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Economia. Tra precarietà e risposte fuori dal coro

di Andrea Fumagalli, Professore di Economia politica all’Università di Pavia

17 febbraio 2013

Siamo da quattro anni in crisi economica, la peggiore crisi dagli inizi del Novecento, superiore, oramai, per intensità e durata alla grande crisi degli anni Trenta del secolo scorso. Gli effetti sul mercato del lavoro e in particolare sulla nuova generazione cominciano a farsi sentire.

Il peana dei media cerca, inutilmente, di addolcire la pillola tra parole di conforto e di pietà, raccontando numerosi casi di giovani (e meno giovani) che cercano in qualche modo di districarsi e sopravvivere nella miseria quotidiana (non passa giorno che in qualche programma televisivo non venga riproposto il “racconto della sfiga”) e parole di reprimenda contro il supposto lassismo delle nuove generazioni poco disponibili al sacrificio e a rimboccarsi le maniche di fronte alle avversità (fannulloni, bamboccioni ecc.).

Mayday Parade, il Primo maggio dei lavoratori precari organizzato ogni anno a Milano

IL FENOMENO DEI GIOVANI NEET

È un fenomeno sociale relativamente recente ed è un indicatore del deterioramento del mercato del lavoro negli ultimi due anni. In Europa, tra il 2008 e il 2011 la disoccupazione giovanile è aumentata di 7,8 milioni a livello globale, rispetto a un incremento complessivo del numero di disoccupati di 28,9 milioni (dati ILO).

Inoltre, la nuova fase recessiva che si sta verificando all’indomani del biennio di recessione (2008-2009) rischia di produrre preoccupanti effetti di lungo periodo sulle dinamiche del mercato del lavoro giovanile. In primo luogo, molto probabilmente porta a ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani e a prolungare la permanenza nel periodo di istruzione anche di quelli meno inclini agli studi.

“Le persone giovani sono più vulnerabili in tempo di crisi. L’esistenza di molte tipologie contrattuali atipiche e precarie, rendono i giovani meno competitivi sul mercato del lavoro”

In secondo luogo, le deboli condizioni economiche potrebbero rendere difficile il periodo di transizione dall’istruzione al mercato del lavoro, con il rischio che un maggior numero di giovani rimanga intrappolato in più lunghi periodi di disoccupazione e in lavori precari e mal remunerati (trappola della precarietà). Infine, le riforme, che, in base a una logica di austerity e dettate dalla necessità di fare “cassa” (sicuramente non a favore di chi è maggiormente colpito dalla crisi), hanno interessato il sistema previdenziale in molti Paesi europei, hanno portato un aumento dell’età pensionabile, e, di conseguenza, hanno ristretto i già carenti spazi di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, riducendo il turnover generazionale. Le persone giovani sono, quindi, più vulnerabili in tempo di crisi.

L’esistenza di molte tipologie contrattuali atipiche e precarie, dove la possibilità di sviluppare processi di apprendimento sono assai scarse proprio per l’intermittenza lavorativa, rendono i giovani meno competitivi sul mercato del lavoro. Inoltre, l’inesperienza in termini di ricerca di lavoro e limitate risorse finanziarie costringono i giovani a dover contare sulla famiglia di origine (qualora disponibile) durante il periodo di ricerca di lavoro.

Questi fattori di vulnerabilità caratterizzano la popolazione giovanile indipendentemente dalla fase del ciclo economico, sebbene lo svantaggio giovanile tenda ad acuirsi in periodi di recessione. Altresì, l’intensità dell’impatto della crisi sul mercato del lavoro giovanile varia in misura significativa con il contesto socio-economico e le risposte di politica economica dei diversi Paesi.

All’interno dell’Unione europea, per esempio, ci sono Paesi come la Francia e l’Italia dove attualmente quasi un giovane su tre è disoccupato, oppure la Spagna dove più del 40% di loro è senza lavoro. Secondo i dati raccolti nel Rapporto sul mercato del lavoro 2010-11 del CNEL, in Italia il fenomeno dei NEET è «particolarmente diffuso tra i “giovani-adulti” (25-30 anni), più che tra i “giovani-giovani” (15-24 anni)».

I più giovani, infatti, sono prevalentemente impegnati ancora nel percorso scolastico, la cui durata è aumentata (non solo perché è stato innalzato l’obbligo scolastico, ma anche perché c’è una crescente propensione a una maggiore scolarità). È invece tra le fasce di età successive che si osserva il problema dell’inse- rimento nel mercato del lavoro, giacché la mag- gioranza di questi ha concluso il proprio per- corso di studi.

Mentre i giovani tra i 15 e i 24 hanno un’incidenza di NEET di meno del 18%, i giovani-adulti (tra i 25 e i 30 anni) hanno un tasso dieci punti percentuali più elevato. La maggioranza dei NEET sono inattivi, ma colpi- sce l’elevata percentuale di giovani disoccupati di lunga durata rispetto a quelli di breve dura- ta.

La percentuale dei giovani NEET aumenta quindi con l’età: la causa non è semplicemente spiegabile dalla percentuale di disoccupati e degli inattivi scoraggiati o marginalmente attaccati al mercato del lavoro, che rappresentano una quota sostanzialmente costante del complesso dei giovani dopo i 20 anni. Ciò che è invece degno di nota è la quota di inattivi completamente uscita dal mercato del lavoro che aumenta al crescere dell’età.

Mayday Parade, il Primo maggio dei lavoratori precari organizzato ogni anno a Milano

I giovani in questa condizione (circa 30.000 persone) rappresentano circa il 6% dei ventenni, ma tra i giovani-adulti il loro peso sale al 10% circa, e in valore assoluto il loro numero tra i trentenni è quasi il doppio di quanto osservato tra i più giovani. Il fenomeno della crescita con l’età dei giovani che si dichiarano ormai distaccati dal mercato del lavoro rappresenta – al pari degli scoraggiati – un’altra anomalia del mercato del lavoro in Italia.

Viene pertanto spontaneo chiedersi se questo fenomeno non sia la conseguenza di lunghi periodi di mancanza di occasioni di lavoro che alla fine scoraggia in modo definitivo dal cercare e dal rendersi disponibile per qualsiasi tipo di attività lavorativa, o che può spingere a entrare nell’economia sommersa. Di fatto in Italia siamo in presenza di una vera e propria trappola della precarietà. Dopo anni di peana mediatici a favore della flessibilità contro una presunta rigidità del lavoro che penalizzava – secondo i media dominanti e servili – soprattutto le giovani generazioni, ci troviamo ora in una situazione in cui, in assenza di qualsiasi struttura di welfare diretto (a quando un reddito minimo garantito in Italia?), la flessibilità si è tragicamente trasformata in precarietà, ricatto, invisibilità, povertà crescente, subordinazione, fuga dei cervelli.

Non c’è che dire, un ottimo risultato di 10-15 anni di politiche demagogiche del lavoro, condotte da governi di diverso segno e da sindacati compiacenti! A fronte di questa situazione, negli ultimi anni si sono però manifestati segnali opposti, segnali volti a evidenziare il sorgere di forme autonome di contrasto alla precarietà pur all’interno della precarietà stessa, come dimostrano le manifestazioni per il Primo maggio dei precari, la nascita di San Precario e della stilista Serpica Naro.

 

Approfondimenti
San Precario, proteggici tu

San Precario è il patrono dei precari e delle precarie e rappresenta la loro intelligenza. San Precario è una mirabolante creazione precaria, un’espressione libera e indipendente da ogni partito e sindacato. L’idea del santo è sorta durante un’assemblea dei lavoratori precari a Trento il 18 gennaio 2004; poi è stata declinata dal collettivo di Milano Chainworkers insieme ai lavoratori del Comune di Milano, dell’Auchan, del Piccolo Teatro e da fratelli e sorelle sparsi per tutta Italia.

San Precario è nato e apparso per la prima volta la domenica del 29 febbraio 2004 in un Ipercoop di Milano, ma la sua definitiva consacrazione è avvenuta durante l’Euromayday, la manifestazione del Primo maggio precario che da più di dieci anni porta in piazza i precari d’Europa. Lì il santo ha aperto un corteo festoso composto da centomila precarie e precari. Da allora è stato usato, moltiplicato e santificato da decine di gruppi di lavoratori, ha sbancato in rete, è sceso in piazza in tutta Italia, ha protetto i suoi fedeli e fatto tremare i loro sfruttatori.

San Precario è l’icona pop della generazione precaria. Da alcuni è temuto, da molti venerato. Il suo santino è il più diffuso nei portafogli dei precari. San Precario è il protettore di chi lavora per un sottosalario, di chi soffre le conseguenze di un reddito intermittente ed è schiacciato da un futuro incerto che ci accomuna tutti: commessa e programmatore, operaio e ricercatrice. San Precario è irriverente, beffardo e offensivo, e poi è anche bisestile, visto che è nato il 29 febbraio.

Guarda il video di Andrea Fumagalli che racconta la nascita di San Precario.

 

Serpica Naro: alta moda in forma precaria

Serpica Naro si impone a livello mediatico internazionale durante la Settimana della Moda del febbraio 2005. Residente a Tokio, Serpica Naro è una giovane designer anglonipponica, che grazie a un profilo seducente e trasgressivo, non fatica a essere inclusa nel calendario della più ambita vetrina modaiola italiana.

Laureata al Bunka Fashion College, conquista gli addetti ai lavori per la scelta di tessuti high tech, di avveniristiche tecniche di taglio che contemplano l’invenzione del mascheramento, e per l’uso spregiudicato di tessuti rifrangenti e fasciature nelle collezioni moda. Ma il vero potenziale di Serpica Naro è la sua vita di trasgressione vissuta a cavallo tra Londra e Tokyo, il legame viscerale con l’underground.

Alla vigilia di febbraio, il suo nome non conosce confini: Giappone, Corea, Hong Kong. La Settimana della Moda comincia, i riflettori si accendono. E Serpica Naro, carnefice e vittima della sua indole irriverente, incarnazione dell’immaginario del lusso e della lussuria più sfrenata, non resiste e continua a far parlare di sé.

Tenta prima di affittare uno dei più importanti centri sociali milanesi per la sua sfilata, pretendendo un ambiente suburbano adeguato alla sua collezione, e successivamente lancia negli ambienti omosessuali un appello di reclutamento di persone affette dal virus dell’HIV per fungere da mannequin. E Milano si scalda, perché centri sociali e movimenti gay annunciano un’agguerrita manifestazione per impedire a questa icona di un’industria del lusso disumana e arrogante, di sfilare impossessandosi dell’esistenza e dell’essenza umana per renderla mostra e spettacolo. Esplodono azioni di protesta contestualmente alle sfilate di Prada e di Laura Bagiotti.

Ma Serpica Naro in realtà non esiste. Il nome dell’inesistente stilista è l’anagramma di San Precario, il falso protettore dei lavoratori precari inventato un anno prima dagli attivisti della crew Chainworkers. Esiste tuttavia la sua collezione di abiti, che viene presentata con tanto di approvazione della Camera della Moda. Sulle passerelle, otto applauditissimi modelli che rappresentano con sarcasmo alcuni aspetti della precarietà: abiti che nascondono la maternità per non essere licenziate, gonne anti-mano morta piene di trappole per topi, minigonne sexy per fare carriera più in fretta, abiti da sposa per donne senza cittadinanza italiana, tute da lavoro che nascondono il pigiama, per essere sempre pronti a lavorare notte e giorno; abiti double face per chi fa due lavori e quelli antistress per quando sei sfinito dalla fatica, le magliette con il numero dei giorni che mancano al licenziamento.

Guarda il video sulla collezione di Serpica Naro.

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