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Filosofia. Senza vera formazione non c’è nemmeno futuro

di Carlo Sini, Professore emerito di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Milano

17 febbraio 2013

La percezione originaria del tempo ha natura ritmica. Può aiutarci a comprendere questo fatto originario l’espressione di Alfred North Whitehead: «Eccolo di nuovo». Per esempio, ecco di nuovo il sole, ecco di nuovo la luna ecc.

L’espressione è profondamente ambigua, in quanto allude a due aspetti concorrenti e insieme opposti: dice che qualcosa è al tempo stesso (notate che mi viene spontaneo dire “al tempo stesso”) la medesima cosa e non la medesima. Ecco qualcosa di vecchio che insieme è nuovo.

“Nel nostro futuro sta un passato più articolato e ricco, un passato che altre umanità non hanno saputo di avere”

Già qui si giocano tutti gli enigmi tradizionali del tempo: che il passato è non essendo più; che il futuro è non essendo ancora; che il presente è il non essere assoluto, perché, non appena fosse, sarebbe passato e se non fosse ancora passato, sarebbe solo futuro. Infatti nel presente accade quella ambiguità che nominavamo poco fa: che c’è qualcosa di già stato che però è nel contempo una prima volta, qualcosa di nuovo che non è stato mai. Sfuggente e ambiguo non è dunque il futuro soltanto, ma tutto intero il tempo. Diciamo che qui accade infatti l’esperienza antropologica fondamentale.

Qualcosa deve essere presupposto come costante per poter misurare, a partire da esso, il mutamento. Questo qualcosa può, per esempio, nascere nel sogno (una umanità primitiva sogna nella notte il sorgere della luce del sole e l’uscita dalla angoscia dei fantasmi not- turni) e l’immagine di sogno può tradursi poi in un segno, per esem- pio un grido. Ecco che questa protesi esosomatica (il grido che ri- suona là fuori per tutti, associato al ritorno del sole osservato da tutti) costituisce il primo segno temporale, la prima traccia che può tradurre l’esperienza generica dell’“eccolo di nuovo” in ciò che Aristotele definiva “numero del movimento”: il tempo, appunto, esteriorizzato e tradotto in una successione di tacche numerabili (un giorno, due giorni, la settimana, il mese, l’anno).

Va da sé che questa tempografia, mentre innesca la possibilità di annotare il passato, insieme genera l’attesa del futuro, con tutte le coloriture psicologiche possibili, a partire dalla certezza generica della morte e dalla incertezza inquietante del suo quando. È noto che la percezione del tempo non coincide con la sua misura oggettiva. Lungo è il tempo dell’attesa, lunghissimo il tempo del dolore, brevissimo quello della gioia e così via. Il futuro risente particolarmente, per la sua natura di attesa, delle modificazioni psicologiche. Da giovani si ha la sensazione di disporre di un tempo infinito; da vecchi il futuro sempre più si chiude, il suo orizzonte estremo si avvicina minaccioso.

“Ogni essere umano deve disporre delle occasioni necessarie a diventare umano”

Non vi è più molto da aspettarsi, non ci sono modificazioni possibili, esperienze radicalmente nuove, tutto sembra già sperimentato e sembra ripetersi sempre uguale. Così il tempo futuro letteralmente si chiude, quasi svanisce e si vive alla giornata. Se invece incombono pericoli e minacce, il futuro appare appunto minaccioso e oscuro, come se non vi fossero più altre possibilità. Del resto il tempo si rivela sempre oscuro se viene indagato con preoccupazione esclusiva e con un eccesso di timori circostanziati. Si vede allora quanto è vero che il futuro non è; non ne sappiamo niente, in realtà, e ogni previsione è assai più significativa di colui che cerca di prevedere che non delle cose che si vorrebbero previste.

Una illusione ricorrente è quella di immaginare il tempo come una dimensione a sé, come una realtà assoluta e oggettiva, dimenticando che è l’esperienza umana a conferire al tempo questi caratteri di universalità oggettiva, attraverso i processi di “tempografia” che ho accennato sopra. In questo senso è l’esperienza del presente che costruisce, a partire da sé, sia il passato ricordato sia il futuro immaginato. Un uomo del paleolitico non ha lo stesso passato di un uomo del neolitico, un uomo appartenente a una cultura priva di scrit-tura alfabetica e che concepisce il tempo solo in relazione al movimento del cielo e al ritorno ciclico delle stagioni, non concepisce il passato come noi, che apparteniamo a un’umanità storica e scientifica, che abbiamo scritto nei libri il nostro passato e misurato matematicamente i tempi della natura.

Nel nostro futuro sta pertanto un passato ben più articolato e ricco, ma soprattutto un passato che altre umanità non hanno saputo di avere o che, più propriamente, di fatto non avevano come oggetto della loro esperienza memorativa e temporale. Ne deriva che il senso del passato e del futuro appartiene alla nostra responsabilità largamente culturale e umana, poiché il passato e il futuro in un certo senso si costruiscono e si promuovono.

Il futuro dipende da una combinazione infinita e del tutto imprevedibile di elementi. Una formazione rivolta ai giovani, cioè ai protagonisti, in senso attivo e passivo, del futuro, credo che debba preoccuparsi anzitutto di tre cose: stabilire quali mete, quali scopi e valori siano preferibili e opportuni, per sé e per gli altri; poi quali siano gli strumenti più idonei alla loro maturazione e realizzazione; infine, di quali forze si possa disporre per sopportare l’inevitabile fallimento, totale o parziale, dei propri propositi e del futuro immaginato. Direi che è sopratutto questo terzo punto che mi interessa come educatore.

Bisogna disporre di una salda e matura personalità per affrontare la vita che verrà; dobbiamo avere ben chiaro che il futuro che immaginiamo è sicuramente parziale, e perciò erroneo, ingiusto e insufficiente; che dovremo necessariamente confrontarci con le vite degli altri e con gli avvenimenti imprevisti della società e della natura. Solo chi è ben piantato su una formazione profonda, ricca proprio per ciò di senso e di conoscenza del passato, può affrontare con qualche successo le sfide del futuro, elaborando positivamente le inevitabili sconfitte e resistendo alla dispersione e alla dissoluzione. Per questo dove non è formazione nel senso vero della parola, ma, per esempio, solo informazione, non ci sono personalità capaci di elaborare un futuro efficace, personalità che saranno quindi prive letteralmente di futuro. In altri termini: ciò che si deve essenzialmente insegnare per costruire il futuro è la conoscenza il più possibile ricca e partecipativa del passato.

Esattamente il contrario della direzione che le nostre scuole in Occidente vanno prendendo da tempo. La quantità e qualità delle occasioni disponibili pro capite è, a mio avviso, il segno del livello democratico e progressivo di una società. Ho argomentato e illustrato questo principio nel mio libro Del viver bene. Ciò che oggi appare come il problema principale, ovvero il ridursi delle possibilità di trovare un lavoro, è solo un aspetto superficiale di un fenomeno assai più radicale e profondo.

Lo si potrebbe esprimere così: il lavoro industriale messo in atto dalla esperienza del capitalismo occidentale, tradotto in volano mondiale dell’economia, ha inteso ridurre il valore futuro semplicemente a quantità di denaro disponibile. L

’intera produzione della vita futura si è concentrata sulla nozione di merce e di scambio di merci, dove il denaro finisce appunto per essere la merce per antonomasia o addirittura l’unica merce vera e propria (infatti la produzione decide di rivolgersi quasi esclusivamente a prodotti riducibili in merci e cioè scambiabili con denaro: ciò che non produce denaro è considerato “fuori mercato”, come appunto si dice).

Questa maniera di organizzare il presente in vista del futuro (nella sempre più diffusa indifferenza nei confronti del passato, compreso quel passato che è la natura nei suoi cicli annuali) ha indubbiamente prodotto nel tempo una considerevole quantità di ricchezza e un benessere generalizzato prima inconcepibili per alcune parti di umanità sul pianeta. A questi meriti oggi però si aggiungono devastazioni, ingiustizie e cecità fortemente negative e destabilizzanti.

Ecco perché la nuova misura della effettiva ricchezza del genere umano, cioè degli abitanti attuali del pianeta, non si può e non si deve più misurare in termini di prodotto interno lordo o di riserve di denaro nelle banche: tutto ciò non sta evitando l’impoverimento progressivo di sempre maggiori masse di umanità e la devastazione sciagurata e mortuaria delle risorse naturali del pianeta. Ciò che è davvero importante è invece la diffusione equa e solidale delle possibilità future per l’intera popolazione.

Ogni essere umano deve disporre delle occasioni necessarie a diventare, appunto, “umano”, cioè realizzato nelle sue esigenze più profonde, più originali e più vitali: è interesse di tutti che ciò accada. Queste esigenze non sono affatto misurate o definite dall’entità del “consumo” (quindi di nuovo da una mentalità che non sa vedere oltre il mercato mondiale delle merci e degli interessi del capitale finanziario). Direi che siano piuttosto misurate dalla quantità di vita che esse sono in grado di salvaguardare e di promuovere, perché agli umani è davvero affidato oggi il futuro del pianeta e di tutti i suoi abitanti, delle piante come degli animali che hanno in noi la loro salvezza e il loro destino. E noi con loro.

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