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Filosofia. L’immagine svela il reale

di Elio Franzini, Professore di Estetica all'Università degli Studi di Milano

10 ottobre 2012

La rappresentazione del mondo è tutt’altro che una mera ripresentazione del reale. Ne afferra invece il valore espressivo e diventa capacità di ordinare il visibile e organizzare l’esperienza.

È indubitabile, e forse del tutto banale, partire dal presupposto che il rapporto tra l’occhio e l’immagine abbia una storia ed ogni epoca, di conseguenza, un concetto teorico di immagine, con le sue molteplici valorizzazioni mitiche, magiche, culturali, religiose o artistiche, diverso da tutte le altre.

Ugualmente vero, ed ugualmente banale, che il senso dell’immagine, e il nostro rapporto sia ottico sia spirituale con essa, con la sua “visibilità” e con i suoi substrati “invisibili”, si sia modificato nel tempo, subendo tutte le conseguenze delle molteplici e successive scoperte tecnologiche: la velocità di un treno, un obbiettivo fotografico, la visione dall’alto da un aereo, le immagini cinematografiche, il colore di Cézanne o i bianchi di Mallarmé, l’orgia visuale dei nostri tempi massmediatici hanno modificato, probabilmente arricchito, le nostre possibilità visive, ne hanno a volte sviluppato le potenzialità qualitative. Definire l’immagine in modo generico, come segno delle cose che può conservarsi senza la loro presenza, ha dunque poco senso se non si connette tale definizione alle tradizioni di pensiero nelle quali si è articolata: da Aristotele a Tommaso d’Aquino, da Kant ai Romantici sino a Hegel e alla nostra contemporaneità, l’immagine, e la sua facoltà produttiva, cioè l’immaginazione, giocano sempre sul piano di questa presenza-assenza, che può aprire illimitate prospettive.

“L’immagine nasce radicandosi nella nostra memoria, nell’esperienza stessa della nostra vita quando affronta il problema della assenza”

La storia filosofica dell’immagine deve dunque sempre confrontarsi con la consapevolezza che l’esperienza del mondo, ai suoi vari gradi, si articola in modalità che possono venire descritte senza cedere al relativismo storico, muovendosi piuttosto verso la consapevolezza che la variazione ha spessore e senso filosofico se, e solo se, ha come sfondo una identità comune. Le immagini con cui il mondo ci appare, e con cui disegniamo la nostra storia, non sono né configurazioni che agiscono in base a immutabili principi né un fluire di contingenze che hanno senso solo all’interno di specifiche “contestualizzazioni”: lo sguardo che descrive ha un senso strutturale che articola la sua forma essenziale in atti correlati alle caratteristiche intrinseche, alle qualità e ai valori, che gli oggetti e le epoche sanno dispiegare. In queste differenze storiche, si può dunque individuare un filo rosso teorico, che coglie nell’immagine non semplicemente una “riproduzione” del reale, bensì una rappresentazione che ne afferra il valore espressivo: immagine, cose e sguardo non sono variabili impazzite bensì, nel loro coordinarsi percettivo, un modo privilegiato per comprendere la fenomenicità del reale, il suo essere per noi.

Originano un sapere in cui l’immagine non è la ripetizione delle cose ma il luogo, e il tempo, in cui ne manifesta il senso espressivo, liberandolo, come scrive Cassirer, da tutte le determinazioni semplicemente fortuite e accidentali, afferrandone così il punto focale. L’immagine, dunque, non solo non è una derealizzazione, bensì si pone come punto di avvio per esibire il senso simbolico, espressivo e spirituale della percezione, per comprendere, infine, che dietro di essa si cela un potere che in vari modi media la relazione conoscitiva tra uno sguardo che afferra e un insieme di qualità oggettuali che vengono apprese. Si tratta infatti di svelare quella che Kant chiamava “arte nascosta” nelle pieghe del più profondo animo umano, in virtù della quale le immagini si trasformano in schemi e simboli del nostro conoscere, in funzioni di sapere che, pur attraverso rappresentazioni, ma, per così dire, “al di là” di esse, sono il loro “non so che”, capace di superarne i limiti mimetici e memorativi.

La tradizione filosofica insegna dunque che il processo che produce le immagini è un percorso complesso, sempre connesso all’attività del nostro sguardo: guardare non è passiva ricettività, bensì capacità di ordinare il visibile e organizzare l’esperienza. L’immagine nasce radicandosi nella nostra memoria, nell’esperienza stessa della nostra vita quando affronta il problema della “assenza”. L’imago, infatti, è nell’antichità la maschera funebre: e questo suo legame con la morte trapassa dalla classicità al mondo cristiano, contribuendo in modo rilevante al determinarsi della sua natura concettuale. Difendere la morte attraverso le immagini significa voler preservare la memoria, dunque un’identità storica e culturale, in virtù della quale si cercano modi figurali per intrappolare il tempo nello spazio, nella forma definita di un’immagine rappresentata.

La rappresentazione è allora il tempo-spazio grazie al quale si rende presente l’assente: non sul piano magico dell’evocazione, ma su quello della vera e propria sostituzione oggettuale. In questo modo le immagini, sin dall’origine del pensiero occidentale, nel loro porsi come rappresentazioni che ondeggiano tra morte e memoria, assumono un decisivo valore simbolico: perché la rappresentazione, lungi dall’esaurirsi in una mera ripresentazione del reale, rivela pieghe e allusioni immaginative che si sono articolate e realizzate in forme diverse, artistiche o meno.

Le immagini, simboli ontologici o simulacri che siano, portano così non su orizzonti assoluti bensì sui processi stessi che le generano: le ipotesi e le soluzioni che si delineano in questi percorsi sono forse equivalenti sul piano antropologico poiché tutti quanti manifestano e attestano il “bisogno di immagini” che lega la vita e la morte. Ma al loro interno si rivela anche un compito teorico da svolgere, salvaguardare cioè il senso estetico, sensibile, simbolico dell’immagine e, con esso, il percorso formale e formativo che rende l’immagine un contenuto di senso, la traccia visibile di un’attività spirituale, energetica, passionale, di una temporalità che non perde il proprio senso storico e produttivo traducendosi in porzioni finite di spazio.

Quando si parla di immagine, immaginazione o fantasia si incrociano dunque vari sensi stratificati nella storia del pensiero: il ruolo conoscitivo dell’immagine rappresentativa, degli oggetti iconici, delle immagini mentali (e via discorrendo), delle immagini che circondano e integrano gli atti della percezione e del ricordo si accosta o sovrappone a significati simbolici, metaforici, allegorici, radicati nei miti, nei riti, nei meandri delle manifestazioni del sacro.

L’immagine può dunque essere, al tempo stesso, la traccia mimetica di un ricordo o di una percezione, l’indeterminazione temporale di una fiaba o la concretizzazione di uno sguardo che induce a muoversi verso le prospettive di utopia, verso i misteri e i tesori di mondi possibili.

Approfondimenti
Virtuale e reale

Nel linguaggio corrente, almeno fino a non molti anni fa, il termine virtuale veniva utilizzato in opposizione al termine reale, ad indicare qualcosa che si collocava a mezza strada fra il falso e l’immaginario, l’illusorio. A partire dalla fine degli anni 80 tuttavia, con la comparsa dell’era digitale, il suo valore semantico ha subito una rotazione, fino a mutare il proprio senso e a qualificare una realtà certamente esistente anche se immateriale, priva di una concreta consistenza, come per esempio lo spazio del videogioco o la comunità di un blog.

Si tratta di una drastica correzione di rotta, sulla quale si è aperto un accesissimo dibattito che può essere interessante conoscere se non altro nelle linee generali. Segnaliamo due testi non recenti che hanno però il pregio di far riflettere, mettendo a fuoco la problematicità di questa parola-concetto e svelando salutarmente – in una lettura parallela – i punti deboli delle posizioni antagoniste.

Ne Il virtuale (Raffaello Cortina editore, 1997), Pierre Levy, filosofo e studioso di tecnologie informatiche, sostiene che il processo della virtualizzazione è il processo creativo per eccellenza, attraverso cui si è evoluta e continuamente si evolve la specie umana e che la digitalizzazione ne è la modalità attuale. P

aul Virilio, anch’egli filosofo e urbanista, autore de La bomba informatica (Raffaello Cortina editore, 2000), mette invece in luce le conseguenze potenzialmente catastrofiche della rivoluzione telematica, conducendo una feroce requisitoria contro la perdita di soggettività, di punti di riferimento nello spazio reale, e la minaccia all’identità personale che essa è in grado di generare per il suo potere di suggestione e condizionamento. (MLR).