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Imparare sempre

Uno degli incontri al Palazzetto dello Sport. Foto: Istituto Luosi

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Il sapere antisismico

di Valentina Murelli

16 febbraio 2013

Succede che all’improvviso la scuola non c’è più. Che una scossa di terremoto, per esempio, la ferisce così profondamente da renderla inagibile. Chiusa, per un periodo più o meno lungo o per sempre, alle lezioni di matematica e italiano, alle ore di educazione fisica, ai consigli di classe, agli intervalli passati nei corridoi, alle fughe nei bagni.

E allora bisogna decidere che cosa fare, come tenerla in vita nonostante tutto, come inventarsi giorno per giorno un nuovo modo di “fare scuola senza scuola”.

Senza l’edificio, le mura, le aule. È quello che è successo all’Istituto di istruzione superiore Giuseppe Luosi di Mirandola, in provincia di Modena: quattro istituti (tecnico economico, professionale commerciale, liceo linguistico e liceo classico) e due sedi, entrambe fortemente danneggiate dai sismi che il 20 e il 29 maggio 2012 hanno colpito l’Emilia Romagna. G

iusto il tempo di risollevare uno sguardo ancora annebbiato dalla polvere dei crolli, di tirare un enorme sospiro di sollievo quando si verifica che nessuno manca, ed è subito tempo di rimboccarsi le maniche, di chiudere l’anno e di cominciare a lavorare per la riapertura in autunno. Non da soli, ovviamente.

Gli enti locali – Comune, Provincia e Regione – l’hanno detto subito: si deve ripartire dalle scuole, ci si deve rimettere in movimento sulle gambe dei ragazzi. E l’impegno non è stato solo formale, molti lavori sono già avviati. «Nel caso del Luosi, ci vorrà circa un anno per la ristrutturazione di uno degli edifici e poco più per la costruzione di una nuova struttura che sostituisca il convento della chiesa di San Francesco, in cui era ospitato il liceo classico, non più utilizzabile» spiega il dirigente scolastico Giorgio Siena.

Intanto, lo scorso novembre sono arrivati i moduli provvisori della Regione: i container prefabbricati che per un po’ saranno la nuova casa dei 1150 studenti e dei 90 tra insegnanti e tecnici del Luosi.

E prima dell’arrivo dei container? Come se la sono cavata ragazzi e docenti fino ad allora, cioè per ben due mesi senza una struttura fisica di riferimento? Semplice: trasformando un grandissimo disagio in un’opportunità. «È stata l’occasione di fare tutto quello che non avremmo mai osato fare in situazioni normali» dice Siena, parafrasando Woody Allen. Potenziando percorsi e progetti già rodati, come gli stage lavorativi, e soprattutto sperimentando, con un mix di flessibilità e creatività – e l’insostituibile aiuto del territorio – nuove modalità didattiche.

Il primo passo è stato una nuova organizzazione degli orari, per sfruttare al meglio gli spazi disponibili: le aule di una scuola media, gli spogliatoi del palazzetto dello sport, le sale di un ristorante. Così alcune classi hanno fatto lezione solo al pomeriggio, mentre per altre si è scelta una settimana corta, di tre giorni alternati, con orario verticale dalle 8 alle 17.

Poi c’è stata un’accelerazione sull’introduzione di nuove tecnologie. «Avevamo già pensato di cominciare a usare i tablet, un po’ per ridurre il peso dei libri, un po’ per sfruttare le opportunità di condivisione dei materiali offerte dalle piattaforme digitali» racconta Siena. «Le difficoltà logistiche ci hanno convinti a buttarci subito nel progetto, attivandolo in alcune classi».

E ancora: una potente riorganizzazione delle esperienze extra-scolastiche, come gli stage lavorativi o quelli linguistici all’estero. Già da diversi anni il Luosi mette in atto, soprattutto per l’istituto tecnico e quello professionale, una politica di alternanza scuola-lavoro, che porta i ragazzi a frequentare uno stage di almeno un paio di settimane in un’azienda del territorio.

Viste le circostanze, la scuola ha chiesto alle aziende di concentrare tutti gli stage a settembreottobre e di prolungarne la durata: molti studenti hanno lavorato fuori classe per quattro o cinque settimane. E oltre a contatti già solidi, se ne sono creati di nuovi. «Da un paio d’anni una classe del liceo classico segue un corso di introduzione all’archeologia, così abbiamo cercato di portarla a lavorare in uno scavo. E ci siamo riusciti» racconta Franco Verri, docente di storia e filosofia.

Per due settimane, i ragazzi hanno frequentato il parco archeologico romano di Suasa, in provincia di Ancona, ospiti del Comune di San Lorenzo in Campo: hanno aiutato a pulire il sito e i reperti del museo, collaborato alla costruzione di un muretto di rispetto, lavorato al restauro di un mosaico, scoprendo la componente pratica del mestiere di archeologo.

«Pensavamo già da un po’ a uno stage di questo tipo: sono state le condizioni create dal sisma a spingerci ad attivarlo» commenta Verri. Sembra tanto, ma non è ancora tutto. Anzi, forse manca il pezzo forte della proposta del Luosi: l’organizzazione di un ciclo di 15 conferenze dal titolo programmatico Sapere è antisismico, che per altrettante mattine ha impegnato gli studenti in un nuovo modo di fare lezione. Due gli obiettivi principali dell’iniziativa, come spiega Giorgio Siena: «Da un lato, abituare gli studenti a lezioni di tipo universitario e, dall’altro, metterli in contatto con figure importanti del territorio».

I relatori delle conferenze (dedicate per lo più a temi di natura economica o filosofica) non erano casuali: spesso si trattava di imprenditori della zona o di docenti universitari che nel loro lavoro di ricerca si occupano del territorio emiliano. Così, per esempio, si è parlato del distretto biomedicale del modenese (il più importante d’Italia), di importazioni ed esportazioni nell’economia della provincia di Modena, delle specializzazioni dei distretti industriali nel mercato globale.

Un modo per far affacciare i ragazzi sul mondo reale e sulle prospettive del mercato del lavoro. Ma anche un modo per responsabilizzarli fortemente, perché tutto il ciclo è stato gestito proprio da un gruppo di studenti, come attività per uno stage sull’organizzazione di eventi, svolto in collaborazione con la Fondazione scuola di musica di Mirandola e la locale radio Pico.

I ragazzi hanno preso contatto con i relatori, ne hanno studiato il curriculum, li hanno presentati alla platea e hanno curato le registrazioni audio delle conferenze e il blog del ciclo. «Un’esperienza importante, anche perché ci ha dato la possibilità di conoscere direttamente persone di altissimo profilo culturale e istituzionale, che altrimenti avremmo solo guardato da lontano» afferma Luca Ostinelli, 4D dell’istituto tecnico, uno degli studenti coinvolti nei lavori.

Per la scuola, invece, un atto di grande fiducia nei confronti dei ragazzi, messi di fronte per la prima volta a un impegno più grande (e meno scontato) del solito. In ogni caso, una testimonianza concreta di un forte legame tra la scuola e il suo territorio: un legame già presente, certo, ma che il terremoto ha contribuito a rafforzare, spingendo a cogliere anche nuove opportunità.

Come quella offerta dalla prossima realizzazione del Campus biomedicale, donato dalla Fondazione Specchio dei tempi della Stampa, insieme al Comune di Torino: in pratica, uno spazio con aule tecniche e laboratori, che sarà fruibile da parte degli studenti del Luosi e di altre scuole, ma anche dagli operatori delle stesse aziende del distretto. In qualche modo un’eredità positiva del terremoto, e non è la sola.

«Lo schianto del sisma ci ha costretti a trovare soluzioni che sembravano solo risposte d’emergenza e invece sono state uno stimolo per ripensare la didattica, i suoi tempi, i suoi spazi» commenta Giorgio Siena. «Il buon funzionamento delle classi con orario verticale, per esempio, ci ha fatto riflettere sul fatto che la scuola dovrebbe avere orari più flessibili, mentre il ciclo di conferenze ha spinto gli insegnanti a lavorare in un modo diverso, costruito attorno ai singoli interventi dei relatori».

E ancora: i docenti si sono accorti che il semplice fatto di cambiare spazi ha reso gli studenti più partecipi. «Insegno da 30 anni e non avevo mai visto ragazzi così attenti come quelli che mi sono trovata di fronte negli spogliatoi del palazzetto dello sport, seduti sulle panche di fianco alle docce, con i libri sulle ginocchia» racconta Anna Benati, che al Luosi insegna economia aziendale. Certo c’è anche il fatto – un’altra eredità “buona” del sisma – che dopo i momenti tragici che hanno vissuto, i ragazzi si sono sentiti molto attaccati alla loro scuola.

«Anche se spesso viviamo la scuola con noia o fastidio, per noi è stato importante sapere che c’era nelle nostre vite qualcosa che non cambiava, che rimaneva un punto di riferimento» spiega Luca Ostinelli. E lo stesso hanno pensato i genitori, che dal giugno scorso affollano le riunioni scolastiche come mai prima. Niente di sorprendente, dunque, nel fatto che proprio la scuola può rappresentare un luogo privilegiato per la discussione sul futuro di un territorio ferito.

Al liceo classico, per esempio, si pensa a un progetto interdisciplinare per la realizzazione di una guida virtuale al patrimonio storico-artistico di Mirandola, con tanto di riflessioni sulle ipotesi di ricostruzione per i monumenti danneggiati. «Anche questa è una bella sfida: noi insegnanti siamo abituati a lavorare ciascuno per conto proprio, mentre dovremo imparare a collaborare e a coordinarci di più», commenta Franco Verri.

Dopo quello che hanno passato, una sfida che non li spaventa affatto.

Approfondimenti
La scuola chiama, il territorio risponde

«Sorprendente!» Così Anna Benati, docente di economia aziendale dell’Istituto Luosi di Mirandola e coordinatrice delle attività di stage, definisce la risposta che le aziende del territorio hanno dato quando sono state interpellate sulla possibilità di ospitare studenti per un periodo di lavoro.

«Chiunque si trovasse in condizioni minime per collaborare l’ha fatto con entusiasmo, magari accogliendo i ragazzi nei container che costituiscono le sedi temporanee delle attività. E anche questo per i nostri studenti è stato formativo: vedere che si continua a lavorare, sebbene in situazioni di disagio. Perché i container – ora che ci facciamo lezione dentro possiamo ben dirlo – sono decisamente piccoli e scomodi, però spesso rappresentano l’unico posto in cui si può riprendere il lavoro».

Il bilancio degli stage post-sisma del Luosi è decisamente positivo: ben 90 aziende sono state coinvolte, ospitando in tutto più di 200 studenti. «Spesso si è trattato di partner storici della scuola, soprattutto aziende del distretto biomedicale di Mirandola, però abbiamo attivato anche molte nuove collaborazioni, in un bacino di riferimento più ampio del solito» spiega la docente. Per la prima volta, per esempio, i ragazzi hanno potuto frequentare gli uffici della Camera di commercio di Modena, della Procura della Repubblica, dell’ordine degli avvocati e della sede locale di Confindustria. «Nuove opportunità di conoscenza e formazione, che abbiamo tutta l’intenzione di portare avanti anche nei prossimi anni».

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