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Geopolitica. Strategica ma sopravvalutata

di Matteo Verda, Associate research fellow presso l'ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

17 marzo 2012

Il mercato dell’energia è molto visibile e per questo è citato spesso come determinante nei rapporti internazionali. Per l’Occidente dopo le crisi degli anni Settanta il fattore fondamentale è diventata la sicurezza. Il petrolio resterà fondamentale, il carbone guida lo sviluppo dei Paesi emergenti, il gas naturale stabilizza i rapporti tra gli Stati.

Senza dubbio l’energia è da sempre un elemento importante della politica estera degli Stati. Basti pensare che il progetto dell’Unione europea nacque dalla comunità del carbone. Da sempre l’energia ha una valenza strategica. Ma anche se è un elemento importante delle relazioni internazionali è spesso sopravvalutata. Perché è facile da individuare, muove grandi cifre e quindi rischia di essere sovrastimata rispetto ad altri fattori, più sfuggenti o più complessi.

Questo vuol dire che spesso le interpretazioni che vengono date delle vicende internazionali vedono la centralità dell’energia anche dove magari essa è un elemento marginale. Dal conflitto in Libia a quello in Iraq, lo sfruttamento delle risorse petrolifere è stato certamente un fattore importante, ma non quello determinante.

Il crollo del regime in Libia è stato determinato dall’instabilità politica interna, anche se certamente la prospettiva di potersi accaparrare le rendite petrolifere ha contato per le fazioni in lotta. Nel caso dell’Iraq, la ricerca della stabilità della regione da parte degli Stati Uniti ha a che fare solo in parte con le rendite petrolifere. Tanto è vero che gran parte delle commesse post belliche non sono andate ad imprese americane.

L'Arabia Saudita da sola possiede un quarto delle riserve stimate di petrolio del mondo; i Paesi che affacciano sul Golfo Persico superano insieme il 60%. Foto: Markus Schieder/Photos.com

L’Arabia Saudita da sola possiede un quarto delle riserve stimate di petrolio del mondo; i Paesi che affacciano sul Golfo Persico superano insieme il 60%. Foto: Markus Schieder/Photos.com

Il punto di svolta del mercato energetico mondiale sono state le crisi petrolifere degli anni Settanta. Fino a quel momento, dalla Seconda Guerra mondiale in poi, si era creato un mercato petrolifero dominato dagli Stati Uniti e l’energia non era mai stata un problema di sicurezza. Era un mercato dominato dalle grandi Compagnie americane, le Sette Sorelle di cui parlava Enrico Mattei, e fatto di petrolio a buon mercato.

Con la prima e soprattutto la seconda crisi degli anni Settanta, quella successiva alla caduta del regime in Iran, il prezzo del petrolio nel giro del decennio si moltiplicò per dieci e questo per le economie europee fu un duro colpo. Da lì nacque la necessità di tutelare il proprio approvvigionamento energetico. Rispetto all’epoca precedente, il punto di svolta è stata l’insicurezza come fattore permanente, che ancora adesso ci portiamo dietro.

Il petrolio e in generale le fonti fossili sono in larghissima parte importate dall’Europa e dai Paesi occidentali in generale. E anche se nei prossimi anni il ruolo del petrolio diminuirà in favore di quello del gas, la situazione difficilmente cambierà. I Paesi occidentali continueranno ad essere degli importatori netti e questo li esporrà a dipendere dai mercati internazionali e quindi dai produttori stranieri.

Gli atteggiamenti adottati nei confronti di questi Paesi sono dipesi molto dal tipo di materia prima di cui parliamo. Nel caso del petrolio la strategia è stata soprattutto di costruzione dei mercati internazionali, in particolare per la spinta americana in questa direzione. Inizialmente i mercati furono essenzialmente l’attività internazionale di grandi imprese angloamericane, che operavano a condizioni molto favorevoli nelle altre aree del mondo, soprattutto in Medio Oriente.

La situazione cambiò profondamente dopo che gran parte dei produttori nazionali negli anni Settanta nazionalizzarono le attività di estrazione, passando dall’essere semplicemente terra di sfruttamento a essere attori sui mercati internazionali attraverso le proprie compagnie statali nazionali.

La nazionalizzazione creò così la necessità di avere relazioni politiche stabili con questi Paesi e il mercato petrolifero mondiale divenne lo strumento istituzionale per tenere insieme gli interessi di un numero crescente di consumatori e di produttori. Questo volle anche dire però un aumento della complessità. Anche perché progressivamente si sono affacciati sul mercato come grandi consumatori i Paesi emergenti, a partire dagli anni Ottanta e Novanta, ma soprattutto negli anni del Duemila.

Quarant'anni di instabilità. L'andamento del prezzo del petrolio. Fino all'inizio degli anni Settanta il prezzo del petrolio non rappresentava un problema ed era pressoché costante. Dopo le due crisi petrolifere l'instabilità è aumentata. Fonte: BP, Statistical Review of World Energy 2011

Quarant’anni di instabilità. L’andamento del prezzo del petrolio. Fino all’inizio degli anni Settanta il prezzo del petrolio non rappresentava un problema ed era pressoché costante. Dopo le due crisi petrolifere l’instabilità è aumentata. Fonte: BP, Statistical Review of World Energy 2011

LE DUE FACCE DELL’INSTABILITÀ 

Noi guardiamo sempre dal punto di vista dei Paesi importatori, e quindi pensiamo alla necessità di approvvigionamento. Ma è importante guardare anche dall’altro punto di vista, quello degli esportatori. Soprattutto dopo i grandi aumenti di prezzo degli anni Settanta, questi Paesi sono diventati sempre più dipendenti dalle rendite petrolifere. E ciò ha innescato una spirale che ha reso sempre più vulnerabili questi Paesi alle oscillazioni di prezzo del petrolio.

Per gli esportatori una variazione al ribasso del prezzo del petrolio può voler dire non avere i soldi per mantenere lo stato sociale del proprio Paese o la macchina burocratica e quindi può compromettere la stabilità politica. Quindi, se dal lato degli importatori la vulnerabilità è soprattutto economica ed è una questione di costi di produzione, per gli esportatori si trasforma in vulnerabilità politica.

In realtà, se tutti i Paesi occidentali hanno seguito la tendenza comune di aumentare i consumi per sostenere la crescita economica e di dipendere in maniera sempre più ampia dai Paesi produttori, soprattutto a partire dalle crisi petrolifere ci sono state importanti divergenze.

La più famosa è la scelta nucleare francese. Invece l’Italia, ma anche il Regno Unito, si sono spostati più massicciamente verso l’uso del gas naturale. Gli Stati Uni hanno enormi giacimenti in casa loro e quindi la loro dipendenza è molto minore della nostra. E poi hanno scelto la strada di una maggiore diversificazione: verso il nucleare, ma anche verso il carbone. Però il petrolio è rimasto per loro molto più importante di quanto lo sia per noi.

La strategia resta figlia di quella degli anni Settanta, con la necessità di trovare dei rapporti e delle interazioni con i Paesi produttori e allo stesso tempo avere delle scorte per poter fronteggiare delle interruzioni delle forniture. Ma con gli anni Ottanta e Novanta il quadro è diventato enormemente più complesso. Basta pensare al ruolo della Cina, che è passata da esportatore netto a importatore netto di petrolio e sta consumando sempre più energia. Consuma già più energia degli Stati Uniti e quindi sta diventando un attore di primo piano sui mercati.

Esiste però una differenza nell’atteggiamento della Cina, ma anche del Brasile e degli altri Paesi emergenti, rispetto ai Paesi occidentali. Questi ultimi, per una lunga tra dizione e per impostazione economica si affidano al libero mercato, a imprese che fanno riferimento ai propri governi, ma che sono indipendenti e in concorrenza tra loro.

La sala controllo della centrale nucleare di Sellafield, in Inghilterra, nel 1957: fu il primo impianto per la produzione commerciale di energia nucleare. Foto: Charles E. Rotkin/Corbis

La sala controllo della centrale nucleare di Sellafield, in Inghilterra, nel 1957: fu il primo impianto per la produzione commerciale di energia nucleare. Foto: Charles E. Rotkin/Corbis

I Paesi emergenti hanno spesso imprese di stato, strettamente controllate dai governi nazionali, che agiscono in modo diverso. Soprattutto le multinazionali cinesi hanno un rapporto molto più politicizzato con i Paesi produttori, gli scambi sono compensativi da parte dei governi, legati ad accordi commerciali molto più ampi e anche al sostegno ai regimi che non possono essere sostenuti dai Paesi occidentali per ragioni politiche legate al rispetto dei diritti umani soprattutto.

I casi più evidenti sono quelli del Sudan o dell’Iran, dove i cinesi sono ben contenti di comprare petrolio che noi non compriamo perché è stato deciso un embargo. Certo, anche le compagnie occidentali hanno avuto rapporti con Paesi come la Libia o l’Iraq prima della caduta di Gheddafi e di Saddam Hussein, ma sempre con un intervento minore da parte dei governi.

“Per i Paesi esportatori una variazione al ribasso del prezzo del petrolio può voler dire non avere i soldi per mantenere lo stato sociale.”

L’atteggiamento della Cina assomiglia di più a quello che avevano i Paesi occidentali prima della Seconda guerra mondiale. Un atteggiamento di tipo più coloniale, più pervasivo, di presenza diretta. In Sudan la Cina ha costruito molte infrastrutture. E anche con il Turkmenistan e il Kazakistan Pechino cerca un rapporto più stretto, una vera penetrazione politica.

NON SOLO PETROLIO 

Il carbone è visto come una fonte energetica legata al passato, è stato il motore dello sviluppo economico occidentale, per secoli è stato sinonimo di energia e avrà un ruolo sempre maggiore nei prossimi decenni. In Europa è diventato meno visibile, confinato alla generazione di energia elettrica mentre è scomparso dall’uso domestico. Ma ci sono Paesi come la Germania o gli Stessi Stati Uniti in cui pesa ancora più del 30% del to totale.

E nei Paesi emergenti è il vero motore della crescita ed è il carbone che oggi alimenta la crescita cinese. Nonostante le pesanti ricadute in termini ambientali, il carbone è molto più neutro rispetto ai problemi di sicurezza degli idrocarburi. È molto più diffuso nel mondo, ce ne sono enormi riserve in Sud Africa, in Australia, in Russia, in Kazakistan, ma ce ne sono grosse riserve anche in America e in Cina.

Questo rende automaticamente i mercati molto più affidabili e competitivi, perché non c’è una concentrazione oligopolistica della produzione. E quindi c’è molta più disponibilità. Questo è anche uno dei motivi per cui se ne parla meno. Per il gas naturale la situazione è un po’ diversa, ha una storia particolare, è stato a lungo considerato il fratello povero del petrolio.

Quando si trovava gas in un giacimento veniva considerato una sciagura e per decenni il gas estratto insieme al petrolio fu bruciato. Oggi il ruolo del gas naturale è aumentato fino a coprire oltre un quarto dei consumi mondiali di tra energia ed è in costante crescita. In Italia la storia del gas naturale cominciò dopo la Seconda Guerra mondiale, quando l’Agip trovò importanti giacimenti nella pianura padana, rendendo l’Italia un precursore nell’uso del gas naturale in Europa.

A livello mondiale invece l’espansione maggiore è stata dopo le crisi petrolifere, quando il settore del gas ha attirato investimenti importanti. E grazie a questi investimenti sono stati scoperti nuovi giacimenti, come quelli del Mare del Nord.

Oltre ad essere una fonte energetica alternativa e sicura, soprattutto per il settore elettrico,il gas naturale inquina meno ed è quindi più accettato socialmente. Ma rispetto al petrolio, il gas non può essere trasportato semplicemente imbarcandolo su una petroliera. Bisogna realizzare infrastrutture rigide, i gasdotti, che creano un legame forte e duraturo tra Paesi.

Questo si riflette anche sui costi: la metà del prezzo del gas naturale è fatto del costo delle infrastrutture, che può essere anche di diversi miliardi di dollari. E si traduce in una stabilità dei rapporti, perché crea un interesse comune tra i Paesi a proseguire gli scambi per rientrare degli investimenti. Le crisi di cui abbiamo letto negli anni scorsi sono state sempre di breve o brevissima durata e per lo più “mediatizzate”, come nel caso delle crisi russo-ucraine.

Per un Paese esportatore, bloccare la rete ha gravi ripercussioni negative, sia sul piano tecnico sia su quello economico, nel giro di pochi giorni. In ogni caso, il rischio resta e diversificare i fornitori è sempre una buona strategia: per questo sta conoscendo un certo sviluppo un’altra tecnica di trasporto del gas, quella della liquefazione, che consente di trasportare il gas non più attraverso le condotte, ma comprimendolo a bordo di navi metaniere, che sono un po’ come delle enormi bombole di gas galleggianti. Si tratta di una tecnica costosa, ma che sulle lunghe distanze è competitiva e più sicura, visto che consente di fare ricorso a diversi produttori senza dipendere da un gasdotto. In Europa, questa tecnica rappresenta già oggi un sesto delle importazioni e probabilmente crescerà ancora.

Grazie alle navi metaniere non è necessario costruire lunghi gasdotti per il trasporto del metano. Ma poiché il gas trasportato è liquefatto, c'è bisogno di un impianto rigassificatore nel porto di arrivo per poter distribuire e utilizzare il gas. Foto: Oleksandr Kalinichenko/Photos.com

Grazie alle navi metaniere non è necessario costruire lunghi gasdotti per il trasporto del metano. Ma poiché il gas trasportato è liquefatto, c’è bisogno di un impianto rigassificatore nel porto di arrivo per poter distribuire e utilizzare il gas. Foto: Oleksandr Kalinichenko/Photos.com

IL RUOLO DEL PREZZO SULLE RISERVE DI ENERGIA 

Gran parte delle riserve attualmente conosciute, tra due terzi e tre quarti degli idrocarburi utilizzabili, sono nella regione che va dalla Russia alla Penisola arabica. In questa zona c’è il petrolio cosiddetto facile, abbastanza vicino alla superficie. Ma dobbiamo sempre ricordarci che quelle che noi oggi consideriamo riserve energetiche sono il frutto di un certo prezzo.

Le riserve sono una funzione di quello che si è disposti a pagare per ottenerle. Può sembrare strano, ma quando il petrolio costa poco le riserve diminuiscono. Più cresce il prezzo più le riserve aumentano, perché conviene investire per andare a prenderlo per esempio sul fondo del mare, in zone remote o in giacimenti non convenzionali.

E lo stesso vale per il gas naturale: negli ultimi dieci anni, soprattutto in America, c’è stato un boom della produzione «non convenzionale », ossia proveniente da giacimenti difficili e costosi da sfruttare, ma privi degli inconvenienti dei mercati internazionali. Se noi facessimo salire il prezzo del petrolio, nella cartina vedremmo comparire tanti altri giacimenti in altri punti del pianeta. Il prezzo del petrolio tendenzialmente è destinato a continuare a crescere.

Tutte le stime principali vedono una crescita costante, ma non esorbitante. La domanda sta aumentando moltissimo, soprattutto fuori dall’Occidente. Esiste poi un interesse dei produttori a mantenere i prezzi alti per ripagare gli investimenti sempre più costosi degli ultimi anni.

I governi dei Paesi produttori hanno bisogno di un prezzo alto per mantenere lo stato sociale che hanno costruito in questi decenni grazie alle rendite petrolifere e affrontare le conseguenze di un notevole un boom demografico. Questo significa che i Paesi importatori continueranno a pagare un sovrappiù per la stabilità politica dei Paesi produttori. Si tratta in sostanza di una sorta di premio assicurativo.

Infatti, se il prezzo del petrolio dovesse scendere troppo entrerebbero in crisi una serie di regimi politici e questo rischierebbe di togliere dal mercato una parte della produzione di cui i consumatori oggi non possono comunque fare a meno. Certo, l’aumento del prezzo del petrolio ha anche altri effetti. Rende innanzitutto conveniente il risparmio energetico. La più grande risposta alle crisi degli anni Settanta da parte dell’Occidente fu una ristrutturazione dei processi produttivi e una riduzione dei consumi energetici per unità di prodotto finito.

Quindi la prima conseguenza e probabilmente la più importante dell’aumento dei prezzi è l’aumento dell’efficienza. Infatti la quantità di energia impiegata per produrre un’unità di reddito in Europa è molto più bassa di quella americana, ma anche molto, molto più bassa di quella russa o cinese. Poi, oltre a rendere più convenienti altre riserve, rende anche più competitive altre fonti energetiche.

Quelle rinnovabili sono un esempio. Ma il solare e l’eolico, alle condizioni tecnologiche attuali, ancora non sono competitivi senza la presenza di sussidi. E anche il loro ruolo per aumentare l’indipendenza energetica dei Paesi è dubbio: ci sono tanti strumenti a disposizione, come la diversificazione dei Paesi fornitori, e forse, dal punto di vista economico il ricorso alle energie rinnovabili non è il migliore.

Approfondimenti
Per approfondire
  • Una politica a tutto gas. Sicurezza energetica europea e relazioni internazionali, di Matteo Verda, Università Bocconi Editore, 2011

  • La Guerra del Clima, geopolitica delle energie rinnovabili, di Stefano Casertano, Francesco Brioschi Editore, 2011