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Dove osano i computer

di Fabio Serenelli, ricercatore presso l’Università degli Studi Milano Bicocca e multimedia learning designer presso il Centro di Produzione Multimediale dell’ateneo

3 ottobre 2012

Diario di un lavoro di ricerca e sperimentazione nelle periferie della capitale dell’Uruguay, dove ogni studente ha avuto in dotazione un mini computer per studiare. Per tentare di capire il rapporto tra gioco e studio, libri e nuove tecnologie, il modo di imparare degli allievi grandi e di quelli piccoli. 

Sto visitando una classe del 3° anno di una scuola delle difficili periferie di Montevideo e durante l’intervallo mi avvicino a una bimba che è letteralmente incollata allo schermo del suo XO-Laptop. Sta giocando ipnotizzata con un videogame arcade degli anni Ottanta e osservandola bene mi rendo conto che: la bambina sta usando il suo laptop con sistema operativo Linux; all’interno del quale ha aperto una finestra con un’emulazione di Windows; all’interno della quale ha aperto una finestra con un’emulazione di una consolle Nintendo DS; all’interno della quale gira (lento) il videogame che ha scaricato da Internet; come si dice in gergo, il gioco è “craccato” (illegalmente).

Ho gli occhi sbarrati e balbetto la domanda più stupida che mi viene in mente: «Dove hai imparato a fare questo?». Lei risponde che è stata Lucìa, indicandomela con il ditino. Io corro da Lucìa e chiedo: «…e tu? Da chi hai imparato?». Lei mi dice che lo ha imparato da Anna, che a sua volta lo ha imparato da Ramon, che l’ha imparato da suo fratello più grande che fa la secondaria e ha scaricato un tutorial da Internet.

Bambini di una scuola primaria dell'Uruguay giocano con i loro laptop durante l'intervallo, improvvisando tornei di videogame. Foto: Miguel Rojol/AFP/Getty Images

Bambini di una scuola primaria dell’Uruguay giocano con i loro laptop durante l’intervallo, improvvisando tornei di videogame. Foto: Miguel Rojol/AFP/Getty Images

Oggi è uno dei miei ultimi giorni in Uruguay. Sono passati sei mesi, poi in un soffio altri sei. Tutti fuggiti troppo veloci tanto che la nostalgia si fa strada ancor prima dell’imminente partenza. Il cielo di questo pomeriggio di primavera è finalmente terso e mentre cammino con il sole a picco sulla testa provo a calcolare quante centinaia di autobus cigolanti ho preso durante quest’anno, mi chiedo quanti chilometri hanno consumato le mie scarpe correndo da una scuola all’altra, mentre mi perdevo tra i barrios della capitale.

Sono terribilmente in ritardo, smetto di camminare e corro tra le strade di Casavalle – il celebre Borro – un quartiere dove anche le forze di polizia entrano in punta di piedi perché si dice “non siano le benvenute.” Quello del Borro è un nome che a pronunciarlo a Montevideo suscita istantaneamente volti scuri e preoccupati oltre che una buona dose di pregiudizi ingiustificati.

Studenti dei primi anni alle prese con i loro computer durante l'intervallo. Foto: Fabio Serenelli

Studenti dei primi anni alle prese con i loro computer durante l’intervallo. Foto: Fabio Serenelli

Entro nel patio della scuola n. 321 e i bambini mi sciamano attorno incuriositi, tutti con grembiulino bianco, fiocco azzurro d’ordinanza e molti di loro portano a tracolla la ceibalita, il loro amato computer verde e bianco. La maestra Graziella mi accoglie con un abbraccio ma prima di iniziare a lavorare non mi posso sottrarre al rituale sociale del mate caliente con le altre profesoras. Graziella versa l’acqua bollente nella matera, un contenitore ricavato da una piccola zucca e ricolmo di erba mate, e me lo passa: bevo con una cannuccia metallica chiamata bombilla e il gusto amaro del mate mi sveglia il palato e la mente in un istante. Conversiamo disposti in cerchio mentre il mate passa di mano in mano creando un circuito di fiducia e condivisione.

Sto lavorando solo con scuole catalogate come contexto critico extremadamente desfavorable, ovvero l’ultima fascia in termini di indicatori socioeconomici e oggi sarò in una classe che anche qui è considerata “difficile”. In realtà è un gruppo di adolescenti vivaci, a tratti ribelli che scalpita perché è l’ultima settimana prima della fine dell’anno. Ma ciò che preoccupa le insegnanti è che i loro ragazzi sono al bivio del cosiddetto sexto grado: l’ultimo anno della scuola primaria dopo il quale alcuni inizieranno la secondaria mentre molti altri si incammineranno su una strada lastricata di precarietà e piccoli espedienti.

Ci siamo conosciuti la settimana scorsa per il primo test e si è instaurato un ottimo rapporto sia con Graziella che con la classe. Sette giorni prima ho centrato il bersaglio facendo capire che non sono con loro solo per raccogliere dati: non sono in Uruguay per “rubare” informazioni ai soggetti dei miei esperimenti e poi fuggire in Italia per scrivere ed eventualmente pubblicare qualche articolo.

Il mio obiettivo è un altro. Anch’io provengo da un quartiere difficile, per certi versi molto simile al Borro ed è per questo che, nel mio piccolo, cerco alternative alla formazione tradizionale: cerco soluzioni per un’educazione informale, agile, leggera ma efficace e adatta a chi una formazione superiore proprio non se la potrà permettere. Iniziamo subito il delayed-test, una prova di problem-solving sulle catene alimentari somministrata a sorpresa a distanza di una settimana dal primo incontro. Pare incredibile ma nessuno oppone resistenza e il gruppo è insolitamente veloce, diligente, attivo.

La didattica in classe realizzata con l'ausilio del computer. Foto: Fabio Serenelli

La didattica in classe realizzata con l’ausilio del computer. Foto: Fabio Serenelli

Ho la sensazione che le prestazioni dopo sette giorni possano essere addirittura migliori! Il primo a finire si avvicina e mi “sottrae” la dispensa infografica usata con altri studenti, un libretto a fumetti piuttosto attraente. Gli chiedo un parere, un punto di vista “estetico”, se gli piace, se preferisce l’attività con il computer oppure è meglio studiare sulla carta stampata. Finiscono anche gli altri e tutti mi chiedono di poter vedere il materiale. Poi accade qualcosa di non previsto: iniziano a sfogliare i libretti con fare distratto e finiscono per mettersi a studiare senza nemmeno accorgersene. Lo fanno senza nessuna spinta esterna.

Nel frattempo è calato un silenzio surreale, solo il suono del voltar di pagina; la maestra Graziella mi guarda stupita e apre le braccia a ventaglio. Poi li invita a cercare sul libro di testo le catene e le reti alimentari e a pagina 55 c’è uno schema complesso ma poco leggibile.

Alcuni ragazzi (ripetenti, solitamente apatici) si precipitano senza preavviso alla lavagna e a più mani iniziano a estrarre e a disegnare catene lineari dalla rete alimentare del libro. Addirittura mi fanno notare che lo schema contiene errori: «Alcune frecce sono sbagliate!». Sembrano quasi esaltati dalla loro consapevolezza: sanno cosa hanno appreso e sanno anche come usarlo. Sono commosso… La campanella mi salva: uno ad uno vengono a salutare, abbracciare, ringraziare! I ragazzi sfilano nel patio e mi invitano a giocare a pallone, ma la maestra Gabriela mi corre incontro e mi porta dritto nella sua aula con al seguito una banda di bimbi di 6/7 anni del 1° grado.

Quando prendono posto, Gabriela va alla lavagna e chiede: «Miguel, una vacca è un erbivoro, un carnivoro o un onnivoro?». E il bimbo risponde quasi scocciato: «Maestra… è un erbivoro, perché mangia l’erba!». Poi è il turno di Kimberly: «E l’uomo? È un onnivoro, un carnivoro o un erbivoro». E lei risponde: «Ma maestra… è un onnivoro perché mangia di tutto!».

Ho gli occhi spalancati e sono senza parole. Ultima domanda. «Cosa sono i funghi? produttori, consumatori o decompositori?» Joaquin risponde gridando per primo: «Decompositoriii!». Allora mi chiedo come sia possibile e le domando: «Gabriela, sei stata tu, vero? Hai tenuto una lezione sulla catena alimentare!». Lei sorride. Invece si avvicina Veronica (7 anni) e mi spiega che la settimana precedente avevano prestato il loro XO Laptop per l’esperimento dei compagni più grandi e questi hanno lasciato sui loro computer i multimedia interattivi sulla catena alimentare.

Veronica è tornata a casa e, trovato il nuovo learning-game, ha iniziato a giocare e a imparare in autonomia solo per il piacere di farlo. Joaquin orgogliosamente mi dice: «Io l’ho finito tre volte!». Come se stesse parlando di Super Mario Bros. Veronica aggiuge: «Troppo simpatico il prof Haragan! (il “prof. Pigro”, il tutor virtuale, ndr), la sua voce mi fa ridere!». E pensare che il materiale era pensato per pre-adolescenti… I bambini di primo grado si sono dimostrati delle vere “spugne”!

Ma la maestra ha in serbo per me l’ultima sorpresa, la più gradita: Edoardo è un piccolo e pestifero ripetente di quasi 8 anni al quale sono particolarmente affezionato. È intelligentissimo e scansafatiche, ma da mesi è entrato in un vero e proprio sciopero della scrittura. Proprio non ne vuole sapere di usare le matite colorate come i suoi compagni.

Però questa settimana li ha visti giocare con l’XO Laptop e il gioco della cadena alimenticia e ha capito che per giocare bisogna compilare un formulario con nome, cognome, classe ecc. Un altro piccolo miracolo del multimedia learning: Edoardo si è sbloccato attraverso la motivazione al gioco e ha ricominciato a scrivere con il suo computer partendo dal suo nome e poi, zitto zitto, ha fatto ricomparire gli esercizi anche sul suo quaderno di carta. Mentre dondolo sull’autobus che romba verso il centro sono turbato.

Foto: Fabio Serenelli

Penso ai detrattori dell’introduzione delle tecnologie a scuola e a chi sostiene che vi sia la volontà di contrapporre porre l’insegnante alle macchine. Sorrido e penso al racconto di Magda Pischetola, amica e collega che ha lavorato in Etiopia con il progetto OLPC. Raccontava di classi con 60 bambini e un solo maestro disperato.

Allora penso che nei contesti critici i maestri sono una risorsa preziosa ma scarsa e che la la tecnologia non può né deve sostituire nessun maestro semplicemente perché in molti casi il maestro non c’è. La situazione etiope non è comparabile con i barrios difficili di Montevideo o le classi europee, ma quando penso ai ragazzi del Borro, so solo che dopo il 6° anno molti si trasformeranno in drop-out, il tempo della scuola finirà con l’istruzione primaria e finirà il tempo dei maestri e delle loro cure.

E l’unico antidoto all’espulsione dal sistema formativo e alla condanna alla “scuola della strada”, sarà quello di stimolare e coltivare la loro pulsione all’autoformazione favorendo l’apprendimento continuo tra pari per fare in modo che questi ragazzi rimangano agganciati alle reti di sostegno dei compagni. Anche attraverso le tecnologie digitali.

Fabio Serenelli in visita a una "escuela special"; gli XO vengono usati anche dagli studenti disabili. Foto: Fabio Serenelli

Fabio Serenelli in visita a una “escuela special”; gli XO vengono usati anche dagli studenti disabili. Foto: Fabio Serenelli

Approfondimenti
La didattica multimediale nella scuola primaria: i risultati dei miei esperimenti

In Uruguay ad ogni bambino, ad ogni adolescente e ad ogni insegnante è stato dato un laptop per l’educazione attraverso il programma OLPC - One Laptop Per Child; per questo motivo l’ho scelto come laboratorio a cielo aperto per una ricerca sperimentale sull’uso delle tecnologie digitali con ragazzi che vivono in contesti di povertà relativa.

L’obbiettivo del mio lavoro è fornire indicazioni operative per scegliere quale tipo di multimedia adottare e come utilizzarlo al meglio in classe. Mi sono chiesto se per lo studio di contenuti scientifici esistano formati didattici più efficaci di altri e se è possibile migliorare l’esperienza in classe e al tempo stesso ridurre il carico cognitivo durante le attività.

Per scoprirlo ho coinvolto circa 360 ragazzi tra i 12 e i 14 anni e 16 maestri delle periferie di Montevideo per valutare l’efficacia e l’attrattività di diverse tipologie di materiali che spiegano la catena alimentare e i livelli trofici. Variando il learning setting di fruizione e il formato del contenuto didattico ho progettato 5 condizioni di apprendimento che sono state testate dividendo il campione in 5 gruppi sperimentali:

  • Gruppo 0 (gruppo di controllo): lezione classica frontale guidata dal maestro e supportata da una presentazione tipo PowerPoint
  • Gruppo 1: studio individuale di una dispensa cartacea a fumetti
  • Gruppo 2: studio individuale di un tutorial digitale “passo-passo” (con cuffie)
  • Gruppo 3: studio individuale con un learning-game (con cuffie)
  • Gruppo 4: studio in coppia con un learning game (computer e cuffie condivise)

I learning object sono stati realizzati incrementando progressivamente l’interattività del materiale e applicando diverse combinazioni dei principi della teoria cognitiva dell’apprendimento multimediale (R. E. Mayer) e dei principi di istruzioni distillati da David Merrill.

Dalla sperimentazione emerge che:

  • lo studio individuale di materiali cartacei (Gruppo 1) è fortemente sconsigliabile perché peggiora i livelli di performance in tutti i test (retention/comprehension/problem solving) e specialmente la capacità di risolvere problemi (-27% di risposte corrette rispetto al gruppo di controllo);
  • l’uso del computer, l’isolamento acustico con cuffie, il supporto audio e il controllo diretto del discente sul ritmo e sul contenuto influiscono positivamente sulla capacità di comprensione di concetti complessi. Infatti, i Gruppi 2 e 3 ottengono entrambi il 20% di riposte corrette in più rispetto al Gruppo 0;
  • un approccio ludico e interattivo consente una strutturazione più stabile degli schemi mentali. Nel test di problem solving somministrato dopo una settimana dallo studio in classe, il Gruppo 3 evidenzia un sorprendente +17% di risposte corrette rispetto al Gruppo 0;
  • infine lo studio cooperativo tra pari (Gruppo 4) porta a risultati paragonabili a quelli ottenuti con la guida di un adulto esperto ma le prestazioni sono più basse se comparate con i Gruppi 2 e 3.
One Laptop Per Child: un computer per ogni bambino

L’iniziativa OLPC sviluppa e distribuisce l’XO Laptop, il “computer portatile da 100 dollari”, per rivoluzionare il modo di educare dentro e fuori la scuola. Ad oggi ci sono più di 2,4 milioni di bambini, principalmente appartenenti a Paesi in via di sviluppo, che possiedono e utilizzano quotidianamente i computer didattici di OLPC.

Come sintetizza Walter Bender, che ne ha sviluppato la parte grafica, «One Laptop per Child […] vuole dare l’opportunità di apprendere ai bambini che non la possiedono. Riguarda dunque l’accesso e l’equità per fornire alla prossima generazione del terzo mondo un futuro luminoso ed aperto».

La principale critica che viene posta a OLPC è racchiusa in una domanda: perché i bambini del Sud del mondo dovrebbero aver bisogno di computer? La risposta è semplice: perché l’XO Laptop è uno strumento personale progettato per l’apprendimento che amplifica le facoltà cognitive, creative e comunicative in modo attivo e attraverso l’esperienza diretta.

COMMENTI / 2

  • matteo c

    Grazie Fabio per questa testimonianza, mi sembra autentica e il racconto vibrante. L’ho letta tutta d’un fiato con notevole piacere. Mi sembra che la tua esperienza richiami anche alla necessità di una continua verifica, osservazione dell’uso e delle pratiche didattiche. Cosa che troppo spesso ci si dimentica di fare e che invece dovrebbe essere alla base di qualsiasi ipotesi di tentativo di miglioramento della scuola. con e senza ICT.
    una domanda: ma il tuo lavoro lo pubblicherai? dove? tienici informati e nn mollare!!

  • Fabio Serenelli

    Caro Matteo il lavoro definitivo è in preparazione per un journal internazionale ma alcune cose sono già state pubblicate. Purtroppo in italiano ho davvero poco, sul mio sito trovi l’elenco di alcuni articoli:
    http://fabioserenelli.wordpress.com/publications/
    vi terrò informati e soprattutto non mollerò!
    grazie del sostegno
    :)