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Imparare sempre

Il laboratorio di abbigliamento medievale presso la scuola in Ospedale di Borgo Roma a Verona, realizzato in collaborazione con il Museo di Castelvecchio. Foto: Ospedale di Verona

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La cura dello studio

di Valentina Murelli

3 ottobre 2012

Come si impara (e come si insegna) tra le pareti di un ospedale, dove il tempo non è scandito dalla campanella ma dalle terapie. Le difficoltà e i successi di un’esperienza sempre più diffusa e strutturata, che coinvolge ogni anno quasi 80.000 studenti e 750 docenti. E che diventa parte del processo di cura dei giovani pazienti.

«Il teorema di Pitagora? Lo so! In un triangolo rettangolo l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dell’area dei quadrati costruiti sui cateteri». In una scuola normale la risposta di Matteo, 13 anni, avrebbe suscitato uno scoppio di ilarità e qualche presa in giro. Ma Matteo non sta in una scuola normale: la sua aula coincide con una camera del reparto di ematologia pediatrica dell’Ospedale San Gerardo di Monza.

Matteo è un alunno della Scuola in ospedale e la sua confusione tra cateti e cateteri rende fin troppo bene l’idea di quanto sia particolare la sua realtà quotidiana. «E spiega meglio di mille discorsi quello che intendiamo quando parliamo di integrazione tra ospedale e scuola per i bambini ricoverati» precisa Flavia Tarquini, insegnante di matematica e scienze della sezione ospedaliera dell’Istituto comprensivo Salvo D’Acquisto di Monza presso il San Gerardo.

Una lezione di educazione artistica nella scuola in Ospedale del San Gerardo di Monza.

Una lezione di educazione artistica nella scuola in Ospedale del San Gerardo di Monza.

Fino a non molti anni fa, l’espressione “scuola in ospedale” – e ancora di più “istruzione domiciliare” – rimandava a qualcosa di nebuloso. Una realtà sconosciuta ai più (anche tra insegnanti e dirigenti scolastici): non si capiva bene che cosa fosse, come funzionasse e in fondo neppure a che cosa servisse. Maestri e professori distaccati presso un ospedale o la casa di un bambino malato erano lasciati un po’ in disparte oppure osservati con curiosità, magari interrogati in modo morboso sul loro rapporto con la sofferenza degli alunni.

Negli ultimi tempi, però, qualcosa sta cambiando: «Ci si rende conto che la scuola in ospedale non è un diversivo grazioso e forse inutile, ma uno strumento indispensabile per garantire un diritto costituzionale, quello all’istruzione» spiega Alfonso Di Lio, dirigente scolastico del Salvo D’Acquisto. «Uno strumento necessario per evitare che i bambini soffrano due volte: per la malattia e per la sottrazione di un tempo di vita normale, che è fatto anche di scuola». Parallelamente cambia la considerazione degli insegnanti delle sezioni ospedaliere: non solo persone a cui chiedere della gestione emotiva della loro esperienza, ma colleghi con cui confrontarsi sui temi della didattica.

“Prima ancora di insegnare, i docenti ascoltano, sostengono, aiutano, costruiscono ponti con l’esterno”

A guidare il cambiamento – graduale, certo ancora incompleto, ma importante – sono due fattori principali. Da un lato la spinta del Ministero dell’Istruzione e dei suoi rami operativi sul territorio, gli Uffici scolastici regionali, che si stanno dando molto da fare in questo settore. Dall’altro la crescita di alcune esperienze modello, come appunto quella del San Gerardo, dove l’avventura scolastica ha preso il via già nei primi anni Ottanta, anche grazie alla volontà del primario di pediatria Giuseppe Masera. E naturalmente ce ne sono anche molte altre, per esempio la scuola media di Piancavallo (Verbania) presso l’Istituto auxologico italiano, che produce dall’ospedale trasmissioni radio e TV e ha appena vinto un premio di Federchimica per un cortometraggio sulla plastica. Oppure la scuola dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che ha contribuito a sviluppare un portale, La presa della pastiglia, tutto dedicato ad attività ludiche ma anche educative. Secondo gli ultimi dati raccolti dal Ministero (e probabilmente suscettibili di aumento) nell’anno scolastico 2010-2011 sono passati per una scuola ospedaliera circa 76.800 studenti (in degenza breve, media o lunga) e ci hanno insegnato circa 750 docenti, delle scuole di ogni ordine e grado.

Il laboratorio di botanica della scuola in Ospedale di Borgo Roma a Verona. Foto: Dario Tognotti

Il laboratorio di botanica della scuola in Ospedale di Borgo Roma a Verona. Foto: Dario Tognotti

Ma come si lavora, dunque, in reparto? Come e che cosa si insegna a bambini e ragazzi catapultati all’improvviso in un mondo di estranei, di dolore fisico, di esami e terapie anche molto difficili da sostenere? La didattica ospedaliera deve per forza essere diversa da quella normale, a partire da una prima funzione specifica di accoglienza. Prima ancora di insegnare, i docenti ascoltano, sostengono, aiutano, costruiscono ponti con l’esterno.

Altre differenze riguardano il setting. «Non c’è una classe, con la sua confusione, il tipico rumore di fondo, il senso di allerta continuo che deriva dalla responsabilità verso 30 ragazzini » spiega Alessandra D’Urso, insegnante di lettere della scuola media Tommaso Fiore di Bari presso il Policlinico della città. «A volte, se c’è uno spazio disponibile, si organizzano piccoli gruppi di alunni, ma in genere la lezione è individuale». Manca la continuità del rapporto con gli studenti: non si sta con loro per qualche anno, ma per qualche mese o anche solo per qualche settimana o giorno, magari non continuativi (spesso i piccoli pazienti alternano i ricoveri a periodi di degenza a casa in cui, quando possibile, sono seguiti con istruzione domiciliare).

Completamente stravolto anche il fattore tempo, come racconta Flavia Tarquini: «Niente ore scandite dalla campanella, ma un tempo che si trasforma a seconda delle situazioni: può dilatarsi indefinitamente, per esempio durante una lezione molto coinvolgente, oppure comprimersi tra terapie ed esami, che hanno sempre la precedenza come è giusto che sia». In un contesto così non si può che puntare su piccoli progetti, moduli chiusi e il più possibile individualizzati. Sia perché per ogni alunno occorre costruire (o almeno provarci) un per- corso didattico integrato a quello della scuola di appartenenza (con la quale è sempre auspicabile un dialogo continuo) sia per rispondere ai suoi bisogni specifici, allo stato emotivo, alle condizioni fisiche, che cambiano in continuazione.

«Ogni giorno si devono tirar fuori dalla propria cassetta degli attrezzi gli strumenti adatti a quel particolare momento» spiega Tarquini. Insomma, bisogna imparare a stare in equilibrio tra pianificazione e improvvisazione. A volte si riesce a fare una lezione frontale su un argomento difficile, altre è meglio ripassare qualcosa di già visto o proporre un approccio più ludico o superficiale, che si limiti a ricordare che la scuola, comunque, continua a esistere. «Bisognerebbe anche sforzarsi di dare al lavoro, quando possibile, una dimensione laboratoriale, che aiuta sempre a tenere desta l’attenzione» afferma Diego Gianesini, coordinatore della scuola dell’Ospedale Borgo Roma di Verona.

Il laboratorio sulla vita nel villaggio preistorico realizzato in collaborazione con il Museo di Storia Naturale a Verona della scuola di Borgo Roma. Foto: Dario Tognotti

Il laboratorio sulla vita nel villaggio preistorico realizzato in collaborazione con il Museo di Storia Naturale a Verona della scuola di Borgo Roma. Foto: Dario Tognotti

Con la collaborazione di alcuni musei locali, per esempio, Gianesini e colleghi hanno sviluppato laboratori sugli argomenti più vari: dalla vita in un villaggio preistorico all’abbigliamento medievale, all’elettromagnetismo. «Così siamo anche riusciti a far lavorare in gruppo i ragazzi: un tipo di attività che per loro è importantissima, per superare il senso di isolamento». Già, perché anche questa è una mission ineludibile del docente in ospedale: aiutare i ragazzi a sentirsi comunque parte di un gruppo, anche quando le lezioni sono in modalità one to one.

Oggi per fortuna la sfida è resa più facile dalle nuove tecnologie della comunicazione (ovviamente quando sono disponibili). Grazie a un’ottima dotazione informatica e a una solida connessione Internet, per esempio, al San Gerardo si possono fare lezioni e incontri in videoconferenza, per tenere in contatto gli alunni in reparto con le loro classi d’origine, ma anche con i colleghi di altre scuole del territorio. «Lo abbiamo fatto con Censi…menti» racconta Flavia Tarquini «un progetto interdisciplinare e di rete di grande successo, in cui abbiamo catalogato e studiato la flora dei giardini di alcuni istituti scolastici e dell’ospedale».

Certo, perché tutto funzioni al meglio occorre davvero quell’integrazione profonda tra scuola e ospedale di cui parla Tarquini e su questo fronte c’è ancora molto da fare. Accanto a esperienze virtuose in cui insegnanti, medici, infermieri, psicologi e assistenti sociali lavorano in équipe, tenendo sotto controllo i bisogni e le condizioni dei bambini ma anche quelle degli insegnanti stessi, ci sono infatti situazioni in cui i docenti in ospedale sono vissuti come un corpo estraneo e non ricevono alcun supporto. E occorre anche una solida formazione, didattica e psicologica, per i docenti destinati ai reparti, oltre che una loro attenta selezione: non è una realtà adatta a tutti e però, spesso, ci si finisce per caso, magari per una richiesta di trasferimento sul territorio.

Lezione di inglese all'Ospedale San Gerardo di Monza. Foto: Dario Tognotti

Lezione di inglese all’Ospedale San Gerardo di Monza. Foto: Dario Tognotti

Sono tutte criticità da risolvere, ma la buona notizia rimane: qualcosa si muove in questo mondo poco conosciuto al confine tra cura e istruzione. Ed è davvero importante che sia così, perché la posta in gioco è alta.

Non tutti i ragazzi (e neppure tutti i genitori) apprezzano l’idea della scuola in ospedale, soprattutto all’inizio. Poi però sono molti quelli che si ricredono scoprendo che, alla fine, quello della scuola rimane l’unico tratto di normalità in un vita radicalmente stravolta.

Fai clic qui sotto per vedere un video-documentario sulle scuole in ospedale.

Approfondimenti
L’esperienza di Iulian: «Quella classe nella mia stanza»

«Ho capito subito, alla prima lezione di italiano, che si faceva sul serio, che non era solo una distrazione dalla malattia». Sono passati quasi 10 anni, ma Iulian Carp, oggi studente universitario di economia, ricorda ancora con emozione il primo giorno alla scuola del reparto di oncoematologia pediatrica del San Gerardo di Monza.

Ci era arrivato dopo una piccola odissea di negligenze ed errori medici nel suo Paese natale, la Romania, dove un attimo prima era un campione di atletica e un attimo dopo un piccolo malato in cerca di risposte. In Italia era arrivata la diagnosi corretta (linfoma non-Hodgkin), insieme alle indicazioni di terapia: chemioterapia e trapianto di midollo.

«Ero spaventato, ma in parte anche sollevato dal sapere che cosa mi aspettava. Così ho cominciato a preoccuparmi della scuola: avevo finito le medie e il lungo percorso terapeutico rischiava di farmi perdere troppi anni. Per fortuna mi hanno spiegato che potevo frequentare la scuola in reparto, mi hanno presentato le superiori italiane e mi hanno aiutato a sceglierne una: ragioneria».

L’inizio è stato durissimo: Iulian non sapeva neppure l’italiano e una docente ha passato tre mesi a insegnarglielo, a partire dai termini che indicano le parti del corpo e le sfumature del dolore fisico. Per molto tempo, il ragazzino ha fatto parte di una prima ragioneria che non aveva mai neppure visto: né l’aula, né i compagni.

«Eppure mi sembrava di conoscerli, perché gli insegnanti mi descrivevano tutto quello che accadeva in classe: chi era stato interrogato, chi non stava mai zitto, chi andava d’accordo con chi. Ricostruivano l’aula nella mia stanza per farmi compagnia e per prepararmi a farne parte». Così quando questo è successo davvero, l’impatto è stato meno duro di quanto avrebbe potuto essere.

Certo non è stato esattamente come andare in una scuola normale: «Avevo grosse lacune, ma per il 60-70% riuscivo a stare al passo con gli altri. Insomma, non ho perso troppo tempo e questa continuità di vita è stata molto importante per me. Come lo è stata la creazione di una rete di contatti con insegnanti e ragazzi durante la degenza. Perché senza una rete così, i bambini in ospedale sarebbero spesso molto soli».

Vedi anche l’articolo La cura dello studio – I video e le scuole.

Un’esperienza da cui tutti possono imparare

Genitori, docenti delle scuole ospedaliere, funzionari degli uffici scolastici regionali e, perché no, anche piccoli pazienti: a tutti loro si rivolge il portale Scuola in ospedale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, realizzato dal Metid, la struttura sui metodi e le tecnologie innovative per la didattica del Politecnico di Milano. «Attivo da alcuni anni, lo abbiamo di recente riorganizzato per renderlo uno strumento flessibile di comunicazione tra tutti coloro che ruotano attorno a questo mondo speciale» spiega Speranzina Ferraro, responsabile della Direzione generale per lo studente del Miur e spesso direttamente attiva sul portale.

Tre gli obiettivi fondamentali del lavoro sul web: raccogliere dati aggiornati sulle sezioni ospedaliere italiane e sui progetti attivati; fornire informazioni su normative e iniziative istituzionali, come convegni o corsi di formazione; offrire ai docenti un luogo virtuale in cui confrontarsi (e confortarsi) rispetto alle proposte didattiche e alle esperienze personali. Tra le sezioni di maggior successo figurano il forum, in cui appunto genitori, docenti e anche studenti possono dialogare alla pari,e il blog di segnalazione delle buone pratiche.

Perché a scuola c’è sempre bisogno di nuove idee e non è detto che quelle realizzate all’interno di un ospedale debbano per forza rimanere entro i suoi confini. «Molti aspetti della didattica ospedaliera potrebbero essere trasferiti a quella normale» afferma Ferraro. «Per esempio la capacità di lavorare per moduli compiuti, le sperimentazioni di attività collaborative, il lavoro individualizzato, perché in fondo l’attenzione alla persona e ai suoi bisogno è un obiettivo fondamentale di tutta la scuola.

E ancora, le esperienze di utilizzo delle tecnologie della comunicazione e dei dispositivi mobili». Proprio a quest’ultimo tema era dedicata una sezione specifica del seminario su Scuola in ospedale e istruzione domiciliare organizzato lo scorso maggio a Torino dal Miur: gli interventi saranno a breve visibili sul sito.

Per approfondire

La lavagna sul comodino. Scuola in ospedale e istruzione domiciliare nel sistema lombardo, a cura di P.C. Rivoltella e M. Modenini, Vita e Pensiero, Milano 2012.