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Insieme diversi

di Andrea Riccardi, Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione

3 ottobre 2012

Tutti ci chiediamo se sia possibile vivere insieme tra persone diverse. In realtà è quello che già succede, in Italia e altrove. Ciò che serve è rispettare le differenti origini, affidarsi a uguali diritto, costruire un futuro comune. E la scuola e la cultura potrebbero essere la fonte del nuovo diritto di cittadinanza.

L’immigrazione è un elemento, di quel complesso fenomeno della globalizzazione, che presenta aspetti diversi nelle nostre società. Anni fa l’Italia era un paese di emigranti – e lo era stato per più di un secolo – oggi è un Paese di immigrazione. Anni fa l’Italia aveva – o sembrava avere – un profilo omogeneo, oggi ha un profilo plurale.

L’immigrazione è un portato della globalizzazione, che muta gli orizzonti cui eravamo abituati. Perché, secondo la sintetica espressione di Clifford Geertz, chi prima era lì, ora è qui. Vivere insieme tra diversi è una delle grandi sfide che l’Italia, l’Europa, il mondo, sono chiamati ad affrontare. Ma è possibile vivere insieme quando si è così diversi, per provenienza, cultura, religione? La condivisione degli stessi luoghi con l’Altro suscita problemi, pone domande. Se le pongono amministratori e intellettuali; ma le sentono anche l’uomo e la donna comuni.

«Ognuno di noi vive dentro di sé un incontro di culture: siamo tutti meticci».

Del resto l’Europa è più “vecchia”, e quindi più impaurita. La congiuntura economica ha amplificato il senso di insicurezza e il ripiegamento su di sé. La crisi della famiglia ha indebolito quella tradizionale realtà di convivenza in cui i diversi – per sesso, età, capacità – erano educati all’idea di un percorso comune. Gli uomini e le donne sono oggi più soli. E più “spaesati”, secondo la definizione di Tzvetan Todorov.

Andrea Riccardi. Foto: Augusto Casasolo/A3/contrasto

Andrea Riccardi. Foto: Augusto Casasolo/A3/contrasto

Il senso di spaesamento, la solitudine, il vuoto di prospettive possono produrre identità “contro”, che si esprimono in atteggiamenti timorosi e/o aggressivi. Soprattutto nelle periferie delle grandi città. Eppure la realtà è che, al di là delle difficoltà, già viviamo insieme. Secondo i dati provvisori del censimento 2011 negli ultimi dieci anni il numero degli stranieri non comunitari residenti in Italia si è triplicato (da 1.300.000 a 3.800.000 unità). Due milioni di famiglie hanno almeno un componente di origine straniera.

Nell’anno scolastico 2010/11, i minori con genitori non italiani rappresentavano quasi l’8% del totale. Dunque già viviamo insieme, e con grandi vantaggi reciproci. I lavoratori immigrati costituiscono quasi un decimo della forza lavoro, generano più del 10% del PIL, innalzano i tassi di natalità, sostengono il sistema pensionistico. La presenza di tanti stranieri che arricchiscono con il loro lavoro, e il loro contributo umano e civile, la vita del nostro Paese ci offre già l’immagine di un possibile e proficuo convivere fra diversi, ma uguali.

Diversi per storia, uguali nei diritti e nella visione di un futuro comune. Credo profondamente che la civiltà del domani sarà una civiltà del convivere. Un convivere che è sempre difficile – lo sperimentiamo tutti, a ogni livello – e che è dunque un’arte, un’arte da coltivare. Ma che è comunque la grande alternativa alla lacerazione della società. Un convivere che vuol dire pazienza, impegno, ingegno, capacità di comprensione.

Il mercato di Porta a Palazzo a Torino, uno dei luoghi simbolo del melting pot italiano. Foto: Pietro Cappa, Marka

Il mercato di Porta a Palazzo a Torino, uno dei luoghi simbolo del melting pot italiano. Foto: Pietro Cappa, Marka

Un convivere che richiede regole e cultura, e un investimento serio sull’integrazione. L’integrazione è un processo non breve, non facile, che significa muovere verso l’Altro. Per non chiudere o non chiuderci in qualche “ghetto”. L’immigrato incontro a noi. Ma anche noi incontro allo straniero. L’integrazione non riguarda solo i non italiani, bensì pure gli italiani. Qui c’è una grande sfida culturale ed educativa, ma anche una necessità di empatia, di una simpatia che faccia cadere i muri, che aiuti ad accettare il fatto che le identità si ereditano, ma si costruiscono anche.

Jonathan Sacks ha recentemente pubblicato un libro che indica la sfida che sentiamo: The home we build together. C’è una casa da costruire insieme. Si deve cominciare dalle nuove generazioni. Ma la sfida riguarda tutti. Per questo c’è come una resistenza, nell’intimo di tanti, nel dibattito pubblico. C’è l’idea che costruire qualcosa di nuovo significhi perdere parte di quel che si è ricevuto, della propria identità. Al riguardo Todorov scrive: «Ognuno di noi vive dentro di sé un incontro di culture: siamo tutti meticci». E precisa Amin Maalouf: «Non ho parecchie identità, ne ho una sola, ma fatta di tutti gli elementi che l’hanno plasmata».

In nessun momento un’identità può dirsi “finale”. C’è sempre un lavoro di riaggiustamento, di aggiornamento, da fare. Innanzitutto – com’è ovvio – per chi parte da più lontano. Nel rispetto delle tante differenze – che sono per lo più una ricchezza – si tratta di proporre il profilo culturale e umanistico italiano, affinatosi nei secoli, a gente che non è di origine italiana.

Un lavoratore extracomunitario in una fabbrica di Parmigiano Reggiano dell’Emilia Romagna. Foto: Nevio Doz, Marka.

Un lavoratore extracomunitario in una fabbrica di Parmigiano Reggiano dell’Emilia Romagna. Foto: Nevio Doz, Marka.

Il riguardo alla vita, la centralità della persona, il valore della famiglia e del lavoro, lo stato di diritto, sono i pilastri della nostra civiltà, e, insieme alla lingua, il cuore di ciò che possiamo e dobbiamo trasmettere agli italiani di domani, qualunque sia il loro cognome o il colore della loro pelle. Certo, se in altri Paesi si è tentato di elaborare ed applicare diverse ricette d’integrazione – assimilazionismo universalistico, multiculturalismo comunitario, ecc. – si direbbe che da noi tale tappa sia “saltata”. Da un lato le varie pratiche inclusive hanno seguito vie un po’ casuali, dall’altro la politica si è spesso fatta travolgere dall’onda emotiva dell’emergenza.

L’istituzione, nell’ambito del governo Monti, di una delega per l’Integrazione intende dire che è giunto il momento di affrontare questo tema in modo nuovo, con un respiro più ampio. Come una priorità cui ci richiamano l’attualità e il futuro. Lavorare per l’integrazione oggi è un gesto di fiducia nel domani del Paese.

Ma come farlo? Come continuare a porci la domanda che ci accompagna da 150 anni, quella di “fare gli italiani”? Bisognerà – io credo – ripartire da tutte le esperienze reacittadinanza lizzate in passato, inquadrandole in una prospettiva organica, e puntando in particolare sul mondo della scuola e su quello del lavoro. È qui che si giocherà l’integrazione. In un incontro quotidiano, e profondo, tra persone, non tra modelli astratti.

E poi occorrerà offrire percorsi che incoraggino uno sbocco positivo, che prevedano il raggiungimento di un traguardo: è quel che si è cercato di fare, di concerto con il Ministero dell’Interno, proponendo a chi giunge in Italia la stipula di un Accordo d’Integrazione.

Il tema dell’integrazione, e quello di un traguardo da raggiungere, si riallacciano alla questione della cittadinanza. Che non è solo il godimento di un determinato stato giuridico, ma fonda anche, e sancisce, il sentimento di appartenenza a una specifica comunità nazionale.

Cittadinanza è “parola che unisce”, sintetizzava molto bene l’articolo di Riccardo Gualdo sul primo numero di questa rivista. Mi piacerebbe una ridefinizione del nostro diritto di cittadinanza, oggi regolato dalla legge 91 del 1992. Mi sembra che nel Paese cresca la consapevolezza che lo ius sanguinis non è più capace di rispondere alle esigenze di una società che – pur tra qualche difficoltà – accoglie gente proveniente da ogni parte del mondo, e, soprattutto, ne forma i figli, plasmandoli come italiani, come bambini e ragazzi che parlano la nostra lingua, studiano la nostra storia e la nostra letteratura, si interessano a quel che succede da noi.

È un tema – questo – più volte ripreso anche dal presidente Napolitano. Purtroppo, però, si è creata una certa impasse legislativa a causa delle contrastanti opinioni in materia, in particolare per il timore che uno ius soli “puro” possa risultare troppo estensivo. Per superare tale impasse, e per dare una più certa prospettiva di vita al numero crescente di giovani nati in Italia da genitori stranieri – la seconda generazione – mi sono permesso di avanzare un’ipotesi che, semplificando, si potrebbe definire di ius culturae: l’ottenimento della cittadinanza per quei minori che abbiano proficuamente frequentato uno o più cicli scolastici. Si riconoscerebbe e valorizzerebbe, in tal modo, lo sforzo di integrazione già compiuto dal minore stesso e dalla sua famiglia.

Approfondimenti
La popolazione straniera residente in Italia

Secondo i dati Istat sono 4.570.317 gli stranieri comunitari ed extra comunitari residenti in Italia al 1° gennaio 2011, 335 mila in più rispetto all’anno precedente (+7,9%). L’incremento è leggermente inferiore a quello registrato nel 2009 (343 mila unità). Il numero degli stranieri residenti nel corso 2010 è cresciuto soprattutto per effetto dell’immigrazione dall’estero (425 mila individui). Nel 2010 sono nati circa 78 mila bambini stranieri, il 13,9% del totale dei nati da residenti in Italia. L’aumento rispetto all’anno precedente, è stato dell’1,3%, valore nettamente inferiore a quello (+6,4%) registrato nel 2009. La quota di cittadini stranieri sul totale dei residenti (italiani e stranieri) continua ad aumentare: al 1° gennaio 2011 è salita al 7,5% dal 7% registrato un anno prima. L’86,5% degli stranieri risiede nel Nord e nel Centro del Paese, il restante 13,5% nel Mezzogiorno. Gli incrementi maggiori della presenza straniera rispetto all’anno precedente, anche nel 2010, si sono manifestati nel Sud (+11,5%) e nelle Isole (+11,9%). Al 1° gennaio 2011 i cittadini rumeni, con quasi un milione di residenti (9,1% in più rispetto all’anno precedente), rappresentano la comunità straniera prevalente in Italia (21,2% sul totale degli stranieri).

Ius sanguinis e Ius soli

La 91/92 è una norma pensata tenendo presente il gran numero di emigrati italiani nel mondo. Per questo è relativamente facile, per un loro discendente, acquisire la nostra cittadinanza. è il cosiddetto ius sanguinis – il diritto che fa dipendere la cittadinanza dalla discendenza da almeno un cittadino dello Stato in questione. Per contro, diventare italiani è piuttosto arduo per gli stranieri. A ciò si aggiunga che il ricorso allo ius soli – è il diritto che fa dipendere la cittadinanza dalla nascita nello Stato in questione – è possibile solo alla maggiore età: quanti nascono in Italia da genitori stranieri, pur vivendo nel nostro Paese, frequentando le nostre scuole e parlando la nostra lingua, rimangono “non italiani” fino al compimento dei 18 anni, quando hanno un anno di tempo per presentare istanza di riconoscimento.