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La formula della buona istruzione

di Donato Ramani

17 febbraio 2013

Nei corsi e ricorsi della storia non capita spesso di osservare una così rapida rivoluzione nelle simmetrie del mondo, oggi arrivato a un punto in cui la leadership mondiale, rimasta per tanto tempo saldamente in mano alle nazioni atlantiche, si sta velocemente spostando verso un altro oceano, il Pacifico, le cui potenze sono pronte a giocare carte decisive sul tavolo degli equilibri internazionali.

E, secondo molti, a dominare il prossimo futuro. Tutto deciso, dunque? Tutto inevitabile? Non esattamente. Le sfide che si pongono a chi, da qui in avanti, avrà l’ardito compito di tenere le fila del pianeta sono tante e complicate. Per far fronte a queste sfide i cambiamenti da introdurre sono numerosi e inevitabili. Due elementi, indissolubilmente legati l’uno all’altro, in particolare, faranno davvero la differenza: l’innovazione e l’istruzione. È questa la tesi sostenuta da Sir Michael Barber, Katelyn Donnelly e Saad Rizvi nel corposo lavoro intitolato Oceans of innovation – the Atlantic, the Pacific, global leadership and the future of education. Nella ricerca, compiuta per l’inglese IPPR, Institute for Public Policy Research, i tre autori, tutti massimi esperti nel campo dell’istruzione e consulenti della casa editrice Pearson, analizzando gli ultimi studi e intervistando gli opinion leader del settore, hanno messo sotto la lente di ingrandimento economia, società e servizi all’istruzione d’Oriente e Occidente, dell’area atlantica e di quella pacifica, evidenziandone pregi e difetti in una prospettiva globale e tutta proiettata al futuro.

Ciò che serve è un salto, una discontinuità, una mossa decisiva sulla strada del progresso che rappresenti un vero e risolutivo scatto in avanti

Dati alla mano, il panorama, ci dicono, appare chiaro: i successi dell’Asia, le sue rombanti economie, i dati di crescita stupefacenti a fronte di un Occidente in evidenti difficoltà, lasciano pochi dubbi sulla direzione in cui tira il vento. E se è vero che «l’istruzione è il più importante investimento che si possa fare per prepararsi al futuro», come afferma il primo ministro della Repubblica di Singapore Lee Hsien Loong nell’introduzione del lavoro di ricerca, non c’è dubbio alcuno che anche su questo versante le realtà dell’area pacifica e dell’Asia in particolare giochino un ruolo di assoluta importanza. Lo dimostrano le altissime posizioni in classifica di Paesi come Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Giappone, nel ranking mondiale sui sistemi educativi.

Sulla base del test PISA, tanto per fare un esempio, uno studente coreano di 15 anni è 17 mesi avanti nello studio della matematica rispetto a un coetaneo statunitense; un giovane di Shanghai precede di due anni e mezzo un collega europeo. Otto posizioni tra le prime dieci, nel test PISA sono occupate da Paesi dell’area pacifica. Eppure, ci dicono Barber, Donnelly e Rizvi, la partita è tutt’altro che chiusa. Anzi: «Le questioni da affrontare si fanno sempre più complicate e pressanti. Questi problemi non si risolveranno semplicemente incrementando attività già in corso.

C’è invece bisogno di un’innovazione, molto più rapida, più profonda, più disturbante che nel passato, indispensabile non solo per sostenere l’economia ma anche per far fronte alle prove che si porranno da qui in avanti». Ciò che ha funzionato negli ultimi cinque decenni permettendo di raggiungere i formidabili traguardi di oggi non fornirà la chiave del successo nei prossimi 50 anni. Semplicemente perché la nuova società globale va troppo veloce, l’informazione è molto dispersa e democratica, i cambiamenti in atto troppo rapidi. Ciò che serve è un salto, una discontinuità, una mossa decisiva sulla strada del progresso che rappresenti un vero e risolutivo scatto in avanti. Per ottenerlo «occorre creare le condizioni perché l’innovazione e la creatività possano trovare spazio nella società» dicono Barber, Donnelly e Rizvi. Obbligatorio innanzitutto rivoluzionare quegli stessi capisaldi che, secondo gli osservatori, hanno portato i Paesi asiatici al successo.

Tra gli altri: una élite deputata a decidere la rotta di un intero Paese, una società responsabile e rispettosa nei confronti dell’autorità e dello Stato, l’estrema organizzazione, una cultura familiare forte, una scarsa mobilità professionale, l’uniformità e l’omogeneità come valore, la collettività premiata sull’individualità. Per rispondere alle sfide del futuro c’è bisogno di costruire, invece, quella che gli autori definiscono una global generation, capace di scrollarsi di dosso questi abiti diventati improvvisamente troppo stretti. La generazione globale di cui parlano è fatta di individui formatisi in una specifica cultura ma aperti al mondo, indipendenti e in grado di adattarsi a incessanti mutamenti, di continuare ad apprendere, di assumere responsabilità e prendere decisioni, pronti a trasformare le cose con e per gli altri.

Le vie di questo cambiamento, nel pensiero degli autori, seguono un percorso ellittico, che parte dalla società e vi ritorna attraversando un territorio in cui devono essere poste le autentiche fondamenta di questa trasformazione: la scuola. Non che, come già evidenziato, in Oriente i risultati già raggiunti in campo educativo non siano degni di nota. Merito, dico no gli analisti, di diversi fattori: il grande valore dato alla professione di insegnante, premiato da ottimi stipendi e da un prestigio sociale sconosciuti in Occidente; il coinvolgimento attivo delle famiglie nelle attività scolastiche, al di fuori di ogni divisione di classe o di censo; l’importanza data all’apprendimento, concepito di per se stesso come processo virtuoso; e, anche, la pianificazione a lungo termine delle politiche scolastiche, portate avanti con estrema puntualità e rigore. Se però i leader dell’area del Pacifico si fermassero qui mettendo un punto al processo di evoluzione «commetterebbero un grossissimo errore».

Scrivono infatti Barber, Donnelly e Rizvi: «La grande sfida oggi è diventare leader dell’innovazione. Per farlo, occorre adattare il sistema scolastico, passando dal paradigma di grande successo del ventesimo secolo a un altro, molto diverso, proprio del secolo in cui viviamo». A tutti, il terzetto di autori offre come ricetta per la migliore istruzione possibile una formula dagli ingredienti potenti e suggestivi che suona così: Buona istruzione = Etica (Conoscenza+Pensiero+Leadership). Gli autori definiscono questa equazione «una piattaforma, non una camicia di forza, che lascia spazio a ogni Paese di creare un modello secondo le proprie esigenze».

La Conoscenza è da acquisire ma anche da saper utilizzare al momento opportuno: «Vogliamo studenti che non solo conoscano il teorema di Pitagora. Ma che sappiano come e quando usarlo per risolvere dei problemi nel mondo reale». La combinazione di questi elementi, dicono gli autori, è ciò che permetterà alle nuove generazioni di liberare le qualità più innate, di essere innovativi e costruttivi all’interno della comunità, a livello locale come in quello globale. Una formula, questa, che dovrà essere applicata non solo per una ristretta rappresentanza di studenti, per un’elite di talenti come è stato finora soprattutto in Occidente, ma per l’intera comunità.

Gli adulti dei prossimi decenni, infatti, come lavoratori, come studenti, come cittadini, dovranno tutti adattarsi a mutamenti rapidi nel mercato del lavoro, essere competitivi, «pensare alla propria carriera come a una start-up, con un atteggiamento imprenditoriale» così nelle parole di Reid Hoffman, co-fondatore di LinkedIn, e Ben Casnocha nel recente volume dal titolo The start-up of you di cui Oceans of innovation riporta alcuni passi salienti. La global generation dovrà essere anche giovane, fantasiosa, immaginativa, ingegnosa, costruttiva, talvolta irrispettosa delle regole, curiosa, iconoclasta, spesso coraggiosa, capace di sbagliare e rialzarsi. Saranno proprio queste le qualità che faranno la differenza nelle società del domani.

La capacità di creare un terreno fertile per farle sbocciare e crescere sarà l’elemento chiave che permetterà a un Paese di correre più veloce di un altro, dal punto di vista economico, sociale, politico. Non a caso, a fior di metafora, l’invito di Barber, Donnelly e Rizvi nei confronti di istituzioni e insegnanti è quella di «togliere il soffitto» alla scuola e, in campo artistico, sportivo, accademico, dare ai ragazzi, a tutti i ragazzi, «l’opportunità di volare», liberando aspirazioni, energie e potenzialità. Che, assieme all’applicazione, al lavoro costante e un ottimo training, garantiscono gli autori, sono i veri ingredienti del successo.

Una bella impresa per lo schema educativo occidentale, quello statunitense soprattutto, molto propenso a un’impostazione verticale, in cui sono pochissimi talenti a emergere e ad avere accesso all’istruzione migliore. Così come per quello orientale, più equo ma scolasticamente molto impegnativo, poco incline a valorizzare le individualità e le differenze, molto omogeneo, molto disciplinato e con un’organizzazione serrata. Un’impostazione che, ci suggerisce Oceans of innovation, riproduce al pantografo quella dell’intera società asiatica. È anche per questa ragione che i cambiamenti necessari e obbligatori perché le realtà del Pacifico possano raccogliere efficacemente lo scettro di leader mondiale devono partire dalla scuola, ponendo lì il seme di un mutamento difficilmente evitabile. Che è tecnologico e sociale, e mette insieme innovazione e crescita economica, creatività e libertà di espressione.

Elementi questi con cui l’intera area pacifica, e la Cina in particolare, dovrà fare presto i conti per compiere l’evoluzione che saprà davvero ridefinire i connotati del pianeta che verrà. In tema d’innovazione, è vero, con l’Asia da una parte e il Nord America dall’altra, già oggi questa regione non teme paragoni. Seppur con significative differenze: se è vero infatti che la quantità di application per nuovi brevetti in Oriente è aumentata di oltre il 50% dal 1996 al 2009, è altrettanto vero che troppo spesso questa innovazione è di matrice incrementale e continuativa, non dirompente, esplosiva, sconvolgente, game–changing, come quella che a tutt’oggi arriva dagli Stati Uniti. «Designed in California. Assembled in China» si legge dietro a ogni iPhone, ci ricordano gli autori. Una frase che traccia piuttosto bene gli equilibri oggi presenti in un campo in cui da qui in avanti si svolgerà la partita del mondo.

Le regole del gioco saranno le diverse realtà nazionali a doversele dare. I giocatori si stanno formando in questo momento nelle loro scuole. Quella che Barber, Donnelly e Rizvi chiamano “la rivoluzione educativa”, insomma, ha valenze di estrema importanza, molto al di là delle pareti di un istituto, dei confini di un Paese e di un’area geografica.

Sebbene lontanissima ai nostri occhi, remota culturalmente, apparentemente assai distante dai nostri interessi primari, i mutamenti che quella parte del pianeta, l’Asia in primis, sarà capace di mettere in atto, a partire dalla nuova società di individui che nelle sue scuole si sta oggi formando, ci riguarda molto più da vicino di quanto saremmo pronti a pensare. Perché i problemi che le realtà affacciate sul Pacifico, nella geometria che dall’Oriente raggiunge l’Australia e finisce sulle coste del continente americano, saranno chiamate a risolvere, in un’ottica globale, sono e saranno anche i nostri.

Lo ribadiscono i tre autori nelle battute finali del loro testo, così dichiarando: «Il futuro dell’area del Pacifico e la sua capacità di diventare un oceano di innovazione sarà modellata ogni giorno, da qui in avanti, nelle classi di Singapore e Shanghai, Hong Kong e Hanoi, Kuala Lumpur, Melbourne, San Francisco e Vancouver. Dal successo di questa impresa, dipende il futuro di tutti».

Approfondimenti
Come funziona la formula

Buona istruzione = E x (C + P + L)

  • E = sta per “etica”, sottesa a ogni aspetto della nostra vita e di cui la scuola dovrà farsi sempre più carico negli anni a venire.
  • C = conoscenza, da acquisire ma anche da saper utilizzare al momento opportuno: «Vogliamo studenti che non solo conoscano il teorema di Pitagora. Ma che sappiano come e quando usarlo per risolvere dei problemi nel mondo reale».
  • P = “pensiero” e “pensare”, perché insegnare agli studenti a riflettere, a porsi delle domande, in modi diversi, in contesti diversi, è uno dei compiti più importanti del sistema scolastico.
  • L = “leadership”, perché, in attività differenti, che siano didattica, sport o attività culturali, i ragazzi devono imparare l’arte del comando, inteso come abilità a comunicare e lavorare in team, esporre il proprio punto di vista e sentire quello altrui, assumersi delle responsabilità e prendere delle decisioni.

(La formula è stata tradotta dall’inglese. Nell’originale risultava Well-educated = E(K+T+L) in cui E sta per Ethics, K per Knowledge, T sta per Thinking e Thought, L sta per Leadership.)

 

Per approfondire

 

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