseguenza tutte le materie linguistiche e letterarie, mentre consente l’insegnamento, in una lingua straniera a scelta, di materie come chimica, storia, geografia, diritto, economia ecc. La decisione di veicolare insegnamenti curricolari in lingua straniera deriva dalla convinzione che lo studente migliorerà in questo modo la propria competenza nella lingua in questione.

La riforma infatti prevede il raggiungimento di un livello di padronanza nella lingua straniera riconducibile almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (e al livello B1 nella terza lingua straniera, là dove previsto. Il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue descrive la competenza nella lingua straniera secondo una scala di sei livelli: A1, A2, B1, B2, C1, C2).

L’utilizzo della lingua straniera come veicolo per apprendere i contenuti di una materia scolastica specifica rappresenta un’opportunità per raggiungere questo traguardo perché, oltre alle ore curricolari ”normali“ di lingua straniera, questa occupa anche le ore curricolari della materia scelta. Inoltre, l’utilizzo veicolare della lingua straniera rappresenta un’opportunità per un apprendimento qualitativo: lo studente può meglio sviluppare una competenza cognitivo-accademica (cioè, le abilità di studio) in quella, lingua dovendola utilizzare per apprendere.

D’altro canto, non è scontato che l’utilizzo veicolare di una lingua straniera conduca automaticamente a una crescita della competenza linguistica, come dimostrano ricerche internazionali sull’argomento. E se si considera che l’opzione veicolare viene scelta proprio per assicurare un più efficace apprendimento della lingua straniera, sarebbe paradossale che gli esiti auspicati per la competenza linguistica, non si realizzassero.

L’acronimo CLIL (Content and Language Integrated Learning), proposto per riferirsi a questa metodologia e citato nell’allegato B del Regolamento (il riferimento al CLIL è presente solamente nei Piani di Studi dei licei), mette in evidenza la necessità che sia garantito il raggiungimento di due tipi di obiettivi: obiettivi della “disciplina non linguistica” (che potrebbero essere ostacolati dalla lingua veicolare stessa non essendo, di norma, la lingua madre degli studenti) e obiettivi della lingua straniera – insiti nei contenuti e negli obiettivi della materia curriculare scelta, poiché per seguire una lezione di storia dell’arte in inglese, per esempio, occorre mettere in gioco le abilità di comprensione all’ascolto e alla lettura in lingua, le abilità di interazione per rispondere al docente e/o ai compagni ecc.

L’acronimo richiama la nostra attenzione sulla necessità di impostare un approccio all’insegnamento che assicuri l’apprendimento integrato del contenuto e della lingua insieme, l’uno attraverso l’altro L’insegnamento in lingua straniera di una materia scolastica deve, quindi, avere una ricaduta qualitativa sullo sviluppo della competenza della lingua straniera (così come lo deve avere sulla lingua italiana). Nella metodologia CLIL si mira a sviluppare la competenza della lingua straniera sia sui contenuti disciplinari sia attraverso i contenuti disciplinari, attraverso le diverse attività didattiche proposte per il loro apprendimento.

Una finalità di questa natura richiede una sensibilità verso le questioni linguistiche insite nell’apprendimento dei contenuti disciplinari e verso la necessità di declinare degli obiettivi linguistici che siano adatti a fornire, in uscita, esiti linguistici possibili nella lingua straniera, senza tuttavia ricorrere al suo esplicito insegnamento. In altre parole, esiste una ‘responsabilità’ linguistica nell’insegnamento della disciplina che coinvolge anche la lingua straniera nel momento in cui viene adottata come lingua veicolare.

Negli allegati ai Regolamenti e nelle “Indicazioni Nazionali” (per i licei) vengono fornite indicazioni sulla questione “veicolare” unicamente in riferimento all’ambito linguistico e agli obiettivi d’insegnamento della lingua straniera. Non si trovano riferimenti a obiettivi di apprendimento disciplinare che leghino esplicitamente gli obiettivi della disciplina stessa allo sviluppo della competenza in lingua straniera (ad eccezione di un accenno all’uso della lingua inglese per studiare). Per esempio, quando si dice “sapere sostenere una propria tesi”, o quando si indica che è necessario curare “la pratica dell’argomentazione”, si intende, implicitamente, come competenze linguistico-cognitive da sviluppare in lingua italiana, mentre potrebbero essere intese come competenze da sviluppare anche nella lingua straniera.

Le “Indicazioni Nazionali” suggeriscono “esperienze d’uso della lingua straniera per la comprensione e rielaborazione orale e scritta di contenuti di discipline non linguistiche” .

In altre parole, per salvaguardare la specificità del percorso CLIL (che è un insegnamento della disciplina non linguistica, non un approccio alternativo all’insegnamento della lingua straniera) e, allo stesso tempo, riconoscere la natura eminentemente linguistica della disciplina stessa, serve svolgere, a livello delle singole discipline, un’integrazione fra il contenuto e la lingua, individuandone dei legami e specificandone gli obiettivi. L’insegnamento di una disciplina curriculare in lingua straniera coinvolge direttamente il docente della disciplina in questione, che dovrà sapere “leggere” la nuova situazione di apprendimento integrando il suo stile consueto di insegnamento con nuove strategie se vede che quelle normalmente adottate non sono adatte per gli obiettivi duali (contenuti disciplinari e lingua straniera) del percorso.

Tuttavia, l’introduzione della metodologia CLIL nel sistema scolastico rappresenta una scelta fortemente linguistica e, in quanto tale, non può essere ignorata dal docente di lingua straniera.

In primo luogo perché tutti i riferimenti all’insegnamento veicolare in lingua straniera vengono fatti in relazione all’ambito “Lingua e cultura straniera” di cui i docenti di lingua straniera sono i principali referenti e, in secondo luogo, perché si può intravedere nelle “Indicazioni Nazionali” il suggerimento che il docente di lingua straniera sostenga in maniera sinergica il percorso veicolare.

Per esempio, l’indicazione che «nell’ambito dello sviluppo di conoscenze relative all’universo culturale della lingua straniera, lo studente utilizza la lingua straniera nello studio di argomenti provenienti da discipline non linguistiche» segnala la possibilità (e forse anche l’opportunità) che il docente di lingua straniera, nell’ambito del proprio curriculum, prepari lo studente in vista del percorso veicolare del quinto anno.

Le “Indicazioni Nazionali” sembrano quindi auspicare iniziative facilitatrici per la realizzazione dei percorsi veicolari. Il suggerimento che si realizzino «…con l’opportuna gradualità esperienze d’uso della lingua straniera per la comprensione e rielaborazione orale e scritta di contenuti di discipline non linguistiche», oltre al sostegno che può dare il docente di lingua straniera (vedi sopra) nel preparare gradualmente l’allievo all’esperienza CLIL, sembra suggerire altre opzioni alle scuole.

Le scuole possono, per esempio, prevedere l’introduzione di percorsi CLIL brevi prima della quinta al fine di preparare gradualmente gli allievi all’ultimo anno in cui la materia scelta potrà essere insegnata interamente in lingua straniera, oppure caratterizzare l’insegnamento della materia del quinto anno con un insegnamento solo parziale (di singoli moduli) nella lingua straniera.

L’introduzione del CLIL nella riforma costituisce senza dubbio un fattore positivo per il sistema scolastico italiano. Da un lato, lo avvicina a quello di altri Paesi nei quali l’utilizzo veicolare della lingua straniera nella scuola è già una realtà consolidata da tempo.

Dall’altro, può avere importanti ricadute di qualità sul percorso formativo degli studenti: sotto il profilo socioeconomico, perché li prepara ad affrontare meglio le sfide della vita lavorativa, dove ormai si richiede sempre l’utilizzo di una lingua straniera con riferimento specifico al corso di studio frequentato e alla professione scelta; sotto il profilo socio-culturale, perché sviluppa una visione interculturale dei saperi e promuove e accresce interessi e mentalità multilinguistici.

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