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Foto con classe

di Valentina Murelli

16 febbraio 2013

Negli anni Ottanta il fotografo inglese Julian Germain cominciò a lavorare a un progetto sul declino industriale del Galles del Sud, zona di miniere e acciaierie in dismissione, poi culminato nel suo primo libro, Steel Works.

Mentre rifletteva sul destino di lavoratori e famiglie, cominciò a chiedersi quale sarebbe stato il futuro scolastico dei bambini, della cui educazione nessuno fino a quel momento si era preoccupato, visto che il lavoro era comunque assicurato.

L’idea di un progetto sulla scuola nacque allora nella mente di Germain, per poi risvegliarsi nel 2004, il primo giorno di scuola della figlia. «Non mettevo piede in un’aula dal 1979 e solo in quel momento ho realizzato che da adulti tendiamo a dimenticare quello che abbiamo vissuto a scuola, che pure è il luogo dove per anni abbiamo passato la maggior parte del nostro tempo» racconta il fotografo. Che si è anche trovato a pensare quanto sia strano che, nonostante l’importanza della scuola nella vita di ciascuno e per la società, essa occupi pochissimo spazio nelle arti visive.

Da queste considerazioni è nato un progetto che ha portato Germain a realizzare oltre 450 ritratti di classi (tutte di scuole pubbliche, da quelle d’infanzia alle superiori) in 20 Paesi del mondo. «Un viaggio un po’ casuale, sull’onda delle occasioni che si presentavano. Non scientifico, ma artistico» precisa.

Il risultato di questo lavoro è ora raccolto in un libro intitolato Classroom Portraits, edito nel Regno Unito da Prestel: una serie di intriganti ritratti da osservare con attenzione, perdendosi nelle espressioni intense di ragazze e ragazzi e nella miriade di dettagli del loro ambiente. “Foto di classe”, già, ma forse sarebbe più corretto parlare di “foto con classe”.

Perché nelle immagini scolastiche tradizionali ci sono gli studenti, ma manca il loro ambiente quotidiano: le fotografie sono scattate in genere in palestra oppure nell’atrio. «Io invece ho scelto di ritrarre tutta la classe e proprio in momenti di attività» afferma Germain. In pratica, il fotografo entrava in aula durante una lezione, spiegava il suo progetto e poi cominciava ad allestire il set, in modo che i ragazzi prendessero confidenza con la sua presenza.

Nell’ultimo quarto d’ora, infine, aiutava gli studenti a sistemarsi in modo che ciascuno fosse ben visibile nell’inquadratura. «Alla fine, chiedevo loro di tenersi pronti per lo scatto e di guardare in camera» racconta. Il risultato – una lunga sequenza di occhi che scrutano l’osservatore, quasi mai timidi ma consapevoli e letteralmente spalancati sul futuro – intrappola. «La fotografia per natura congela il passato. In questo caso, però, le immagini non possono che parlare di futuro, quello che attende i bambini e gli adolescenti ritratti. Tra di loro, c’è sicuramente qualcuno che diventerà miliardario e qualcuno che finirà in prigione. Qualcuno purtroppo morirà, mentre altri diventeranno medici, cuochi, fotografi o guidatori di risciò».

A pensarci è quasi una vertigine. Altri aspetti balzano agli occhi sfogliando il libro. Il primo è l’assenza totale dei docenti. «Hanno troppa coscienza di sé: in un’immagine di questo tipo avrebbero attirato tutta l’attenzione» afferma il fotografo. «Eppure, in un certo senso non sono assenti, perché la macchina fotografica assume esattamente il loro punto di vista e così facendo ne esalta l’importanza. Del resto quello che più mi ha colpito in questo viaggio è proprio quanto sia fondamentale la figura dell’insegnante: in classe possono esserci LIM, computer e altre tecnologie, ma il suo ruolo rimane insostituibile».

A sorprendere è anche la grande universalità delle immagini. Chiaro che ci sono differenze: molte classi sono miste, altre solo maschili o femminili, alcune sono super attrezzate, altre poverissime, poco più di un’area in terra battuta, in alcuni casi gli studenti indossano un’uniforme, in altri no. Ma a parte alcune rare eccezioni, nessuno dubiterebbe che quella ritratta non è altro che la scuola, con la sua struttura base e i suoi tratti caratteristici (l’insegnante, un gruppo di alunni della stessa età, una lavagna, libri e quaderni), oggi come era decine di anni fa e più indietro ancora.

«Al punto», osserva Germain «che una reazione comune in chi osserva, me compreso, è ritrovarsi catapultato nel suo passato di studente, a ripensare la sua personale esperienza di scuola».

Approfondimenti
Il libro

Julian Germain, Classroom Portraits 2004-2012, Prestel Publishing, 2012. Prefazione di Leonid Illyushin, professore di Pedagogia all’Università statale di San Pietroburgo (v. qui).

Il volume ospita 87 ritratti di classi, scattati in Regno Unito, Argentina, Brasile, Perù, Cuba, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Ungheria, Russia, Bangladesh, Yemen, Bahrain, Qatar, Etiopia, Nigeria, Stati Uniti, Taiwan, Giappone. Alla serie di immagini seguono una ventina di pagine con i dati ricavati da alcuni questionari che Germain ha consegnato a bambini e ragazzi fotografati, contenenti sia domande scherzose o neutre (Che colore preferisci? Che cosa vuoi fare da grande?), sia domande più serie (Credi in Dio? Qual è il tuo eroe?). «Una provocazione sulla fotografia» spiega l’artista.

«Perché se è vero che ritratti pieni di dettagli come quelli presentati nel libro possono raccontare molto della realtà, è altrettanto vero che non raccontano tutto: le risposte ai questionari forniscono molti livelli di informazione in più».

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