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Italiano. Una lingua sempre più amata

di Giuseppe Patota, Linguista, docente di storia italiana e autore di testi scientifici e divulgativi sulla lingua italiana

8 ottobre 2013

“Insegnare l’italiano agli stranieri residenti in Italia, o comunque gravitanti intorno alla nostra cultura, non è solo un dovere civile ma anche la premessa per una convivenza più serena”. Luca Serianni

All’inizio del 2010 il Ministero degli Affari Esteri ha affidato a Claudio Giovanardi e a Pietro Trifone il compito di valutare, attraverso un’inchiesta su scala mondiale, l’interesse che l’italiano suscita fuori dei confini nazionali.  L’obiettivo, già dichiarato nel titolo della ricerca (Italiano 2010. Lingua e cultura italiana all’estero), era ed è quello di aggiornare i risultati della precedente indagine Italiano 2000, a suo tempo affidata dallo stesso Ministero a un gruppo di lavoro diretto da Tullio De Mauro e formato da Massimo Vedovelli, Monica Barni e Francesco Miraglia. I risultati della nuova ricerca sono ancora in corso di elaborazione, ma Giovanardi e Trifone ne hanno anticipato i più significativi in quattro diversi interventi.

Da Italiano 2010 risulta che nel 2009-2010 gli Istituti Italiani di Cultura hanno somministrato 6.429 corsi di lingua italiana: quasi il doppio rispetto ai 3.548 registrati dalla precedente rilevazione. Dall’indagine è risultato anche che la motivazione che ha spinto gli utenti dei corsi a studiare la nostra lingua è, ancor più che nel 2000, quella culturale: l’italiano si studia in quanto lingua che veicola una grande, straordinaria cultura. Il che fa dire ai due studiosi: «Oggi più di ieri, la crescita dell’interesse per la lingua italiana nel mondo è in stretta relazione con la crescita dell’interesse per la cultura italiana […] si tratta di un messaggio importante, soprattutto di questi tempi, e sarebbe auspicabile che i nostri politici ne tenessero conto». Ho poco da aggiungere a queste considerazioni, se non tre domande: quanta ricchezza produce la somministrazione di corsi di lingua e cultura italiana in Italia e all’estero? Quanto potrebbe crescere il numero dei turisti che vengono a visitare il nostro paese, e quanto il successo del made in Italy,  se si investisse di più nelle istituzioni che garantiscono il prestigio e la diffusione della nostra lingua? Quanti studenti provenienti da altri Paesi, interessati allo studio delle lettere e delle arti, potremmo attirare nelle nostre università arricchendo e potenziando il sistema di insegnamento dell’italiano agli stranieri, anche attraverso vecchi e nuovi media? Naturalmente quella che sto indicando non è una battaglia di retroguardia contro l’inglese, ma una battaglia d’avanguardia per l’italiano. In una campagna elettorale di qualche anno fa  fu agitato uno slogan che proponeva una scuola scandita da tre i: inglese, Internet, impresa. Quando ne sentii parlare, fui felicissimo: finalmente, pensai, si comincia a pensare a una scuola moderna, aperta al plurilinguismo, ai nuovi media e alle esigenze del territorio. Poi ci ripensai. Purtroppo, chi aveva coniato quello slogan non aveva pensato a far precedere queste tre i, che personalmente considero importantissime, da un’altra i, senza la quale non c’è inglese, non c’è Internet, non c’è impresa che tenga: la i di italiano.

Senza una buona conoscenza della lingua nazionale i nostri giovani non potranno andare molto lontano. Personalmente credo che le quasi quotidiane grida d’allarme sull’analfabetismo di massa che colpisce i nostri studenti siano da ridimensionare, ma non da sottovalutare. Senza una buona conoscenza, senza una buona competenza nella lingua italiana i giovani che frequentano le nostre scuole e le nostre università non potranno mai raggiungere un livello apprezzabile di preparazione in nessuno degli ambiti di studio in cui sono impegnati, né quel buon livello di conoscenza e competenza nella lingua inglese che il presente e il futuro richiedono: al contrario, finiranno coll’adoperare un italiano scorretto e un inglese approssimativo, o un composto un po’ indigesto dell’una e dell’altra lingua. Invece, bisogna lavorare per una scuola in cui si insegnino e si imparino un ottimo italiano, un ottimo inglese e anche una terza lingua diversa dall’italiano e dall’inglese.

Il manifesto del Festival del cinema di Buenos Aires  Foto: Adriano Castelli/Shutterstock/web (manifesto Buenos Aires)

Il manifesto del Festival del cinema di Buenos Aires
Foto: Adriano Castelli/Shutterstock/web (manifesto Buenos Aires)

Non mi sento un visionario; e se mai lo fossi, sarei in buona compagnia. Nel sito dell’Unione europea, infatti, si legge che la politica linguistica dell’Unione mira a tutelare la diversità linguistica e a promuovere la conoscenza delle lingue. L’obiettivo è che ogni cittadino europeo conosca  almeno altre due lingue oltre a quella materna. Il problema è che fra i tanti poteri che l’Unione europea non ha c’è anche quello relativo all’insegnamento delle lingue seconde o terze nei vari Paesi: il contenuto dei programmi di formazione, infatti, rimane compito esclusivo di ordine culturale, e dobbiamo farla noi insegnanti, mostrando ai nostri studenti che le tante lingue d’Europa sono sì diverse, ma meno lontane fra loro considerazione una parola italiana come classe è dei singoli Stati membri.

Stando così le cose, la prima rivoluzione da fare è di quel che saremmo portati a pensare se non riflettessimo sulla loro struttura e sulla loro storia. Qualche esempio, tratto da un libro di Alberto Nocentini programmaticamente dedicato all’Europa linguistica, mi aiuterà a dimostrarlo. Prendiamo in considerazione una parola italiana come classe. Il suo corrispondente spagnolo è clase, il corrispondente francese è classe, quello inglese è class, quello tedesco è Klasse. Ripetiamo l’esperimento con cultura, immagine, persona, storia: avremo cultura, imagen, persona, historia in spagnolo, culture, image, personne, histoire in francese, culture, image, person, history in inglese, Kultur, Bild, Person, Geschichte in tedesco. Ciò che emerge a prima vista è che i lessici delle tre lingue neolatine sono sovrapponibili, che l’inglese concorda con questi e che il tedesco se ne discosta sì, ma non sempre. Quel che unisce molte lingue d’Europa, insomma, è più di quello che le divide. C’è poi un altro motivo che impegna tutti noi in direzione di un insegnamento più esteso e approfondito della nostra lingua: è quello dell’integrazione. La ben nota “questione della lingua”, per secoli al centro del dibattito intellettuale italiano, non può considerarsi esaurita, ma solo mutata nei termini, nei contenuti e negli obiettivi: da questione letteraria che fu fino all’Ottocento, essa è andata via via spostandosi su un piano più generale, investendo anche la società e la politica. A partire dalla seconda metà del XIX secolo essa si è concretizzata nell’obiettivo del “fare linguisticamente gli italiani”, del tutto (o quasi del tutto) realizzato soltanto alla fine del secolo scorso. La sua versione di oggi, “nuovissima questione della lingua”, s’identifica a mio avviso nel problema che segue: come favorire la conoscenza e la diffusione della lingua italiana, premessa di qualunque possibile integrazione, tra i lavoratori stranieri che contribuiscono alla crescita economica (e anche demografica) del nostro Paese?

Il problema, come si può capire, è di ordine culturale, sociale e politico. Non a caso se ne sono occupati a più riprese sia il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi sia il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «La prospettiva di chi viene in Italia per studiare e per lavorare» dichiarò il primo nove anni fa «deve poter essere il conseguimento della cittadinanza italiana. Dovrebbe essere possibile ottenerla in un lasso di tempo inferiore a quello richiesto oggi, ma condizionato ad alcuni fondamentali requisiti. Il primo di essi non può che essere la conoscenza, sufficiente e certificata, della lingua italiana». Qualche tempo dopo il secondo ha scritto della necessità di aiutare «cittadini di altri Stati a inserirsi nella nostra cultura, attraverso gli atti comunicativi più semplici, quelli che passano attraverso il buongiorno e la buonasera, parole che aprono e chiudono una giornata di fatica quotidiana, accompagnata, forse, anche da qualche grazie ricevuto e dato». Alla fine del secolo scorso, in un intervento dedicato a Identità linguistica e unità degli italiani, Luca Serianni segnalava che quella «di espandersi di là dal gruppo di parlanti originari, diventando il secondo idioma per alcune popolazioni del bacino mediterraneo […] e per gli immigrati nel nostro Paese» era, per la nostra lingua, «un’occasione da non perdere: insegnare l’italiano agli stranieri residenti in Italia, o comunque gravitanti intorno alla nostra cultura, non è solo un dovere civile ma anche la premessa per una convivenza più serena». Il saggio di Serianni è del 1997. A distanza di sedici anni, le sue parole assumono un valore profetico, e invitano a sostenere tutte le iniziative che possano favorire la conoscenza e lo studio dell’italiano, nel mondo e in Italia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, a cura di Nicoletta Maraschio e Domenico De Martino, Laterza, 2012.
  • La questione della lingua per gli immigrati stranieri. Insegnare, valutare e certificare l’italiano, a cura di Monica Barni e Andrea Villarini, Franco Angeli, 2001.
  • Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione della cerimonia di consegna dei Diplomi di certificazione della Società Dante Alighieri a studenti stranieri, Roma, Palazzo del Quirinale, 24 settembre 2004.
  • Italiano 2000. I pubblici e le motivazioni dell’italiano diffuso fra stranieri, di Tullio De Mauro, Massimo Vedovelli, Monica Barni, Lorenzo Miraglia, 2002.
  • A che punto è lo studio dell’italiano fuori d’Italia?, di Claudio Giovanardi, Pietro Trifone, in Associazione per la Storia della Lingua Italiana, Storia della lingua e storia dell’Italia Unita. L’italiano e lo Stato nazionale, Atti del IX Convegno ASLI, a cura di Annalisa Nesi, Silvia Morgana, Nicoletta Maraschio, Cesati, 2011, pp. 353-371.
  • La nuova questione della lingua, Saggi raccolti da Oronzo Parlangèli, Paideia, 1971. Nicoletta Maraschio, 2011, pp. 353-371.
  • L’Europa linguistica: profilo storico e tipologico, di Alberto Nocentini, Le Monnier, 2002.
  • La diversità linguistica: riflessione teorica e sfida civile. Introduzione, in Lingue e diritti umani, a cura di Stefania Giannini e Stefania Scaglione, Carocci, 2011, pp. 23-39.