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Italiano. Se 2000 parole posson bastare

di Luca Serianni, Linguista e filologo, docente di Storia della lingua italiana all'Università La Sapienza di Roma

7 ottobre 2013

Le parole non sono tutte uguali. Non solo perché divergono nei significati e nelle funzioni, ma per la differente frequenza con cui le usiamo. In un’ideale piramide che rappresenti il patrimonio del lessico virtualmente disponibile in una certa fase linguistica (quello accolto in un vocabolario dell’uso di taglio medio) nella parte apicale potremmo collocare le poche parole davvero “fondamentali”, perché ricorrenti più e più volte in qualsiasi testo che ci capiti di produrre oralmente o per iscritto. Il grosso delle parole, quelle che occuperebbero la parte più ampia della nostra piramide, sono parole rare che anche un parlante colto non conosce o non usa: sono parole marcatamente letterarie (l’aggettivo impronto «che mostra improntitudine, sfacciato») e soprattutto proprie di un lessico specialistico, noto solo a una minoranza: iperdulia (religione), entelechia (filosofia), anticresi (diritto), disgeusia (medicina), esterificazione (chimica), autovalore (matematica). Le parole fondamentali si ritrovano in tutte le lingue, con poche differenze interne: è intuitivo che le parole usate per indicare la neve saranno più frequenti nelle lingue dei paesi artici rispetto a quelle parlate nei paesi caldi. Per l’italiano, Tullio De Mauro, che al tema ha dedicato studi decisivi, ha fissato il numero dei vocaboli fondamentali (o di base) in 2049. A una cifra così precisa si arriva attraverso un campionamento bilanciato di corpora di vari testi, parlati e scritti, prodotti in un ventaglio di situazioni comunicative sufficientemente ampio. Queste duemila parole rappresentano circa il 90% delle occorrenze lessicali rinvenibili in un testo italiano contemporaneo. Il dato ha un’evidente importanza applicativa: sia per i docenti che insegnano l’italiano come lingua seconda (e da tempo la glottodidattica è sensibile a questo aspetto) o si rivolgono a bambini madrelingua (fin dai primi anni della scuola primaria tutti gli alunni dovrebbero padroneggiare questo patrimonio); sia per i funzionari che redigono un avviso destinato alla massa dei cittadini (pagamento delle imposte, riscatto di una casa popolare, ecc.): è un dovere civico ridurre il tasso di tecnicismi giuridici e burocratici e attingere il più  largamente possibile alle parole di uso davvero condiviso.

Ma quali sono le parole del lessico fondamentale? Vi troviamo prima di tutto parole “vuote” o grammaticali come articoli, pronomi, preposizioni,  congiunzioni. Poi, parole semanticamente generiche e quindi usate, specie nel parlato, quando il contesto è più che sufficiente per capire il contenuto del messaggio («Sempre le  stesse cose!»: cose può indicare parole, comportamenti, preparazioni culinarie…): cosa, roba, dare, dire, fare  ecc. Ma un nucleo consistente è rappresentato da parole astratte come problema o senso e da parole concrete, che indicano realtà che incidono nel nostro vissuto, come cane o gatto. Naturalmente il fatto che un lemma rientri nel lessico fondamentale non implica che siano altrettanto centrali tutte le sue accezioni: tutti sappiamo che cos’è un gatto, moltissimi conoscono il gatto delle nevi, che però non rappresenta certo una nozione centrale nella nostra esperienza, come avviene, a maggior ragione, per la lingua di gatto “tipo di biscotto”, il gatto a nove code  “tipo di frusta” o il gatto  inteso come “macchina d’assalto usata nel Medioevo”. Le differenze di frequenza tra scritto e parlato sono minori di quel che si potrebbe credere. Confrontando due diversi sottouniversi, De Mauro ha calcolato che le prime 500 parole coprono l’80,4% di un corpus di italiano parlato e il 78,1% di un corpus di italiano scritto. Il 2,3% di differenza documenta comunque la maggiore varietà e specificità dello scritto; ma è significativo che, raggiunte le 2.500 parole più frequenti, le due cifre quasi si sovrappongano: 92,54% per il corpus di parlato e 92,45% per quello di italiano scritto. Può cambiare però il rango all’interno dei due gruppi. Nel parlato sono molto più frequenti verbi come scusare, succedere, significare, legati a tipici moduli pragmatici («Scusami», «Che è successo?», «Che significa?»), o avverbi come praticamente, sicuramente, chiaramente, usati per attenuare un’affermazione («Praticamente la partita si è chiusa al primo tempo») o per enfatizzare una dichiarazione di assenso («Non potevo che agire in questo modo» – «Chiaramente»). Gli avverbi in -mente sono pesanti come carico sillabico: una caratteristica che non hanno le parole che occupano i primi posti quanto a frequenza. Si tratta di parole immancabilmente brevi, come si ricava pensando alla più comune formula di saluto confidenziale, ciao, ma anche ai suoi corrispettivi in altre lingue, quali l’angloamericano hi o lo spagnolo hola.

Ciao era una parola sconosciuta a Dante, ma la gran parte dei vocaboli del lessico fondamentale è già contenuta nella Commedia dantesca.”

Se ciao era una parola sconosciuta a Dante (si diffonde solo nel XIX secolo, dal veneziano), la gran parte dei duemila vocaboli che costituiscono il lessico fondamentale è già contenuta nella Commedia  dantesca, a dimostrazione della proverbiale stabilità della nostra lingua. Una prova a portata di mano: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita». In questi tre versi abbiamo stampato in corsivo le parole che rientrano nelle 2049 censite da De Mauro per l’italiano di oggi: cioè quasi tutte.

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • Lessico di frequenza dell’italiano parlato, di Tullio De Mauro e altri, ETAS Libri, 1993.
  • Le parole dell’italiano. Lessico e dizionari, di C. Marello, Zanichelli, 1996.
  • Grande dizionario italiano dell’uso, di Tullio De Mauro, UTET, 1999.
  • Parole e numeri. Analisi quantitative dei fatti di lingua, di Tullio De Mauro, Isabella Chiari, Aracne, 2005.

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