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La scuola senza confini

di Donato Ramani

17 febbraio 2013

“Il bambino, a scuola, diventa primo protagonista dell’apprendimento, costruttore e fautore della propria conoscenza”

Come fosse una piccola città, al suo centro è collocata una piazza, luogo di aggregazione e di scambio per eccellenza. Uno spazio immerso in una luce naturale vividissima, che entra dalle grandi vetrate in un magico gioco di trasparenze, aprendo il dentro a ciò che sta fuori, e collegando l’esterno con l’interno, in un processo in continuo sviluppo.

Gli altri locali, le sezioni, la cucina, la zona pranzo, gli spazi di gioco, si sviluppano tutto intorno, senza soluzione di continuità. Addio ai confini e alle separazioni, dunque, così come a modelli educativi ormai invecchiati. Benvenuto invece all’incontro, che qui è sempre voluto, ricercato, incentivato.

Gli ambienti della scuola Diana di Reggio Emilia, balzata agli onori delle cronache una ventina d’anni fa perché segnalata come modello educativo di eccellenza dal settimanale Newsweek, sono la rappresentazione spaziale di un approccio pedagogico che da tempo attira le curiosità del mondo. Fatto piuttosto insolito per una scuola pubblica, nata nel 1970, che riunisce bambini tra i 3 e i 6 anni divisi per età omogenea in tre diverse classi.

Cosa c’è nella scuola Diana di così speciale, dunque? Situata nel centro storico della città e anche per questa ragione diventata un baricentro nella rete di servizi di Reggio Emilia, negli anni è stata descritta spesso come una sorta di laboratorio, in cui si sperimenta, in cui si fa ricerca. «Questo è vero, ci sono anche questi elementi. Ma è nella quotidianità, nel giorno per giorno, che alla scuola Diana, così come in tutte le altre realtà del territorio, questi concetti sono declinati. Perché è così che assumono davvero valore» spiega la dottoressa Simona Bonilauri, pedagogista e coordinatrice di alcune delle strutture della rete comunale di Reggio Emilia che ne conta 34, tra scuole e nidi d’infanzia. La ricetta è semplice ma niente affatto banale.

Rompendo uno schema didattico di carattere prettamente istruttivo, il bambino, a scuola, diventa primo protagonista dell’apprendimento, costruttore e fautore della propria conoscenza. La ricerca, oltre che portatrice di innovazione, va intesa come un ingrediente fondamentale del processo pedagogico «perché è questa la modalità propria dei bambini per conoscere il mondo. Osservano, assorbono gli stimoli, li elaborano, fanno delle ipotesi, hanno delle opinioni. Ognuno con i propri strumenti: in questo senso il percorso di ciascun bambino è davvero valorizzato» spiega la pedagogista.

La scuola? Si fa accogliente, si apre ai bimbi con occhio curioso e attento, in un processo in cui anche gli adulti si mettono in gioco. Compito complicato per chi è responsabile della loro crescita e della loro educazione perché pronto ad aprire degli inevitabili margini di incertezza. Ma estremamente stimolante. Ecco così che, per esempio, lo schema tradizionale – insegnante da una parte, allievi dall’altra – qui non ha mai trovato casa. “Relazione” e “interazione” sono i concetti che lo hanno spazzato via. «Interazione con gli insegnanti e il personale non docente, con i genitori che sono attivamente coinvolti, tra i bambini.

A scuola si privilegia il lavoro in piccoli gruppi in cui si crea una comunicazione molto intensa tra i partecipanti che realizzano insieme, dialogano, si scontrano, si confrontano». Il tutto in un’atmosfera di grande armonia che nasce da una gestione non gerarchizzata, favorita dall’organizzazione degli spazi, fatti apposta per garantire una calibrata promiscuità.

L’ambiente, infatti, è concepito e vissuto come un attore tra i più importanti, perché pieno di opportunità e luoghi fatti apposta per sollecitare il gioco, la scoperta, la comunicazione, la curiosità e promuovere un intreccio di rapporti tra tutti i suoi abitanti, piccoli e grandi. Bambini che lavorano, dialogano liberamente con gli adulti, con il personale docente ma anche con le cuoche della cucina interna alla scuola («luogo importantissimo nell’economia dell’intero sistema» dice Bonilauri), che si muovono negli spazi aperti, sperimentano nell’atelier, altro posto dalle mille sorprese e dai mille stimoli. Guidato dalla atelierista, un docente opportunamente formato e a questo ruolo esclusivamente dedicato, l’atelier è il luogo in cui i bambini possono esprimersi secondo “i loro cento linguaggi”.

E così, attraverso la pittura, la grafica, il lavoro con la creta e molte altre attività, i bambini conoscono il mondo attraverso l’azione, con un approccio multisensoriale che, nelle parole di Simona Bonilauri, «è un grande atto di democrazia. Una democrazia cognitiva perché i cento linguaggi offrono a ciascun bambino la possibilità di accedere alla conoscenza con le modalità che più gli sono congeniali, in base alla propria cultura, alle proprie competenze e predisposizioni, fuori dal dominio della parola».

Ed ecco un’altra barriera che cade. Qui come in tutte le altre scuole d’infanzia di Reggio Emilia, dove l’atelier e le attività a esso legate sono portati avanti. Perché se la scuola Diana è certamente la realtà più famosa, il modello pedagogico che lì è applicato, quello che è stato definito il Reggio Emilia approach, è comune a tutti gli altri servizi educativi comunali. Anzi, il coordinamento pedagogico è uno dei punti di forza di questa organizzazione «che così fornisce ai genitori e ai bambini una garanzia di continuità e non contraddittorietà» spiega Bonilauri.

A sostenere il tutto, inevitabilmente, c’è una città che ha investito moltissimo nei servizi educativi. Sono molte le delegazioni straniere che si recano a Reggio Emilia per studiare ciò che qui viene fatto da quando fu fondata, nel 1963, la prima scuola d’infanzia (l’avventura per i nidi cominciò invece nel 1971) e che da allora, sulle idee educative e le esperienze del pedagogista Loris Malaguzzi, non ha mai smesso di crescere.

Creando un vero e proprio sistema che comprende anche i servizi comunali e le altre realtà che si sono sviluppate attorno all’esperienza reggiana, come la società Reggio Children, la Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi e il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, nate per capitalizzare quanto fatto, per sperimentare, per promuovere modelli educativi di qualità, per favorire gli scambi nazionali e internazionali. Sono numerosi, infatti, i progetti portati avanti grazie al network che si è andato a creare e di cui l’Istituzione Nidi e Scuole Comunali di Reggio Emilia fa parte, per attività di formazione, ricerca, confronto con realtà europee ed extraeuropee.

L’ennesima declinazione, potremmo dire, di quei concetti di permeabilità, di osmosi, di reciprocità, di scambio che rappresentano le caratteristiche distintive dell’esperienza reggiana. «Gli stessi che permettono di rispondere alla domanda che i genitori si pongono sempre davanti alle scelte da fare per i loro figli. Qual è l’educazione più utile e necessaria? Io credo che la risposta stia in una scuola capace di aprirsi e mettersi in ascolto» conclude Simona Bonilauri. «Solo così potrà aderire alla cultura dell’oggi e dare ai bambini la miglior formazione possibile».

Approfondimenti
Reggio Children e il sistema Reggio Emilia

Il suo nome completo suona così: Reggio Children s.r.l. – Centro Internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine. Nata nel 1994 per iniziativa del pedagogista Loris Malaguzzi, è una società a capitale misto pubblico-privato che ispirandosi alle esperienze educative delle scuole e nidi d’infanzia di Reggio Emilia lavora per sperimentare e diffondere nel mondo un’educazione di qualità.

Reggio Children s.r.l. è solo una delle realtà attive nate negli anni a Reggio Emilia, un sistema – di cui fanno parte anche la nuova Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi, nata nel 2011, e l’Istituzione Scuole e Nidi d’infanzia del Comune di Reggio Emilia – attivamente coinvolto in un network internazionale che conta oggi 32 Paesi. Di particolare importanza nel contesto reggiano anche il Centro Internazionale Loris Malaguzzi.

Aperto nel 2006 e completato nel 2011, il Centro è descritto come «un luogo dedicato all’incontro di quanti, in Italia e nel mondo, intendono innovare educazione e cultura. Un luogo internazionale aperto al futuro, a tutte le età, alle differenti culture, alle idee, alle speranze e all’immaginazione».

Lo spazio cambia anche il modo di apprendere

Forse non ci abbiamo mai riflettuto troppo, ma all’interno di ogni istituto scolastico esiste una relazione piuttosto forte tra organizzazione degli spazi e approccio pedagogico adottato.

«In modo cosciente o meno l’architettura trasmette un modello didattico ben preciso. Basti pensare alla classe tradizionale, che è un’aula uditorio, in cui l’alunno è un elemento passivo. Il corridoio è un luogo spoglio, di passaggio. Tutti elementi che sottolineano uno schema educativo di tipo trasmissivo» spiega l’architetto Maria Grazia Mura, responsabile scientifica e autrice dei testi di Abitare la scuola, sito promosso dall’INDIRE che raccoglie e presenta una serie di realtà scolastiche, italiane e straniere, in cui il dialogo tra ambienti e pedagogia ha saputo dare frutti eccellenti.

Gli esempi che Abitare la scuola mostra nelle sue pagine sono tanti, dentro e fuori i confini italiani e a tutti i livelli della formazione: dalla scuola d’infanzia Diana di Reggio Emilia alla primaria di Ponzano Veneto, in provincia di Treviso, alle scuole primarie e secondarie olandesi, finlandesi, tedesche. «Agire sugli spazi significa agire su tre possibili livelli» spiega la dottoressa Mura «quello architettonico e strutturale, quello degli arredi e quello dei materiali didattici e degli allestimenti, comprese le ICT».

Per cambiare le cose, insomma, non è indispensabile costruire un edificio tutto nuovo. Su quali fattori gli spazi possono agire? Sull’apprendimento, prima di tutto, perché opportunamente organizzato l’ambiente può diventare uno strumento per favorire percorsi cognitivi diversi, da intraprendere da soli o in gruppi piccoli e grandi, creando contesti comunicativi ogni volta nuovi. Sull’accoglienza, perché realizzare ambienti piacevoli e armonici curando il paesaggio sensoriale, luminoso e cromatico, rende la scuola un luogo amabile e ospitale.

Ma anche sulla sfera relazionale, affettiva e sociale. Perché una scuola in cui non sono gli ambienti a porre dei limiti e stabilire dei comportamenti fa leva sulla responsabilizzazione del singolo: «Si formano dei bambini autonomi e capaci di fare proprie, naturalmente, le regole della socialità» spiega l’architetto.