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Intervallo in una quarta elementare della scuola Narcisi di Milano, una delle più multietniche della città. Foto: Stefano G. Pavesi/Contrasto

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La parola che unisce

Riccardo Gualdo, Docente di Linguistica italiana all'Università della Tuscia

19 marzo 2012

Nella parola cittadinanza s’intrecciano due significati fondamentali: cittadinanza come espressione di un’identità culturale, e dunque anche linguistica; e cittadinanza come capacità d’agire per il bene di una comunità. Il primo concetto si colora di sfumature etniche, familiari e affettive, territoriali, ma anche il secondo può ben rinviare alle tradizioni che tengono insieme la comunità di cui si è parte, e così confondersi con l’altro.

Tale confusione, di per sé non negativa, può diventarlo se assunta come criterio per emarginare e discriminare; e può soprattutto trasformarsi in pericoloso strumento ideologico se il richiamo al patrimonio di valori di un gruppo ha il sopravvento sul fondamento giuridico del vincolo d’appartenenza e sulle forme che lo disciplinano.

Una precisa concezione della cittadinanza è già ben presente a Dante e ai suoi contemporanei, ma solo l’Illuminismo, e soprattutto le idee della rivoluzione francese, la svilupperanno in tutte le sue complesse sfaccettature. Nel Medioevo, il cittadino è principalmente e letteralmente chi è nato in una certa città: il maestro di Dante Brunetto Latini, esule in Francia, apre la sua Rettorica dichiarandosi “cittadino di Firenze”; Marco Polo, a lungo felicemente residente alla corte del “Gran Cane”, resterà sempre un “nobile cittadino di Vinegia”.

Quel che preme sembra soprattutto mantenere la concordia tra i cittadini, spesso messa a rischio dagli interessi di parte: Cecco d’Ascoli scrive:

Così dovria ciascuno cittadino
l’uno con l’altro essere conforme,
che non venisse la terra al dechino.
Ma tanta è questa invidia che regna,
che sempre si disface il ben comuno
e l’uno di seguir l’altro si sdegna.
(L’Acerba, libro 3, cap. 10, vv. 5-10).

A lezione di italiano per le strade di Roma con l'associazione Rete Scuole Migranti. Foto: Simona Ghizzoni/Contrasto

A lezione di italiano per le strade di Roma con l’associazione Rete Scuole Migranti. Foto: Simona Ghizzoni/Contrasto

Il sentimento municipale è vivissimo presso i nostri antenati, ed ha già una sua valenza etica e giuridica: facendo risalire ad Aristotele, col filtro della riflessione romana e cristiana, la natura “politica” dell’uomo, gli intellettuali del tempo riconoscono un legame inscindibile tra l’espressione delle virtù umane e l’appartenenza a una comunità: il domenicano Remigio dei Girolami, nel suo De bono communi (1301- 2), afferma che se manca la società cittadina (civitas) il singolo è inerte come una statua o un dipinto, e se non è cittadino non è neppure uomo, poiché l’uomo è per natura un animale sociale (animal civile).

Il senso dell’appartenenza a un’entità politica comune è espresso dalla parola cittadinanza, ma anche da civiltà, in cui risuona l’eco del latino classico civitas e del latino medievale civilitas, entrambi ricalcati sul greco politéia.

“Con la costituzione nata dalla Rivoluzione francese finisce l’epoca dei sudditi e nasce l’idea di un vincolo giuridico e istituzionale tra le persone che vivono insieme.”

È tuttavia solo in età moderna che il concetto di cittadinanza acquista lo spessore etico e istituzionale che gli riconosciamo oggi. Dopo l’età dell’assolutismo, in cui tutte le teorie politiche attribuivano al cittadino un’entità e un ruolo solo in quanto suddito di un sovrano, gli illuministi francesi rinnovano profondamente il lessico politico: il popolo, nel nome del quale si proclama la Costituzione del 1791, non è solo l’insieme delle persone che vivono in un medesimo territorio, ma comprende tutti coloro che sono uniti da un vincolo giuridico e istituzionale comune. La cittadinanza comporta i diritti e i doveri del singolo come membro della comunità regolata dalle leggi.

In Italia, il lessico politico-istituzionale ispirato dalle idee dell’illuminismo e dall’esperienza rivoluzionaria francese è affollato di virtù e di passioni civiche (o civili), di civismo, di cittadini buoni e cattivi, al punto che un giacobino radicale come Girolamo Bocalosi auspicava che i bambini della nuova società parlassero dei genitori come cittadino babbo e cittadina mammina.

Del cittadino e, si noti, della cittadina, non si avverte più, come in passato, la connotazione urbana e la contrapposizione ai rustici, ai villani, ma semmai la condivisione di un patrimonio universale di valori positivi che rende i membri della società civile cittadini del mondo, di un mondo civilizzato e progredito.

Agli stessi anni risale l’uso estensivo di civile e di civiltà riferito a un comportamento ben educato e rispettoso verso gli altri. La tendenza a identificare il cittadino con l’uomo, uguale per natura e per diritto in ogni parte del globo, restringe la semantica del termine straniero, che si specializza nell’accezione di “nemico, invasore”, spesso nell’uso singolare collettivo che ritroveremo nella Canzone del Piave (“non passa lo straniero!”).

La cittadinanza è la condizione giuridica di chi appartiene a un determinato Stato. Foto: Paolo Tre/A3/Contrasto

La cittadinanza è la condizione giuridica di chi appartiene a un determinato Stato. Foto: Paolo Tre/A3/Contrasto

L’OGGI: ASPETTI GIURIDICI E RISVOLTI LINGUISTICI 

Solo con la legge n. 91 del febbraio 1992 il nostro ordinamento ha definito con precisione i modi in cui si acquisisce, si perde e si può riacquisire la cittadinanza italiana, creando le condizioni per l’apertura dell’attualissimo dibattito sulla concessione della cittadinanza agli immigrati recenti e ai loro figli nati in territorio italiano. Alcuni provvedimenti successivi, e in particolare la cosiddetta Legge “Bossi-Fini” (189/2902), hanno inquadrato l’immigrazione tra i problemi d’ordine pubblico, assecondando una diffusa paura del diverso e l’associazione immediata dell’immigrato, che sia o non sia clandestino, con fatti di criminalità e con una “invasione” del territorio arginabile solo con la repressione.

Gli stranieri che in Italia risiedono stabilmente e lavorano in forme regolari sono oggi una parte consistente della popolazione, che reclama con orgoglio e ragione la tutela dei propri diritti, ma che risulta sorprendentemente esclusa, perché titolare di una voce ancora troppo flebile, dagli spazi della comunicazione e del dibattito culturale e politico. La questione della cittadinanza viene così a intrecciarsi con la questione della lingua.

Il fattore linguistico è un forte collante identitario in tutte le società umane; anche in Italia, l’italiano di base fiorentina, a lungo una lingua più scritta che parlata, è stato tuttavia sempre riconosciuto come modello d’espressione cui ispirarsi, non solo nella comunicazione letteraria. E la lingua ha avuto una parte centrale, per la carica simbolica e identitaria che le si attribuiva, nel dibattito illuministico e romantico sui concetti di popolo e di nazione.

Eppure la lingua italiana è diventata solo da poco tempo patrimonio comune degli italiani: l’unificazione politica e amministrativa, la politica scolastica e la progressiva riduzione dell’analfabetismo, l’emigrazione interna e, infine, i mezzi di comunicazione di massa, hanno rafforzato la cittadinanza politica e dei diritti, completandola con la condivisione di un codice linguistico unitario che, almeno dal censimento del 1981 in poi, una maggioranza sempre più compatta afferma di usare prevalentemente (rispetto alle varietà regionali e locali) nella comunicazione di tutti i giorni.

Raggiunta l’unità della lingua, il repertorio linguistico italiano resta screziato: i dialetti sono tutt’altro che scomparsi, e anzi sono stati rivitalizzati dalla comunicazione in rete, sostituendo una dimensione urbana e tecnologica a quella agraria e premoderna che li contraddistingueva in passato.

Lo spazio dell’identità linguistica italiana valica poi largamente i confini nazionali grazie alle comunità residenti all’estero. Negli ultimi 20-25 anni, infine, si è enormemente arricchito proprio con l’immigrazione: alle comunità alloglotte più forti e radicate e alle cosiddette isole linguistiche sparse su tutta la penisola si sono aggiunte le lingue dei nuovi immigrati.

Il diritto di voto è garantito dalla nostra costituzione ai cittadini: ”Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età (Art. 48)”. Foto: Tania/A3/Contrasto

Il diritto di voto è garantito dalla nostra costituzione ai cittadini: ”Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età (Art. 48)”. Foto: Tania/A3/Contrasto

 150 ANNI (E OLTRE) DI CITTADINANZA

Tra il 10 giugno e il 3 luglio del 1849 si concludeva la breve e drammatica vita della Repubblica Romana. L’Assemblea costituente promulgò dal Campidoglio una Costituzione che costituisce una te cittadinanza stimonianza di grande maturità democratica e che precorre in modo impressionante il dettato della nostra attuale Carta fondamentale.

L’articolo III dei Principii fondamentali recita: “La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini”. Davvero una sorprendente anticipazione del terzo articolo della nostra Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”.

Notiamo non solo il ricorrere, in entrambi i testi, del termine cittadini, ma anche il parallelismo tra l’obiettivo di migliorarne le condizioni morali e materiali e di favorirne lo sviluppo al fine di una piena partecipazione politica, economica e sociale alla vita del Paese, nel contesto della centralità del lavoro (il cittadino è per definizione lavoratore) proclamata solennemente dall’articolo 1. La Costituzione del 1849 riconosceva anche la cittadinanza agli “stranieri col domicilio di dieci anni” (art. 1), enunciando un principio generale di rispetto per i popoli: “La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana” (art. 4). Particolarmente moderna, in un’epoca che guardava con diffidenza e timore chi provenisse da territori e culture diverse, appare l’apertura a un largo e tutto sommato rapido riconoscimento della cittadinanza per gli stranieri. L’Italia del 2011 non è quella del 1849 o del 1861.

La globalizzazione successiva al crollo delle ideologie e alla fine della politica dei blocchi obbliga gli italiani a cimentarsi con un nuovo concetto di cittadinanza europea e internazionale, già prefigurato dagli europeisti più lungimiranti come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi; non è però il caso di adagiarsi nella pigra accettazione di modelli di comunicazione sovrannazionali, né tantomeno di rinchiudersi nella miope difesa delle identità delle piccole patrie.

Da questo punto di vista, la costruzione di una comunità inclusiva, capace di accogliere al suo interno anche gli apporti di realtà culturali, sociali e linguistiche nuove, può avere una valenza doppiamente positiva: da un lato, infatti, è fonte d’arricchimento per il patrimonio, anche linguistico, della nazione; dall’altro può servire di stimolo per rafforzare l’ossatura, ancora fragile, dell’italiano contemporaneo.

Una comunità aperta proietta all’esterno un’immagine di sicurezza, e questo vale anche per la lingua: la piena cittadinanza non potrà non essere al tempo stesso giuridica e linguistica e andrà curata – più e meglio di quanto non sia stato fatto finora – investendo nelle strutture della formazione scolastica a tutti i livelli e coltivando una sempre più capillare e convinta consapevolezza, e competenza, della nostra lingua nazionale.

Approfondimenti
Per approfondire
  • Elementi di linguistica italiana, di Ilaria Bonomi, Andrea Masini, Silvia Morgana, Mario Piotti, Carocci, 2010
  • La città divisa. Le parti e il bene comune da Dante a Guicciardini, di Francesco Bruni Bologna, Il Mulino, 2003.
  • Cittadinanza, di Pietro Costa, Laterza, 2009
  • “…l’opera della nostra redenzione è compiuta”. Dal marzo 1848 al luglio 1849: parole e ideologia nello Statuto di Pio IX e nella Costituzione della Repubblica Romana, in Un secolo per le costituzioni (1848-1948), di Riccardo Gualdo, Atti del convegno (Firenze, 11 novembre 2011), a cura di F. Bambi

COMMENTI / 1

  • Loretta

    Grazie, ottimo approfondimento per introdurre l’argomento in modo interessante, non banale e di alto livello!