Pearson

Imparare sempre

magazine # / /

Storia economica. Il ruolo dell’energia nel secondo dopoguerra

di Giulio Sapelli, Docente di Storia economica all'Università degli Studi di Milano, ricercatore emerito della Fondazione Eni - Enrico Mattei

23 marzo 2012

EUROPA E FINE DELL’EUROPA?

Nel 1946 il 77% dell’approvvigionamento europeo proveniva dall’emisfero occidentale; nel 1961, invece, il 90% era di provenienza mediorientale. Questa trasformazione impose un’intrapresa di dimensioni titaniche per garantire sicurezza, protezione, continuità di un rifornimento energetico più problematico di quanto non fosse un tempo: ora doveva unificare i destini di due mondi culturalmente divisi e per certi versi ostili, come dimostreranno le vicende successive.

Le grandi imprese energetiche miravano alla creazione di gigantesche unità operative, ottenendo nuove concessioni e nuove market areas: il controllo oligopolistico poteva affermarsi grazie all’accumulo di ingenti quote di potere, di condizionamento politico e istituzionale.

UN MERCATO MONDIALE TRIPOLARE

Per ottenere un rifornimento a prezzi e a quantità non controllate oligopolisticamente occorreva  mutare il mercato mondiale: esso doveva trasformarsi in un sistema tripolare costituito dalle compagnie multinazionali, dai paesi consumatori e dai paesi produttori.

La metà circa del petrolio che serviva all’Europa che si ricostruiva dopo la Seconda guerra mondiale proveniva dalle compagnie americane e il suo afflusso presupponeva la disponibilità di divise: dal 1948 al 1952 il 20% dell’aiuto concordato attraverso il piano Marshall fu costituito da importazioni di petrolio e dalle infrastrutture a ciò necessarie. Questo semplice dato conferma in modo indubitabile che si stava assistendo al passaggio da un sistema di relazioni economiche e sociali fondato sul carbone come fonte energetica che quelle relazioni rendeva possibili a un sistema fondato sul petrolio. Ma il dato ancor più spettacolare, come si è detto, risiedeva nel cambiamento delle aree strategiche nel rifornimento del greggio. Di qui l’importanza fondamentale dell’approccio geostrategico.

Questo fatto impose ai gruppi dirigenti mondiali il ripensamento di tutta una politica di protezione delle fonti del greggio e del gas naturale, contestualmente alla creazione di una formidabile infrastruttura del trasporto che diveniva di fondamentale importanza: sicurezza, protezione, continuità divenivano i presupposti indispensabili di una politica energetica che unificava i destini di mondi culturali tanto distanti intellettualmente quanto interrelati economicamente.

Per ottenere un rifornimento a prezzi e a quantità non controllate oligopolisticamente occorreva  mutare il mercato mondiale

Ma questa interrelazione poneva le basi di un processo che, nel momento in cui l’egemonia della moneta americana veniva messa in discussione nel 1971, avrebbe dato vita a una sorta di cristallizzazione politica del potere di condizionamento dei paesi produttori nei confronti dell’Occidente che a essi era ormai così debitore: i prodromi di ciò erano già tutti presenti agli albori di quella nuova fase della crescita internazionale che si stava aprendo dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

UNA NUOVA CONFIGURAZIONE DEL POTERE MONDIALE: LA FORZA DELL’ENERGIA

L’Europa occidentale, gli Stati Uniti e il Giappone sono stati il centro della crescita postbellica: nel 1955 assieme assorbivano i due terzi delle esportazioni mondiali di greggio e ancora nel 1965 tale quota ascendeva ai tre quarti.

L’essenza della questione risiedeva nel fatto che i paesi industrializzati che mancavano di una produzione domestica tendevano in tal modo a ridurre i costi d’importazione, sviluppando un’industria della raffinazione petrolifera e una politica degli approvvigionamenti tali da soddisfare i loro bisogni. Qui scattava il contenzioso diplomatico-militare-economico con gli Stati Uniti, attenti a tutte le implicazioni che le politiche di importazioni potevano avere su quello scacchiere della sicurezza e della stabilità prima evocato.

La protezione della produzione nazionale e la decisione d’imporre quote d’importazione che funzionano a partire dalla fine degli anni Cinquanta derivano propriamente, come si è già detto, da quel minaccioso groviglio di eventi che si scatena con la crisi di Suez nel1956 e che per gli Stati Uniti assume molto spesso i caratteri di una possibile e probabile cospirazione vera e propria.

Questa politica non poteva naturalmente affermarsi né in Europa né in Giappone: mentre nel decennio 1955-65 le importazioni americane raddoppiarono, quelle europee triplicarono e quelle giapponesi aumentarono di otto volte. L’Inghilterra, la Germania occidentale, la Francia, l’Italia e il Benelux, dipendendo per il 90% dalle importazioni, cercarono, come si è detto, di limitarne i costi estendendo la propria capacità di raffinazione, elaborando strategie eminentemente nazionali per cooperare o per confrontarsi aspramente con le grandi compagnie petrolifere anglo-americane.

“mentre nel decennio 1955-65 le importazioni americane raddoppiarono, quelle europee triplicarono e quelle giapponesi aumentarono di otto volte”

Quello che val la pena sottolineare qui, in continuità con il discorso intrapreso, è il fatto che tra queste strategie spiccava quella di sfruttare gli approvvigionamenti di fonte sovietica. È una strada, questa, che percorrono alcuni paesi: Italia, Svezia, Grecia, Francia, Austria, India e Giappone.

Insieme assorbono circa la metà delle esportazioni sovietiche mondiali tra il 1951 e il 1959. In realtà, se le si considera sullo sfondo della generalità delle importazioni mondiali, si tratta soltanto del 5% di queste ultime, ma le implicazioni politiche che scatenano vanno ben al di là di codesta percentuale.

Queste esportazioni sovietiche rappresentavano un pericolo per l’egemonia su scala mondiale dell’establishment nordamericano. Come è stato sottolineato con precisione da molti osservatori coevi del periodo di cui stiamo discutendo e in studi recenti, le ragioni di questo orientamento da parte dei paesi importatori erano molteplici. Per quelli che appartenevano al blocco dei non allineati e della neutralità (come l’Austria) le cause politico-diplomatiche potevano essere prioritarie, mentre per paesi come Francia e Italia non potevano esistere dubbi sul fatto che il motivo essenziale che determinava questa linea di politica commerciale risiedeva nel fatto che, a fronte dell’instabilità e della turbolenza del Medio Oriente, la stabilità della burocrazia sovietica appariva a quei tempi come una straordinaria garanzia di continuità e di ordine.

Naturalmente, così facendo tali Paesi diminuivano la propria dipendenza rispetto all’oligopolio internazionale e rafforzavano le proprie capacità di sviluppare un’industria nazionale della raffinazione a costi inferiori di quelli fissati internazionalmente. Che il problema sovietico fosse, nella sostanza, un falso problema, o quanto meno un problema secondario, nel panorama mondiale che andava emergendo, fu dimostrato dal fatto che il vero cambiamento, sia sul fronte del mercato sia sul fronte della struttura delle imprese, fu rappresentato dalla formazione dell’OPEC nel 1964, ossia dall’organizzazione di paesi possessori delle fonti energetiche fossili in cartello per controllare quote di produzione e prezzi. La riduzione nei rendimenti provocata dalla decisione di abbassare i posted prices divenne ben presto inaccettabile per tutti i paesi produttori.

Le grandi compagnie multinazionali, e questo mi pare veramente indubitabile, sottovalutarono gravemente il trend di cambiamento che maturava nei paesi mediorientali e nordafricani confidando nella stabilità dell’alleanza con paesi come l’Arabia Saudita e il Kuwait, che pure si muovevano ormai con decisione sulla strada dell’oil nationalism.

TRA CRISI E CIRCOLI VIRTUOSI

Oggi il ruolo svolto dall’interrelazione tra politica ed economia sul terreno della politica estera può essere ancor più forte, soprattutto se quell’interrelazione si esercita in un settore cruciale come le fonti energetiche. Infatti, nella situazione che si è determinata dopo il crollo del Patto di Varsavia, i punti di crisi si sono ampliati e non ridotti. Ma questa è storia di oggi. Dobbiamo, tuttavia, comprendere sino in fondo gli insegnamenti che sono venuti dalle  grandi crisi petrolifere della seconda metà del Novecento.

Le crisi energetiche della metà degli anni Settanta rappresentano un punto di svolta a livello mondiale. Sino ad allora il meccanismo di stimolo e risposta esistente tra offerta di energia e crescita dei Pil pareva essere quasi meccanico e spontaneo nel suo riprodursi.

E questo per due ordini di motivi: l’apparente infinita  riproducibilità delle fonti energetiche e il relativo basso prezzo delle stesse.

Infatti, nella situazione che si è determinata dopo il crollo del Patto di Varsavia, i punti di crisi si sono ampliati e non ridotti.

Quando questo circolo virtuoso si interruppe, immediatamente si innescò un’alta criticità nel rapporto tra risorse energetiche e crescita economica. Una criticità che si aggravò via via sempre più per l’effetto dell’emergere delle tematiche ambientalistiche, che venivano così combinandosi con quelle più tradizionali dell’offerta e del prezzo dei prodotti energetici. Da allora, il meccanismo di stimolo e risposta non può più avviarsi meccanicamente, ma deve confrontarsi con i vincoli della riproducibilità, che viene così a cumularsi con quella energetica.

INVIA IL TUO COMMENTO

 

Prima di pubblicare un commento, assicurati che sia pertinente alla discussione in corso, non abbia contenuto offensivo, calunnioso, diffamante, razzista, sessista e non violi le leggi italiane. La redazione si riserva il diritto di cancellare commenti non consoni con controlli a campione.