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I semi della legalità

di Simona Regina

17 febbraio 2013

È stato durante un incontro al liceo classico statale di Lecce Giuseppe Palmieri sulle stragi del 1992 che Mattia, 17 anni, ha conosciuto Libera. E da allora sogna di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza e diventare magistrato antimafia. «Marisa Capone quel pomeriggio mi presentò con entusiasmo l’associazione di cui era referente locale: le azioni che svolgeva, come si contrastavano le mafie nella lotta sociale e soprattutto mi parlò di una manifestazione, che si doveva svolgere a breve: quella del 21 marzo».

Ogni anno, infatti, il 21 marzo Libera celebra la Giornata della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. «Il primo giorno di primavera diventa quindi il simbolo della speranza che si rinnova ed è anche occasione di incontro con i familiari delle vittime» aggiunge Giuseppe Parente, coordinatore del settore formazione di Libera. «Quest’anno ci ritroveremo a Firenze, sabato 16 marzo, per un grande corteo che sarà il frutto di un percorso che ci vede al fianco di studenti, insegnanti e dirigenti scolastici per riscrivere, giorno dopo giorno, il nostro impegno nella lotta contro le mafie e per l’affermazione della giustizia sociale».

Foto: archivio Libera

In occasione della manifestazione nazionale, Libera invita le scuole ad adottare una vittima di mafia, portando in piazza il suo nome e la sua storia. «Da sempre Libera propone alle scuole questo progetto. Lo slogan di quest’anno è Semi di giustizia, fiori di corresponsabilità: chiediamo agli studenti di scendere in piazza con dei fiori realizzati con le loro mani in ricordo di chi ha perso la vita nella lotta antimafia». Sul sito di Libera è disponibile un elenco di oltre 900 nomi di persone che hanno pagato con la vita l’impegno contro la prepotenza mafiosa, attraverso il quale è possibile individuare la vittima di mafia su cui iniziare il percorso didattico.

LA SCUOLA È IL PEGGIOR NEMICO

Nata il 25 marzo 1995, Libera cerca di instillare nella società civile la voglia di impegnarsi per promuovere un cambiamento, nel nome della legalità e della giustizia, e costruire una società alternativa alle mafie, che si fondi sui valori della cittadinanza e del convivere civile.

Nella convinzione che, se la cittadinanza è attiva e responsabile, si possono creare gli anticorpi alla cultura del privilegio e della corruzione, presupposto al dilagare dei fenomeni mafiosi. L’associazione presieduta da don Luigi Ciotti cerca infatti di permeare i più giovani di valori positivi, legalità e solidarietà prima di tutto, attraverso attività a scuola perché, come diceva il magistrato Antonino Caponnetto, «la mafia teme più la scuola della giustizia: l’istruzione toglie l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

Foto: archivio Libera

E anche se può sembrare difficile parlare di mafia, corruzione, pizzo nelle scuole di ogni ordine e grado, Libera lo fa, in modo che la conoscenza dei fenomeni mafiosi e il ricordo delle vittime di mafia accompagnino la crescita di cittadini responsabili e liberi.

E perché in fondo la scuola è il luogo ideale per l’affermazione dei diritti e l’esercizio della cittadinanza attiva, dove può nascere e maturare un pensiero critico, attraverso l’incontro tra generazioni diverse e la condivisione di esperienze. «Ogni anno presentiamo nelle scuole le nostre attività e analizziamo insieme agli studenti e agli insegnanti il fenomeno delle mafie e le risposte legislative promosse dallo Stato e dalla società civile, avvalendoci anche della testimonianza dei familiari delle vittime innocenti della criminalità organizzata» spiega Parente. «Nel corso del 2011 Libera ha svolto attività in 4210 scuole, coinvolgendo oltre 1.300.000 studenti».

Foto: archivio Libera

Incontri, dibattiti, workshop, spettacoli teatrali che mirano anche a far conoscere quello che secondo don Ciotti è «il primo testo antimafia»: la Costituzione. Nel pianificare gli interventi educativi, il confronto con i docenti è determinante: da un lato per conoscere il contesto scolastico in cui si interviene, dall’altro per costruire insieme una pedagogia antimafiosa e capire quali strategie educative mettere in atto per contrastare quella “cultura del malaffare” che mette in crisi i sistemi economici e culturali di tutto il Paese. «Per ragionare sui sistemi mafiosi bisogna ragionare infatti sui sistemi culturali che si contrappongono a una società fondata sui diritti e sul rispetto dell’altro. E rendersi conto che l’atteggiamento mafioso non riguarda solo chi cresce in contesti criminali, ma si insidia nella cultura dell’indifferenza di fronte alle ingiustizie e alle prevaricazioni di qualsiasi tipo».

IL MALAFFARE DIETRO CASA TUA

Per promuovere percorsi di educazione alla legalità, Libera supporta insegnanti ed educatori anche con materiale didattico e informativo, come il manuale Sapere per sapere essere (disponibile sul sito, l’ultima edizione viene distribuita in formato cartaceo su richiesta) che offre una cassetta degli attrezzi per lavorare in classe sui temi della cittadinanza responsabile e del contrasto civile alle mafie.

Foto: archivio Libera

Anche ricorrendo a metodi didattici alternativi alla lezione frontale, che diano spazio all’animazione sociale e alla partecipazione attiva degli studenti. Per esempio, dal progetto formativo Informati per informare, realizzato nelle scuole della provincia e dei municipi di Roma, è emerso che i ragazzi sono entusiasti di portare avanti lavori d’inchiesta sul malaffare a livello territoriale.

Hanno insomma le carte in regola per diventare “portatori sani di informazione” e protagonisti del cambiamento, denunciando situazioni d’illegalità e di diritti negati. «Anche quest’anno, inoltre, con il Premio Pio La Torre incoraggiamo chi ha tra gli 11 e i 21 anni a ricordare l’impegno di quest’uomo politico che fino alla morte ha lottato contro la mafia, chiedendo loro di elaborare una proposta imprenditoriale per il riutilizzo sociale di aziende del proprio territorio confiscate alla criminalità.

E, insieme al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, invitiamo tutte le scuole a partecipare al concorso Regoliamoci, con l’obiettivo di far riflettere gli studenti sul tema del gioco e dello stare insieme secondo regole condivise».

Lavorare sul tema delle regole e del rapporto tra diritti e doveri nella relazione con gli altri è il primo passo, in fondo, per riflettere, a scuola, sulla mafia. Fenomeno di cui i ragazzi hanno una consapevolezza abbastanza forte, seppur fatta di luci e ombre. «Sanno che agisce in maniera insidiosa in tutto il Paese e che non riguarda più solo le regioni del Sud. Tuttavia la maggioranza ritiene il fenomeno mafioso distante dalla propria quotidianità» sottolinea Ludovica Ioppolo, ricercatrice di Libera che ha curato uno studio sulle rappresentazioni del fenomeno mafioso tra gli studenti di scuole superiori in Toscana, Lazio e Liguria. «Inoltre, anche per effetto delle fiction televisive, c’è una forte mitizzazione dei protagonisti, sia dei mafiosi sia di chi si è battuto sul fronte antimafia».

Nell’immaginario collettivo, in pratica, la lotta alla mafia non appartiene alle migliaia di persone che nell’anonimato hanno costruito e costruiscono la storia del movimento antimafia nel nostro Paese, ma si incarna in pochi eroi.

UN’ESTATE CIVILE

La prova della diffusione del fenomeno mafioso e contemporaneamente di come può nascere una nuova coscienza civile e dell’impegno dei giovani, soprattutto studenti, si incontra a Borgo Sabotino, piccolo paesino in provincia di Latina. Dal 2011, nel camping California Village confiscato per abusivismo edilizio, ospita il Villaggio della Legalità intitolato a Serafino Famà, avvocato catanese ucciso, con sei colpi di pistola, il 9 novembre del 1995.

Il Villaggio, gestito da Libera, è uno dei tanti beni confiscati alla mafia che ogni anno ospitano i campi di volontariato E!State Liberi. Occasione, per tanti ragazzi e ragazze, di impegnarsi nel lavoro dei campi o in attività di riqualificazione delle strutture stesse, di aprire gli occhi contro le mafie e crescere. Appagati dall’idea di contribuire a ridare vita a territori maltrattati e sfruttati per interessi mafiosi.

Foto: archivio Libera

Tra luglio e agosto scorsi, oltre 100 volontari, provenienti da tutt’Italia, hanno lavorato nel villaggio di Borgo Salentino, a pochi chilometri dal litorale di Anzio e Nettuno e dal lungomare di Latina. «Abbiamo lavorato come macchine d’ingegno e la gioia e la soddisfazione per un progetto concluso ci hanno fatto sentire vivi. Vivi com’è vivo il ricordo di chi ha pagato con la vita il fatto di credere in una via d’uscita e nella fine dello scempio» racconta Isabella, che a luglio ha partecipato ai lavori di manutenzione del villaggio, più volte colpito da raid mafiosi e azioni vandaliche dopo essere stato assegnato all’associazione Libera dal Commissario Prefettizio del Comune di Latina.

Isabella è orgogliosa di essersi sporcata le mani nel campo-lavoro a Borgo Sabotino. Ma il primo vero risultato di questo campo di antimafia culturale, secondo Françoise, «non è tanto il grigio dei muri che gradualmente lascia il posto a un arancio convinto come la nostra presenza qui, né gli incredibili progetti dei murales concepiti e da realizzare, quanto il rispetto per le proposte che ciascuno avanza per il cambiamento». «Noi rappresentiamo il futuro della nostra nazione» aggiunge Achraf. «Se fossimo soddisfatti della situazione avremmo dovuto rimanere a casa e non scommettere su noi stessi, partecipando a questo campo di volontariato.

I nostri referenti hanno organizzato attività ludiche, intellettuali, creative e manuali, per farci remare nella stessa direzione con la maggior coordinazione possibile. E questa tattica è la stessa che si deve adottare per sconfiggere qualsiasi tipo di mafia. Il fatto che me ne sia reso conto sta a indicare che questo campo è più che utile per aprire gli occhi contro le mafie».

Isabella, Françoise e Achraf sono tre dei seimila ragazzi che hanno scelto di vivere un’esperienza di volontariato e di formazione civile (il lavoro manuale si affianca infatti allo studio del fenomeno mafioso, anche attraverso il confronto con i familiari delle vittime di mafia e testimoni di giustizia) nei 32 campi gestiti da Libera, assumendo un impegno concreto, nella convinzione che il cambiamento ha bisogno di ognuno di noi.

Ed è su questa convinzione che si basa l’azione di Libera nel contrastare la diffusione dell’illegalità e il dominio mafioso del territorio. Ed è così che Libera, come scrive Francesca, alla fine della sua esperienza nel Villaggio della Legalità, diventa «l’eco assordante di coscienze vive».

 

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