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Il Mammut che visse due volte

di Ilenia Picardi

3 ottobre 2012

«Ma ki song ‘sti magnat’?

Questo ho pensato quando mi hanno presentato il Mammut. Li vedevo strani quelli del centro. Nel loro modo di fare, i loro ragionamenti, i vestiti. Tutto strano. Erano diversi da me, abituato alla solita vita rionale. All’inizio non trovavo una ragione per stare lì. Poi un giorno arrivano Genny e Dario Dj Lord Daryus e propongono di mettere su una serata in piazza. Allora penso che potrei organizzare eventi, e che quello può essere un posto dove cambiare qualcosa della mia vita, che intanto stavo buttando nel cesso».

Davide è un ventenne di Scampia. Frequenta il centro territoriale Mammut da circa tre anni e oggi è tra gli organizzatori di MamMusica, un percorso di studio sulla musica in cui artisti come Enzo Gragnaniello, i 99 Posse, Ida Rendano, Peppe Lanzetta, Franco Ricciardi, raccontano ai ragazzi entusiasmi e difficoltà del fare folk, rock, blues, rap, posse e neo-melodico, generi musicali specchio delle tante identità di una Napoli costellata di culture e contraddizioni. Davide ha iniziato a lavorare all’organizzazione delle attività del centro dopo aver partecipato a Corridoio, un progetto che mette in contatto adolescenti della periferia napoletana con coetanei ed educatori di altre città.

Scampia come luogo di miseria e sfiga non piace a quelli del Mammut.

Pretesto dell’incontro sono momenti di formazione sull’hip-hop, sul writing, sul recupero dello spazio urbano, o percorsi più professionalizzanticome quelli di Ivan, che ha seguito un corso come tecnico del suono, o di Nando, che mosso da una passione per gli animali è approdato tra allevatori e contadini delle colline bolognesi. Pistoia, Firenze, Bologna, Venezia, Scampia sono alcune tappe di questi viaggi di formazione – a volte individuali, altre collettivi; a volte di un giorno, altre di qualche mese – organizzati dal Mammut in collaborazione con una rete di associazioni, ludoteche, botteghe artigiane, con l’obiettivo di costruire percorsi educativi dove le passioni sono trasformate in competenze.

Foto: Archivio Mammut

Raccontare il quartiere in modo diverso

«Dopo aver partecipato ai viaggi Corridoio è successo qualcosa che andava ben aldilà delle nostre aspettative» racconta Chiara Ciccarelli, psicologa del Mammut: «Alcuni ragazzi tornavano proponendo spazi di gestione autonoma. Così sono nati, per esempio, il Laboratorio autogestito di breakdance e Art a part, un laboratorio d’arte per i più piccoli, pensato e condotto da Gianluca, writer del quartiere. Questi giovani ormai sono colonne portanti per il Mammut».

La metafora risuona giocosamente efficace pronunciata all’ingresso del centro. Fu proprio per le mura e le colonne bianche della struttura che gli abitanti di Scampia nel 2007 ne scelsero il nome. ‘O Mammut si ergeva imponente su una piazza grande quanto vuota: piazza dei Grandi Eventi, quando fu inaugurata dal Comune, piazza Giovanni Paolo II, come venne rinominata poi. Intorno un circuito di stradoni, i cancelli della villa comunale, leVele, edilizia popolare degli anni Settanta divenuta simbolo del degrado urbano, non molto lontano il carcere di Secondigliano. «Quando abbiamo iniziato, piazza dei Grandi eventi era solo siringhe e sangue.

Eravamo in piena crisi di camorra, con una guerra che aveva turbato mezzo mondo, facendo vittime a destra e a manca» racconta Giovanni Zoppoli, uno dei fondatori del Mammut. Il risorgimento napoletano, tema tanto caro alla città bene ai tempi di Bassolino, era già retorica del passato. «Napoli e le sue storie da farwest erano sui mass media di tutto il mondo; i giornalisti ne raccontavano gli avvenimenti attratti dal noir, i suoi abitanti protagonisti di un reality che spaventa e affascina allo stesso tempo».

Qui, nei territori di Gomorra, in una periferia la cui narrazione è diventata poco a poco stigma letterario, cinque anni fa si è impiantata un’idea diversa di fare educazione. «Questo quartiere non è solo spaccio e “sistema” (così qui viene chiamata la camorra, ndr)» si ribella Davide: «Se continuiamo a parlare solo di queste cose, come fanno le persone a credere in qualcosa di diverso?». Già. Per molti di questi ragazzi una narrazione diversa del quartiere, ormai, è una questione di riscatto sociale.

Loro ne hanno altre di storie da raccontare. Come quella di una piazza senza ronde, mura e cancelli, trasformata in luogo di mescolanza, arte e cultura; punto di riferimento per ragazzi, bambini e famiglie, dove l’immagine della periferia maledetta è stata coperta di graffiti, la cantilena sul degrado silenziata dai concerti.

Laboratori di writing e graffiti di Sfreno, programma di attività per gli adolescenti e giovani adulti. Foto: archivio Mammut

Laboratori di writing e graffiti di Sfreno, programma di attività per gli adolescenti e giovani adulti. Foto: archivio Mammut

Costituire una scuola per adolescenti

Costituire una scuola per adolescenti è stato uno dei punti di partenza delle ricerche e delle attività del Mammut. «Per iniziare ci siamo chiesti se fosse davvero possibile.

Ma lavorare intorno a questa domanda significa riflettere anche sulla scuola dell’obbligo» spiega Zoppoli: «I ragazzi che non riescono a stare fermi venti minuti a lezione sono “schizzati”, giovani a rischio drop out da recuperare, o sono anche il prodotto di anni di segregazione nei banchi? Basta uno sguardo alle strutture architettoniche di molte scuole di questa zona, in molti tratti poco dissimili da padiglioni carcerari, per sospettare che a volte la scuola dell’obbligo da diritto rischia di trasformarsi in coercizione».

Una coercizione ancora più dura da tollerare per adolescenti che vivono in realtà dove strada e celle non sono prospettive poi così lontane. Da qui un’azione duplice. Da un parte sperimentare, come nel caso di Corridoio, segmenti di insegnamento con metodologie diverse da quelle istituzionali, con approcci e modi della pedagogia attiva, in collaborazione con gruppi eterogenei per provenienza sociale, geografica e generazionale. Dall’altra, creare contatti e collaborazioni con la scuola dell’obbligo.

Attività del laboratorio Forse un drago nascerà.

Attività del laboratorio Forse un drago nascerà.

Coltivare passioni, costruire visioni

Frutto di questa cooperazione attiva è per esempio Forse un Drago nascerà, l’offerta formativa del Mammut per i bambini con meno di 10 anni, che alterna laboratori di comunicazione teatrale, colore, creta, teatro-magia, cinema, ad attività di doposcuola, dove però matematica, italiano, geografia, scienze e storia non sono pagine da studiare ma lotte di draghi, murales di barriti, cerchi di canto. Così mentre al centro due pomeriggi a settimana i bambini sono supportati nello svolgimento dei compiti scolastici, altre attività del percorso curriculare si svolgono di mattina nelle scuole dei bambini iscritti al doposcuola, in collaborazione con gli insegnanti e coinvolgendo tutta la classe.

Sfogliando Come partorire un Mammut (e non rimanere schiacciati sotto), l’antologia di pratiche, strumenti e visione di intervento pedagogico redatta dal Mammut, pubblicata nel 2011 con licenza creative commons e scaricabile gratuitamente anche dal sito dell’editore Marrotta&Cafiero Editori, è facile comprendere che non esistono ricette e prescrizioni buone per ogni contesto; l’idea di fondo, piuttosto, è che l’educazione sia sempre da intendersi come ricerca dell’educatore.

Il Mammut coltiva passioni e costruisce visioni sulla propria identità e il proprio posto nel mondo. Gli strumenti di lavoro sono sempre gli stessi: intuito, creatività, condivisione. Tutte le attività si giocano tra narrazioni e ritualità, avanzano riflessioni e proposte di cambiamento dello spazio in cui si vive, in primis quello pubblico. Gli operatori si muovono in uno schema di ricerca-azione, nel tentativo di disegnare una proposta pedagogica in cui il maestro è una guida con il compito di creare comunità, alimentare la voglia e la possibilità di fare qualcosa in cui credere, ripensare e trasformare il contesto – di luoghi, persone, relazioni – che ogni giorno si vive: questo, in breve, il “metodo Mammut”. «Il tempo dell’apprendimento è tempo di liberazione» spiegano «Noi pensiamo a una scuola che si fa città, e dove la città è la Scuola».

Momenti di lavoro e incontro di SMIT, la Scuola Mammut di Italiano per Tutti. Foto: archivio Mammut

Momenti di lavoro e incontro di SMIT, la Scuola Mammut di Italiano per Tutti. Foto: archivio Mammut

Ed è scuola soprattutto la periferia. Accanto a quello dei bambini e dei ragazzi, il Mammut ha un terzo polo educativo: il centro migranti. «Dagli sportelli di ascolto di associazioni che si appoggiavano alle stanze del Mammut per incontrare i migranti era emerso il bisogno di alfabetizzazione di molti» spiega Alessandra Tagliavini, che ne è la responsabile. È nata così la scuola di Italiano per Stranieri del Mammut, poi divenuta Scuola Mammut di Italiano per tutti (SMIT). «Il cambio di nome non è solo formale» sottolinea Alessandra «Contiene un’intenzione programmatica».

I tre centri – bambini, ragazzi, migranti – lavorano su binari tutt’altro che paralleli. Favole, giochi e miti interculturali coinvolgono scuole, carceri, centri di salute mentale, ludoteche di tutta Italia, culminano nella trasformazione di giardini abbandonati in orti multiculturali o in tombole che chiamano i numeri in tre lingue: italiano, napoletano, inglese. Forse un drago nascerà. O forse no, ma nella periferia napoletana un pachiderma estinto, figlio di un meticciato pedagogico, è stato partorito.

Momenti di lavoro e incontro di SMIT, la Scuola Mammut di Italiano per Tutti. Foto: archivio Mammut

Un altro momenti di lavoro e incontro di SMIT, la Scuola Mammut di Italiano per Tutti. Foto: archivio Mammut

Approfondimenti
Piccoli draghi crescono

Sono le 16.30. Come ogni lunedì e giovedì, per i bambini che vanno A scuola col Mammut la lezione inizia con un rituale d’accoglienza: per rispondere all’appello non alzano la mano, ma matite e cartoncini e disegnano una risposta alla domanda: «Come mi sento oggi?» La risposta viene attaccata al cartellone delle presenze. Con un cerchio e un canto di saluto prende il via il gioco “gli indovinelli merenda”. I quattro vincitori apparecchiano e sparecchiano per tutti. Poi c’è una prima battaglia dragale.

Squadre di draghi si formano ogni due mesi quando i bambini sorteggiano un colore che li contraddistinguerà. Ogni gruppo canta il proprio inno, sistema tavolo e sedie e condivide con gli altri i compiti da fare. C’è chi ha difficoltà: si fa aiutare dai compagni o dai bambini di altre squadre. Anche il supporto dell’educatore è nelle regole del gioco. Finiti i compiti alcuni bambini vanno nella stanza dei libri e dei giochi, altri scelgono di stare nella stanza del colore.

Si fanno le 18.00 e ci si rincontra tutti per una nuova battaglia dragale. Le scoperte del giorno sono annotate sul Barrito murale, un grande foglio che raccoglie racconti, episodi e ricerche. Ma nella battaglia guadagnano punti solo le squadre che propongono scoperte attendibili e verificabili dall’intero gruppo. Si contano i punti accumulati da ogni squadra e si proclama quella vincitrice. È tardi: i piccoli draghi si salutano con un canto, un gesto o un pensiero.

 

Il Mammut è oggi

Oggi il Mammut è quello che è grazie a una rete nazionale di scuole e associazioni amiche. Il Gruppo di risveglio dal sonno di Felice e Mirella Pignataro, la Mensa dei bambini proletari degli anni Settanta (oggi Lo Cunto de li cunti), il Distretto di economia solidale DES, il centro sociale DAMM a Napoli e ancora la Città bambina e la Comunità delle Piagge a Firenze, la Par tòt parata, Hamelin e la Lodola a Bologna, Momos e il Lato Azzurro a Venezia, Lunaria, l’Asinitas, le scuole Pisacane e Celio Azzurro a Roma e la Casa-laboratorio di Cenci (Terni) sono solo alcuni dei nodi di questa avventura-groviglio.

Gli antenati dei Mammut

Le pratiche del centro territoriale di Scampia nascono da anni di riflessioni sulla pedagogia e di interazioni con realtà che lavorano sui temi dell’educazione e dell’intreccio tra “fare città” e “fare scuola”. Cugini e antenati del Mammut si ritrovano tra molti operatori culturali e sociali, associazioni, scuole e maestri che intendono la pedagogia come ricerca e sperimentazione da una parte, e come strumento di trasformazione dello spazio pubblico dall’altra. I riferimenti teorici del Mammut sono tanti e tra questi quelli di Colin Ward, Giovanni Michelucci, Ivan Illich, Lev Tolstoj, John Dewey, Maria Montessori, Aldo Capitini, Marco Lodi, Carl Roger. Scuole “storiche” di pratica e pensiero sono state l’MCE (Movimento di cooperazione educativa), i CEMEA (Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva), il CEIS (Centro educativo italo svizzero) di Rimini, la Scuola-città Pestalozzi di Firenze, insieme a esperienze che negli anni Settanta hanno sviluppato modelli di pedagogia non autoritaria, come l’ARN (Associazione risveglio Napoli) in cui militò anche la scrittrice Fabrizia Ramondino.

Per approfondire

Il barrito del Mammut, ovvero la rivista multimediale del Centro territoriale Mammut. Dal sito è possibile scaricare anche il Pdf del libro Come partorire un mammut.

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