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Sociologia. Costretti a essere creativi

di Aldo Bonomi, Sociologo, fondatore del centro di ricerca Aaster per lo sviluppo del Territorio

11 ottobre 2012

La società contemporanea offre la possibilità di affermare i propri progetti e le proprie idee. Ma questo apre anche a nuovi rischi.

La modernità costringe alla creatività. Ognuno di noi nell’intraprendere una qualsiasi attività vede oggi una possibilità di affermazione soggettiva, di promozione di sé; non la semplice emancipazione da uno stato di bisogno, tipica delle società del Novecento, ma la possibilità di affermare un progetto, un’idea, un proprio disegno di realizzazione. In questo viene messa inevitabilmente in gioco la soggettività delle persone, i loro interessi ma anche i loro gusti, preferenze e perfino affetti e passioni.

Vista in una logica di sistema i terminali umani delle reti interpersonali devono essere relativamente autonomi, capaci di percepire, codificare, decodificare ed elaborare linguaggi più o meno complessi. Il che significa che devono sussistere processi di distribuzione sociale di queste risorse per fare in modo che i soggetti possano funzionare come emittenti e recettori dei flussi di informazione e conoscenza. In questo contesto il valore della risorsa informazione si accresce quando quelle componenti del sistema rappresentate dagli individui, con le loro facoltà intellettive, le loro motivazioni, i loro sentimenti, sono in grado di sostenersi in modo relativamente autonomo e riconoscere tale autonomia.

D’altra parte questi stessi sistemi altamente differenziati, che immettono risorse per ampliare l’autonomia dei singoli, devono anche mettere a punto forme più stringenti di controllo sociale per evitare i pericoli di eccessiva frammentazione. Qui sta forse l’ambivalenza del termine creatività, nel momento in cui il sistema sociale tende a distribuire più risorse di un tempo per l’individuazione dei soggetti, tende anche a consolidare le forme di controllo, che non si rivolgono più tanto ai comportamenti visibili dei soggetti, ma alle sue fonti interne, coinvolgendo gli spazi i cui si forma la stessa identità cognitivo-emotiva.

Foto: Cesare Abbate/Corbis

Foto: Cesare Abbate/Corbis

A questo processo di “creativizzazione” delle vite corrisponde, quindi, un accrescimento dei rischi che non interessano esclusivamente la sfera economica, cioè quelli eventualmente connessi ad uno stato di povertà materiale, ma ingloba l’intera persona, esponendo a rischi di disintegrazione una personalità che deve elaborare individualmente, senza un contesto di relazione e di decantazione delle esperienze.

La messa al lavoro della “nuda vita”, con le sue componenti emotive, cognitive e culturali, a fare da carburante dei processi produttivi e del suo complemento biologico della “vita nuda”, fatto di umana vulnerabilità ridotta alle sue necessità primarie del cibo e del riparo, mi fanno pensare a come la capacità di immettersi e re-immettersi continuamente in un circuito produttivo e di senso, sia sempre più demandata ai singoli individui, piuttosto che generarsi da strutture e sistemi istituzionali.

Il che ovviamente interroga anche chi, come gli insegnanti, ricopre un ruolo formativo ed educativo nell’accompagnare giovani spesso ipersocializzati alla creatività, ma poco socializzati all’elaborazione di criteri di valutazione e selezione capaci di attribuire significati e riconoscere valori duraturi che li aiutino a porre in una qualche prospettiva un’esperienza altrimenti tutta schiacciata sul presente.

La creatività è quindi una competenza cognitiva ed emotiva che ognuno di noi deve imparare ad esercitare su se stesso. Da questo punto di vista rischia di rappresentare una forma antropologica attraverso cui si esprime l’individualismo egemone nella nostra epoca.

Ovviamente non intendo con ciò sottintendere uno scenario di atomizzazione estrema: le relazioni interpersonali continuano ad essere significative, le reti famigliari, amicali, ecc., continuano a funzionare come elementi di riduzione dei rischi (psicologici, sociali, economici, politici), tuttavia nella pratica tali reti riflettono modalità di relazioni deboli, temporanee, e per lo più difensive, cioè finalizzate ad affrontare minacce ad uno status quo assai fragile, così come fragile è l’intimo equilibrio che siamo chiamati ogni giorno a progettare.

Non è un caso che quando l’ambiente sociale si fa meno imprevedibile, lo chiamiamo “sostenibile”. Salvo che tale sostenibilità non può più essere preordinata e pianificata, data la complessità crescente degli ambienti di vita e l’erosione dei sistemi di protezione sociale (latamente intesi), ma deve essere affidata all’esperienza e all’autoriflessività, personale e sociale. Da questo punto di vista il riuso cumulativo dell’esperienza e della conoscenza da essa generata (magari supportata da potenti mezzi tecnologici) permette di stabilizzare le turbolenze ambientali.

Una sorta di “prototipazione rapida” applicata alle relazioni sociali che produce nuove forme di vulnerabilità sociali: l’infelicitdesiderante, l’infelicità senza desideri, le due facce dell’apocalisse culturale della nostra epoca. In chi dovrebbe mangiare futuro l’apocalisse prende corpo quando non ci si riconosce più come soggetto del possibile, nella realizzazione di sé, nel dilagare delle opportunità inafferrabili (infelicità desiderante).

Nell’altra, quando non riconoscendosi più in ciò che ci era abituale, l’elaborazione del lutto non produce nostalgia consapevole ma depressione disperante (infelicità senza desideri). Ricomporre, nel sincretismo sociale, le differenze di censo e di opportunità, un tempo si sarebbe detto di classe, tra un primo mondo in cui si sente e desidera tutto senza mai riuscire ad ottenerlo, e un altro mondo ove il problema è sopravvivere, è questione grande. La stessa che ogni essere deve ricomporre dentro di sé raggiungendo quell’equilibrio interiore tra nuda vita desiderante e pensante e vita nuda biologica.

Approfondimenti
La tecnologia al servizio della creatività

Carlo Ratti è uno dei più creativi progettisti italiani della nuova generazione. Lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti, tra il suo studio di Torino e il Sensible Lab del Mit, il Massachusetts Institute of Technology. Ratti mescola nuove forme per gli oggetti con nuovi usi delle cose che realizza, sfruttando in modo originale le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.

In particolare, i suoi progetti puntano a sfruttare in forme utili le informazioni che oggi i dispositivi che utilizziamo possono fornire. Così se i telefoni cellulari sanno individuare la posizione e gli spostamenti di ciascuno di noi, l’uso di questi dati può dare origine anche a nuove forme di mobilità, migliori per tutti, e a “città intelligenti”.

Foto: Ericsson.com

Foto: Ericsson.com

Se gli elettrodomestici della nostra cucina sono dotati di piccoli processori elettronici, possono mettersi in contatto tra loro e con gli oggetti presenti nella stanza per rendere più facile la nostra vita e le nostre operazioni domestiche, creando una “casa intelligente”. In una breve intervista Carlo Ratti ci ha raccontato il suo modo di progettare pensando innanzitutto ai bisogni delle persone. Per saperne di più sul suo lavoro si può guardare il suo intervento agli incontri di Meet the Media Guru, organizzati a Milano con i migliori innovatori di ogni campo.

Guarda la sua intervista facendo clic qui.

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