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Economia. I giovani, centri di gravità

di Luigi Campiglio, Professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano

17 febbraio 2013

I centri di gravità sociale sono i nuclei che consentono di comprendere e prevedere l’evoluzione delle epoche storiche, un po’ come accade per i pianeti, e il continuo gioco di attrazione fra la Terra e la Luna. Non è possibile comprendere la seconda metà del XX secolo senza riconoscere almeno due grandi centri di gravità: la generazione del baby-boom e le donne.

La generazione del baby-boom, cioè i nati dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta, ha segnato e trasformato modi di vivere e consuetudini in tutto il mondo; le donne, la cosiddetta metà del cielo, in gran parte nascosta fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con il riconoscimento del suffragio universale e la crescente domanda di parità con gli uomini, hanno trasformato il mondo nel giro di pochi decenni. La generazione del baby-boom e le donne sono state i due centri di gravità senza i quali non è possibile comprendere il secolo che sta a cavallo fra la metà del XX e il XXI secolo. La domanda oggi è quali possano essere i centri di gravità intorno a cui ruoterà la vita sociale ed economica del XXI secolo. Per il momento possiamo formulare solo alcune congetture. E il nuovo centro di gravità potrebbe essere legato proprio ai giovani, pur essendo la loro proporzione sulla futura popolazione mondiale destinata a diminuire.

L’Italia, in questo senso, sta anticipando i problemi di un mondo che verrà e avrebbe perciò le potenzialità per diventare un laboratorio sociale. Le difficoltà economiche e sociali dei giovani nel nostro Paese non li pongono, apparentemente, al centro dei processi sociali, non ne fanno cioè un centro di gravità. L’Italia è un paese dal quale molti giovani emigrano, mentre altri giovani stranieri arrivano per colmare il loro vuoto. In realtà occorre guardare più a fondo. In primo luogo ciò che avviene per l’Italia non può avvenire per l’intera Europa e ancora meno per il mondo intero, perché per molti fenomeni sociali ciò che è possibile a livello locale è impossibile a livello complessivo. In secondo luogo siamo di fronte a un apparente paradosso, perché quando vi è una risorsa scarsa e in diminuzione, di regola, il suo valore economico e sociale aumenta rapidamente, mentre nel caso dei giovani sembra verificarsi il contrario: il loro valore economico diminuisce, sia come reddito sia come prospettive. È un paradosso insostenibile.

VERSO UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

Il fenomeno dei giovani italiani che emigrano e dei giovani stranieri che arrivano ci suggerisce la chiave interpretativa: il problema italiano è il suo modello di sviluppo, inadeguato per qualità e dimensione ad assorbire il potenziale di conoscenza e innovazione dell’attuale generazione di giovani. Questi sono i motivi per cui i giovani rappresentano il fondamentale centro di gravità economico e sociale, in Italia, in Europa e nel mondo.

Tuttavia sono un centro di gravità ancora oscurato ed è invece urgente che possano venire in piena luce. Oggi al centro del dibattito c’è il tema di un nuovo modello di sviluppo e della sua natura. Lo impongono il processo di globalizzazione e la stabilizzazione della crescita demografica. Le proiezioni demografiche evidenziano con chiarezza che lo sviluppo economico ha disinnescato la bomba demografica e che la popolazione mondiale tenderà a stabilizzarsi intorno ai 10 miliardi di abitanti, seppure con profondi squilibri fra regioni del mondo in declino e regioni ancora in crescita.

L’Europa e la Cina sono le due grandi aree in cui il declino demografico sarà più accentuato. In Europa per ragioni economiche e culturali, in Cina come conseguenza della politica del figlio unico, adottata nel 1979 da Deng Xiao Ping, che è alla radice dell’eccezionale espansione della Cina, accelerata dal suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. In Cina ancora per circa 20 anni la percentuale di popolazione in età da lavoro e con un carico familiare ridotto, sia di bambini sia di anziani, sarà eccezionalmente elevata. Poi la situazione cambierà rapidamente e il posto della Cina verrà preso dall’India.

Il declino europeo già oggi si accompagna a una crescente pressione migratoria e il rimescolamento di colori e culture che ha caratterizzato l’ultimo decennio continuerà a crescere, in Europa come negli Stati Uniti, dove la componente ispanica ha ormai un ruolo decisivo nel sostenere la crescita economica. In questo quadro di grande rimescolamento sociale a livello mondiale, di stabilizzazione demografica a livelli comunque elevati, con una crescente pressione di domanda sulle risorse mondiali di materie prime, i giovani come nucleo più vitale, ma anche più innovativo – se istruiti e creativi – rappresentano necessariamente il centro di gravità di un nuovo processo di sviluppo.

Se vogliamo disegnare un mondo nel quale le guerre siano l’eccezione e non più la regola è indispensabile che i conflitti per il dominio sulle risorse naturali, a partire dal cibo e dalle risorse naturali, trovino la soluzione nell’abbondanza, attraverso innovazioni e riduzione degli sprechi, per consentire una vita degna a 10 miliardi di persone.

La gestione e valorizzazione dei “beni comuni” richiede istituzioni nuove e una rivitalizzazione di quelle esistenti. L’innovazione è il dominio di menti fresche e vitali che in futuro, come già è avvenuto nel passato, trovino modi nuovi per risparmiare risorse, eliminare gli sprechi e avviare un nuovo processo di sviluppo. Così come il XX secolo è stato plasmato dall’automobile e da tutte le infrastrutture a esse collegate, il XXI secolo può soddisfare il medesimo insopprimibile bisogno di libertà e movimento del genere umano, utilizzando nuove e sempre più efficienti fonti di energia alternative al petrolio.

La transizione verso una stabilizzazione demografica significherà un periodo di qualche decennio di forti cambiamenti, flussi migratori di lavoratori e imprese, la riorganizzazione geopolitica delle grandi aree economiche, ma soprattutto un mondo nuovo rispetto a quello che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli, dal decollo della rivoluzione industriale.

UNA SITUAZIONE NUOVA

Il punto centrale è che il funzionamento dell’economia e della società in una situazione di stato stazionario rappresenta un fatto storicamente nuovo, ma questo è ciò a cui ci stiamo avvicinando a grandi passi, avendo alle spalle gli straordinari successi conseguiti nei due secoli passati.

Pochi oggi saprebbero immaginare una vita quotidiana illuminata dalla luce delle candele, anziché dall’elettricità, dall’assenza di sistema di riscaldamento delle abitazioni o di servizi igienici per ogni famiglia, dalla possibilità di comunicare per telefono viaggiando in auto o sulla metropolitana: per i nostri padri questo mondo era una fantasia difficile da immaginare.

Una transizione “felice” significa creare le condizioni per cui tutto ciò avvenga anche per l’attuale generazione, con il vincolo di una popolazione stazionaria e una nuova attenzione all’ambiente naturale e le risorse. Una di queste condizioni è una “rivoluzione culturale” che riporti l’umanità presente a valori del passato, a riscoprire il mondo non per motivi economici, ma per la curiosità umana o per la necessità di soddisfare un bisogno intenso, come ridurre la fatica.

La stima sociale, l’empatia umana per le sofferenze degli altri, il piacere di scoprire relazioni nuove, nel passato ha spinto l’uomo – spesso in modo casuale – verso i passi più giganteschi nel progresso della conoscenza, di cui il riconoscimento economico era la conseguenza e non l’obiettivo centrale. I successi dell’economia capitalistica hanno rovesciato questo paradigma ponendo al centro l’impresa e il risultato economico, ma anche questo quadro sta cambiando.

Oggi sono apprezzate le imprese che dimostrano una responsabilità sociale e il loro successo dipende in modo centrale da questo: la mancanza di rispetto per i lavoratori e l’ambiente è una macchia per i bilanci e toglie credibilità. La transizione non è quindi una pura distruzione del passato ma una metamorfosi di cui i giovani rappresentano il centro di gravità, lo spirito vitale che può evitare a Gregor Samsa uno spiacevole risveglio e garantire a noi una metamorfosi felice.

INFOGRAFICA

Scarica il PDF dell’infografica “Così la crisi colpisce i giovani italiani”.

 

Approfondimenti
Quei disastri della finanza mondiale

Uno degli argomenti di cui più si è discusso durante questa crisi economica è l’influenza che ha avuto il sistema finanziario nel generare la valanga che ha poi travolto i sistemi economici di buona parte del mondo.

L’importanza dell’economia finanziaria è cresciuta in modo esponenziale nell’ultimo decennio e il suo modo di contagiare le grandezze reali dell’economia è uno dei meccanismi meno chiari, tra tutte le oscurità che l’economia conserva. Marcello De Cecco è professore di Storia della finanza alla Scuola Superiore Normale di Pisa ed è un ottimo divulgatore.

È capace di tracciare con grande chiarezza non solo l’evoluzione della finanza e della sua importanza, ma anche il modo in cui gli strumenti finanziari arrivino a costituire una rete, un sistema che può apparire incestuoso e certamente pericoloso per cui, proprio come è capitato, la caduta di un pezzo rischia di trascinare con sé anche tutti gli altri, l’accorciarsi di un braccio della rete può sbilanciare tutto il sistema e avere effetti pesantissimi.

Vale la pena leggere la sua lectio magistralis pronunciata nel 2008 che risulta chiarissima anche a chi dell’economia non conosce il funzionamento.

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