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Edilizia. La sostenibilità in architettura

23 marzo 2012

Il termine “sostenibilità” fa la sua prima comparsa nel 1987, in un rapporto dell’ONU significativamente intitolato Our Common Future, che additava la necessità di un modello di sviluppo capace di soddisfare “i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Quanto in ogni campo questa indicazione abbia faticato ad imporsi misuriamo  facilmente a distanza di un quarto di secolo, tuttavia a partire da quel momento la questione ambientale ed energetica si affaccia  più decisamente nel discorso politico.

Benché alcuni progettisti già dagli anni Cinquanta avessero avviato sporadiche sperimentazioni, è con gli anni Novanta che il  mondo dell’architettura (professionisti e committenti) comincia a sensibilizzarsi al tema. Obiettivi come risparmio energetico, utilizzo di energie alternative, impiego di materiali eco-compatibili, recupero di tecniche costruttive tradizionali, entrano da allora nei ragionamenti di progetto e, almeno parzialmente, nei bandi di concorso, incentivati sia da una legislazione più attenta sia dall’adesione ai principi della sostenibilità di grandi architetti internazionalmente noti, in particolare Norman Foster e Renzo Piano che ne testano la validità anche in tipologie come i grattacieli, assai dispendiose dal punto di vista energetico.

Soggetto centrale rimane comunque la casa, per la sua rilevanza sociale e perché la piccola scala consente di verificare più agevolmente l’idoneità delle soluzioni individuate e il livello di comfort raggiunto. Con la collaborazione di scienziati e ambientalisti vengono ideati rivestimenti in grado di favorire l’assorbimento e la canalizzazione della radiazione solare. Dalla fine degli anni Ottanta si conducono ricerche –soprattutto nei paesi nordici- sui cosiddetti edifici passivi, autosufficienti dal punto di vista energetico, curando l’orientamento dell’abitazione, l’isolamento termico e la scelta di forme compatte che maggiormente evitano la dispersione del calore. Altre ricerche si concentrano sulla progettazione di case a energia zero (ZEB, Zero Energy Buiding) in cui il bilancio tra acquisto e produzione di energia, grazie anche ai pannelli fotovoltaici per l’elettricità è pari a zero. L’edilizia europea dal 2019 dovrà uniformarsi per legge alle caratteristiche ZEB.

Ma il cammino verso un’ architettura davvero sostenibile è ancora assai lungo. In Europa, per esempio, il settore industriale delle costruzioni determina secondo molti studiosi il più forte impatto ambientale e, aldilà della realizzazione di singoli casi ‘virtuosi’, razionalizzarlo implica il coinvolgimento del sistema edilizio nel suo complesso. Tra gli elementi in gioco, oltre alle strategie tecniche e costruttive figurano l’analisi delle condizioni climatiche e delle risorse presenti nel territorio (qui torna alla ribalta il patrimonio di saperi dell’architettura tradizionale o vernacolare), la produzione, trasferimento e smaltimento dei materiali, il controllo degli scarti di lavorazione, il riciclo dei vecchi edifici, la gestione consapevole dell’energia da parte degli utilizzatori, il trattamento dei rifiuti, il potenziamento dei trasporti pubblici ecc.

Sperimentazioni ad una  scala maggiore, quella del quartiere cittadino, divengono dunque assai importanti, perché aiutano a mettere a fuoco la serie di problemi che una riorganizzazione efficace comporta.

Gli insediamenti del rione friburghese di  Vauban, in Germania (2001) e di BedZED (Beddington Zero Energy Development, 2002) a sud di Londra, proprio in questa prospettiva suscitano oggi molto interesse e stanno aprendo la strada alla costituzione di nuclei urbani di nuova generazione.

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