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Imparare sempre

Shirin Ebadi autografa un suo libro durante uno dei suoi impegni pubblici per la difesa dei diritti umani. Foto: Saul Loeb/AFP/Getty Images

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La mia vita tra violenza e giustizia

Farian Sabahi

16 febbraio 2013

“Per i miei genitori l’obiettivo era ottenere per noi figli la formazione migliore”

La famiglia, la religione, la scuola, la cultura, ma anche la politica e l’amore per la propria patria. Il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi racconta in questa intervista a Farian Sabahi, grande esperta del mondo islamico, l’avventura della sua formazione e della sua vita, chiusa, come dice il titolo della sua autobiografia,”tra rivoluzione e speranza”.

Ebadi è cresciuta tra l’Iran dello scià e quello della rivoluzione khomeinista, lontana da entrambi questi modelli e tuttavia profondamente radicata nel proprio Paese, al quale non smette mai di pensare e per il quale continua a lottare anche ora dall’esilio volontario che ha scelto dopo l’elezione del presidente Mahmud Ahmadinejad.

Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”. È stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace. Magistrato, costretta a lasciare il proprio incarico dopo la rivoluzione degli ayatollah, giurista, avvocato, scrittrice, Ebadi è pacifista e battagliera e guarda alla realtà con sguardo lucido e disincantato, ancorata sempre al principio della legalità e della difesa dei diritti. Un dato colpisce nel suo percorso esistenziale: la capacità di usare le circostanze, spesso avverse, per una costante, progressiva presa di coscienza personale.

In altri termini, farsene modificare senza esserne piegati, apprendere dentro la loro concretezza ad approfondire e mantenere vive le ragioni di una responsabilità assunta: a partire dal contesto familiare, all’università, alla carriera da magistrato, all’obbligato mutamento di rotta (e di mestiere).

Leggendo l’incipit della sua autobiografia, in cui racconta le reazioni della nonna e del resto della famiglia in occasione del colpo di Stato organizzato dalla Cia contro il premier Mossadeq, che nel 1951 aveva osato nazionalizzare il petrolio iraniano, sembra che la politica non abbia avuto un ruolo, se non marginale, nella sua infanzia e adolescenza. A conti fatti, quanto conta la politica nella sua formazione?

Mio padre era uno dei sostenitori di Mossadeq e con il golpe del 28 mordad (19 agosto 1953, ndr) perse il lavoro. Venne così meno il reddito principale della famiglia, e sentimmo tutto il peso di quell’evento politico. Al tempo dello scià avere punti di vista diversi poteva avere conseguenze disastrose: le autorità non ti permettevano di continuare gli studi e trovare lavoro, ti creavano tantissime difficoltà e, proprio per questo, mio padre non aveva piacere che i suoi figli fossero in qualche misura coinvolti in politica.

Da bambina, la sua vita era condizionata dai problemi di salute della mamma. Lei scrive che fu la paura che lei morisse a risvegliare in lei la spiritualità. Ma sono tante altre le cose che lei ha imparato in famiglia, senza accorgersi di vivere in un ambiente speciale. Perché, col senno di poi, la sua famiglia è stata tanto importante per la sua formazione?

Quando sei bambino non ti rendi conto che le famiglie sono diverse l’una dall’altra. Quando sono diventata grande, ho capito che mio padre era un intellettuale, aveva la mente aperta e cresceva noi figlie come il maschio, senza fare differenze di genere. Percepii un divario tra i miei genitori e quelli degli altri. Anche perché i miei genitori si amavano tantissimo e quel sentimento era diverso da quello che univa tante altre coppie.

La religione ha avuto un qualche ruolo, positivo o negativo, nella sua formazione?

La fede è parte della cultura, ma la cultura della mia famiglia era fatta anche di senso del dovere. Così era mio padre, così sono io, così sono i miei fratelli. La religione e il senso del dovere fanno parte della mia cultura, dei principi appresi in famiglia. Lasciate che vi racconti un aneddoto: il primo anno di lavoro, appena diventata giudice, avrei voluto andare in vacanza con la famiglia nel mese di agosto. Ma il mio superiore non era d’accordo e mi chiese di prendere le ferie a settembre, perché avevo appena preso servizio. Ero molto arrabbiata, tornata a casa raccontai quanto successo. Mio padre difese il mio superiore, dicendo che per anni lui non aveva preso ferie e, se il mio lavoro era necessario, dovevo restare al mio posto.

Che mestiere esercitava suo padre?

Mio padre era un consulente giuridico, a capo dell’ufficio che registrava le aziende.

Lei è una donna particolare. Che cosa ha contato di più nella sua formazione?

Il fattore che ha pesato maggiormente nella mia formazione è stata la famiglia. Sono nata e cresciuta in una famiglia musulmana praticante. Ma i miei genitori, che erano degli intellettuali, decisero di iscriverci in una scuola zoroastriana, perché a quel tempo era l’istituto migliore. Per i miei genitori, musulmani, l’obiettivo era ottenere per i figli la formazione migliore, anche se la scuola dove andavamo apparteneva a una minoranza religiosa. Questo era così importante nella mia vita che mi sono sempre battuta per le minoranze religiose e oggi difendo la minoranza bahai, che nella Repubblica islamica non difende nessuno perché prendere le loro parti comporta un costo non indifferente.

Più in generale, quali sono le cose importanti nella formazione di una persona, a tutti i livelli, maschio o femmina che sia? A parte la famiglia, quali ingredienti sono importanti per la crescita di un bambino?

Ho un nipote di nove mesi, si chiama Radin e vive a Boston. Credo che l’ingrediente più importante per la sua formazione sia l’amore, perché se i bambini crescono con l’amore sono loro stessi a trovare la strada.

Dopo tre, quattro anni vissuti all’estero, cambiando completamente ambiente, si è modificato il suo giudizio sulle cose che più hanno contato nella sua formazione?

Non credo di essere cambiata, lavoro solo di più, perché nel mio Paese la situazione continua a peggiorare.

Nel 1964 lo scià aveva espulso l’ayatollah Khomeini che aveva osato protestare contro una serie di misure prese dalla monarchia: quali sono le sue memorie di allora?

Ricordo come la gente andò a manifestare per strada, tra loro c’erano alcuni sostenitori di Khomeini. Si sparava per strada, le vie erano piene di poliziotti. Le mie sono memorie confuse, risalgono all’adolescenza. L’unico ricordo nitido è di una mattina di scuola, alle superiori: la porta dell’istituto era chiusa, pensai di aver fatto tardi, anche se in genere il portone rimaneva sempre aperto, bussai e il bidello mi aprì subito dicendo che, a causa dei disordini, il preside temeva che ci potessero essere problemi anche per noi studenti.

Il 1965, quando lei si iscrisse a legge e iniziò a frequentare l’università, fu un anno di svolta, perché cominciò a frequentare l’ambiente intellettuale dell’ateneo di Teheran. La situazione era tesa, ma per lei la politica interna era una materia nuova. Quali conseguenze ebbe quella tensione sui suoi studi?

Quando mi iscrissi all’università dar contro allo scià era di moda ed era percepito in modo positivo, perché tutti gli intellettuali si vantavano di essere contro la monarchia. Contestare era un modo di esprimersi, ma aveva dei limiti, nel senso che in prima battuta i giovani e gli intellettuali contestavano le autorità e, solo in seconda battuta, cercavano di motivare questo loro atteggiamento.

Com’erano i suoi compagni di corso, e in quale misura vi siete influenzati l’un l’altro?

Di molti di loro ho un buon ricordo. Con i compagni delle elementari, delle medie, delle superiori e dell’università ho mantenuto i rapporti, continuando a frequentarci, nel corso degli anni.

Nel marzo del 1970, a poco più di vent’anni, lei intraprese la carriera di magistrato. Giovanissima, perché il sistema giuridico iraniano non stabiliva un’età minima per ricoprire quella posizione. L’anno dopo, nel 1971, lo scià organizzò a Persepolis celebrazioni grandiose per festeggiare i 2500 anni della monarchia, tessendo una continuità tra la dinastia Pahlavi e l’impero achemenide di Ciro il Grande. Tracciando un confronto con i programmi scolastici della Repubblica islamica, quanto hanno imparato a scuola le sue figlie dell’antico impero persiano?

Purtroppo dopo la Rivoluzione islamica del 1979 le autorità hanno cercato di affermare che la storia dell’Iran inizia con la conversione all’Islam, nel VII secolo dell’era volgare, e hanno cercato di celare il passato preislamico. Quando quel passato viene nominato, lo si fa sottotono.

In una limpida e gelida mattina della primavera 1975, un giovane ingegnere di nome Javad Tavassolian entrò nell’aula di tribunale che lei presiedeva e le si avvicinò con il pretesto di chiedere il suo parere su alcune questioni legali. Javad aveva trentatré anni, lei ventotto. Dopo tanti anni di matrimonio, come pensa di essere riuscita a conciliare il suo carattere forte e indipendente con le esigenze di compromesso di ogni unione?

Nella vita famigliare mi sono sempre comportata come una moglie e una madre tradizionale: ho sempre cucinato, mi sono sempre occupata delle bambine, sia quando erano piccole sia nel loro percorso scolastico. In questo senso, sono stata una donna tradizionale. Anni fa, mentre preparavo loro dei panini, mio marito mi fece notare che ormai erano adulte e potevano farseli da sole, ma io insistei: per me era importante che le mie figlie sapessero di avere una madre, anche da grandi.

La rivoluzione del 1979 e le tante aspettative, deluse. La Repubblica islamica vieta alle donne di ricoprire la carica di giudice: com’è riuscita a cambiare mestiere, e che cosa ha dovuto imparare per passare dalla magistratura alla professione di avvocato?

Secondo le leggi in vigore in Iran, quando completi la Facoltà di Giurisprudenza puoi diventare sia avvocato sia giudice. Per diventare avvocato devi seguire un praticantato di diciotto mesi. Se invece sei stato giudice per cinque anni, non devi fare pratica ma puoi diventare subito avvocato. Nel mio caso, ero stata giudice per parecchio tempo, ma le autorità della Repubblica islamica non mi permisero di esercitare la professione di avvocato perché avevo osato criticare le nuove leggi entrate in vigore dopo la Rivoluzione. Ho dovuto aspettare sette anni prima di poter esercitare l’avvocatura!

“La fede e il senso del dovere fanno parte della mia cultura”

Qual è la violenza più grande che abbia dovuto subire?

Più di tutte, a colpirmi è stata la violenza delle leggi approvate dalla Repubblica islamica dopo la Rivoluzione del 1979. Noi donne abbiamo combattuto per cacciare lo scià, ma pochi mesi dopo il cambio di regime abbiamo perso tutti i nostri diritti. Quando lessi per la prima volta queste leggi discriminatorie pensai di non aver capito; dopo una seconda lettura ipotizzai che ci fosse un errore; alla terza mi arrabbiai tantissimo e mi colse un’emicrania terribile. Da quel momento, ogni volta che mi irrito mi viene un fortissimo mal di testa.

Lei è stata premiata con il Nobel per il suo impegno “per i diritti umani, per la democrazia e soprattutto per le donne e i bambini”. Pensa che, a parte le dichiarazioni di principio, l’Occidente sia davvero sensibile a questi temi?

Non ne sono sicura fino in fondo, ma credo che dobbiamo continuare a parlare di questi temi.

Nei dieci anni trascorsi dal suo Nobel lei si è impegnata molto, anche nella campagna di Science for Peace del professor Veronesi e in tante altre iniziative. Quale risposta sente a questi temi? Qualcosa sta veramente cambiando?

Sì, qualcosa sta cambiando, ma negli ultimi tempi si è parlato troppo del controverso programma nucleare iraniano, delle sanzioni e dell’embargo internazionale, dimenticando il rispetto dei diritti umani, troppo spesso violati.

Lei è un ex magistrato e una donna di legge. Si può dire che il suo sia un impegno per l’affermazione della giustizia? E quale significato dà a questa parola?

Non si può spiegare che cosa è la giustizia, bisogna sentirla. I giuristi sostengono che quando una persona reclama giustizia, la deve ottenere. Dovremmo porci un’altra domanda: che cosa è un tuo diritto? Come viene formulato? Molto dipende da chi reclama i diritti, perché qualcuno chiede poco, e qualcuno chiede troppo.

La giustizia si può insegnare?

Si possono insegnare i percorsi per giungere alla giustizia. La giustizia ha un valore molto alto. Arrivare alla giustizia forse non è possibile, è un obiettivo irraggiungibile nel senso pieno del termine. Per esempio, se una persona uccide, intenzionalmente, un’altra persona, può essere condannata fino a quindici anni di carcere. Questa è giustizia? Secondo alcuni sì. Ma se questa persona ha figli, è giustizia mettere in carcere il padre tanto a lungo?

Lei parla molto delle sue esperienze in patria e della situazione del suo Paese. Pensa di essere capita? L’Occidente ha gli strumenti per comprendere le vicende degli altri?

Spero capiscano, davvero! Qualche volta, parlando con i mezzi di comunicazione occidentali, mi rendo conto che la rappresentazione delle donne iraniane ha ben poco a che vedere con la realtà: ci raffigurano come analfabete, pensano che parliamo arabo! Gli occidentali non sempre hanno un’immagine corretta dell’Iran. Dopo il 2009, e la durissima repressione nei confronti degli attivisti del movimento verde scaturito all’indomani dei brogli elettorali, ho cominciato a scrivere un libro. Sono le mie memorie, in cui racconto i miei dieci anni dopo il Nobel, soffermandomi sui cambiamenti dell’Iran in questi ultimi tempi.

Approfondimenti
La lunga strada dei diritti umani: la fotografia di Amnesty International del 2011

Nel 2011 la libertà di espressione ha subito restrizioni in almeno 91 Paesi. Ciò nonostante ci sono state molte manifestazioni e Internet è stato utilizzato per chiedere democrazia, libertà e giustizia. Molti governi hanno risposto con la violenza: in almeno 101 Paesi si è fatto ricorso a torture e maltrattamenti.

  • Secondo l’Onu almeno 55 gruppi armati e forze governative arruolano bambini come soldati o ausiliari.
  • In 21 dei 198 Paesi del mondo sono state eseguite condanne a morte. Meno di un terzo rispetto a 10 anni fa.
  • Almeno 18.750 persone erano nei bracci della morte alla fine del 2011. Esecuzioni pubbliche hanno avuto luogo in Iran, Corea del Nord, Arabia Saudita e Somalia.
  • In Asia la libertà di espressione ha subito restrizioni; poeti, giornalisti, blogger e oppositori sono stati ridotti al silenzio, l’uso di Internet è stato sottoposto a forti controlli.
  • In Egitto, Libia e Tunisia, migliaia di prigionieri politici sono stati rilasciati e la libertà di espressione è stata ampliata. Tuttavia, sono proseguite le violazioni che avevano luogo sotto i precedenti regimi, come la tortura e l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti e le restrizioni alla libertà di parola.
  • I difensori dei diritti umani in America Latina e nei Caraibi hanno subito minacce, intimidazioni e attacchi mortali.
  • In Medio Oriente e Africa del Nord la radicata discriminazione contro donne, minoranze e migranti resta diffusa. Sono aumentate le esecuzioni capitali, in particolare in Iraq, Arabia Saudita, Iran e Yemen.
Per approfondire