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Demografia. Né sui libri né al lavoro

di Silvia Paris

17 febbraio 2013

Ritratto dei NEET, categoria sospesa

Ciclicamente l’attenzione pubblica torna a occuparsi dei giovani e della loro esclusione sempre più forte dalla partecipazione alla vita economica e sociale del Paese. Il tema è serio e riguarda non solo il destino di milioni di cittadini, ma il futuro economico e sociale di un intero sistema. Infatti, come mostra il rapporto presentato il 23 ottobre 2012 da Eurofound – la Fondazione della Commissione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro – in seguito alla crisi è cresciuto in tutta Europa il tasso di NEET, acronimo inglese utilizzato per indicare i giovani che non lavorano, non studiano e non si formano a una professione (Not in Education, Employment and Training).

Le differenze tra i Paesi europei sono notevoli: nel complesso, oggi si contano nell’Unione Europea circa 7,5 milioni di giovani NEET su 60 milioni di ragazzi tra i 15 e i 24 anni, un valore pari al 12,9%. Le nazioni più virtuose sono Paesi Bassi e Lussemburgo, mentre le più colpite dal fenomeno sono Bulgaria, Irlanda, Spagna e Italia. All’Italia il rapporto Eurofound dedica una scheda specifica.

Un primo elemento di differenza riguarda la fascia di età sulla quale calcolare il tasso di NEET: a causa della maggiore durata degli studi universitari, per il nostro Paese è opportuno riferirsi alla popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni, anziché a quella, canonica, tra i 15 e i 24. Colpisce poi la forte differenza geografica tra diverse aree del Paese: nel 2010 il tasso di NEET nel Sud era pari a 26,7%, nel Centro-Nord al 14,9%.

La natura endemica del fenomeno, che già prima della crisi ci vedeva in cima alle classifiche per numero di giovani inattivi, aumenta poi il rischio che l’uscita dallo status di NEET sia più difficile per i giovani italiani che per i coetanei di altri Paesi. Ma quali sono i profili di questi giovani e perché rimangono tagliati fuori? Dal rapporto sul tema realizzato nel 2011 da Italia Lavoro, emerge che i più colpiti dal fenomeno sono i ragazzi con basso livello d’istruzione e che hanno abbandonato precocemente gli studi: un gruppo più ampio in Italia rispetto alla media europea, a causa anche della ridotta mobilità sociale che caratterizza il nostro Paese.

E infatti, per i giovani che provengono da famiglie con bassi livelli d’istruzione la possibilità di compiere il percorso di studi fino al raggiungimento di un titolo universitario è scarsissima: solo il 7,5% dei figli di genitori con al massimo la licenza media ha una laurea, mentre è il 58,6% dei figli di laureati a raggiungere lo stesso titolo. A complicare il quadro c’è poi l’alta diffusione del lavoro nero, che, se da un lato produce qualche possibilità di occupazione che agli occhi degli osservatori rimane sommersa, dall’altro contribuisce a scoraggiare ulteriormente i giovani italiani nella ricerca di lavoro.

In questo quadro, su quali priorità concentrare gli sforzi? Le esperienze condotte con un certo successo in altri Paesi – come il Regno Unito – e l’analisi delle specificità italiane suggeriscono di intervenire sul contrasto all’abbandono scolastico, sul rafforzamento dell’apprendistato e sull’incentivo alle imprese per l’assunzione di giovani. Senza però un’azione più trasversale di investimento nell’istruzione e nella ricerca, di lotta al lavoro nero e di promozione delle pari opportunità, questi interventi rischiano di rimanere misure isolate e di non determinare quella ripresa che appare oggi sempre più urgente.

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Approfondimenti
Esclusi, scoraggiati, in cerca: ecco chi sono

Il rapporto di Italia Lavoro 2011 ha raggruppato i NEET in quattro gruppi omogenei, in base alla loro occupabilità e al loro atteggiamento nei confronti del lavoro.

NON DISPONIBILI A LAVORARE

Giovani non intenzionati o impossibilitati a lavorare, per lo più a causa di fattori sociali, vincoli familiari, disabilità o malattia. Più della metà è tra i 25 e i 29 anni, tre quarti sono donne, e un quinto è straniero. Risiedono in maggioranza nel Centro-Nord e hanno un livello d’istruzione molto più basso rispetto alla media dei NEET. Quasi la metà del gruppo non è disponibile a lavorare perché in maternità, si prende cura dei figli o di altre persone non autosufficienti o per altri motivi familiari.

SCARSAMENTE OCCUPABILI, NON IN CERCA DI LAVORO

Ad alto rischio di esclusione sociale, uomini e donne in uguale misura, hanno i livelli di istruzione più bassi e sono i più scoraggiati. In netta maggioranza italiani (90%), vivono per lo più nel Mezzogiorno (80%). La principale causa di inattività è lo scoraggiamento.

MEDIAMENTE OCCUPABILI, NON IN CERCA DI LAVORO

Giovani inattivi ma disponibili a lavorare che hanno conseguito un titolo superiore alla terza media. C’è una percentuale di laureati molto più alta della media dei NEET. Quasi tutti italiani, tra i 20 e 29 anni, risiedono nel Mezzogiorno e sono in prevalenza donne. Più di un terzo si dichiara “in attesa d’iniziare un lavoro o non immediatamente disponibile”. Altri non cercano lavoro perché scoraggiati dallo scarto tra le loro competenze, spesso alte, e le opportunità di lavoro.

MEDIAMENTE OCCUPABILI, IN CERCA DI LAVORO

Quasi la metà è alla ricerca del primo lavoro, mentre il 34,8% è composto da ex occupati che hanno appena perso un lavoro e che si sono immediatamente attivati per cercarne un altro. Un terzo di loro è un disoccupato di lunga durata. Distribuiti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale e dotati di un livello d’istruzione più alto rispetto alla media, i membri di questo gruppo sono aumentati più rapidamente degli altri a causa delle crisi.

 

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