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Letteratura. La metafora: antropologia della parola

di Ezio Raimondi, Storico della letteratura, saggista e filologo

10 ottobre 2012

Sia la metafora sia la metamorfosi nascono dalla capacità dell’uomo di immaginare. Attraverso la metafora la parola diviene una realtà dinamica, capace di creare un nuovo spazio all’interno della realtà. Alla sua forza è legata la stessa capacità di inventare il futuro. E il senso della molteplicità e della libertà dato dalla metafora è tanto più importante, e va difeso, in un tempo come il nostro, omologante e distruttivo delle qualità immaginative che l’uomo ancora possiede come preziosa eredità degli antichi. 

Una volta un grande poeta del Novecento, Osip Mandel’stam, ebbe ad affermare che ciò che costituiva il nucleo intimo e incandescente della poesia di Dante era una strategia di incroci e metamorfosi.

In questo modo, a ben guardare, la prodigiosa forza inventiva della parola dantesca veniva assimilata a quella di una grande operazione metaforica, restituendo alla metafora, secondo il senso originario del prefisso greco (meta), la natura e il valore di un processo intensamente dinamico, di trasposizione e di trasformazione per cui un essere o un oggetto assumono una forma altra spesso di natura diversa.

Ma sia la metafora sia la metamorfosi hanno la loro genesi nella facoltà, peculiare ed esclusiva dell’uomo, dell’immaginazione: immaginazione intesa nel senso più lato, da quella dei fanciulli a quella consegnata all’enorme riserva delle tradizioni orali dei popoli primitivi, incluse alcune tribù di poche centinaia di esseri umani che si stanno estinguendo sotto i nostri occhi, come osserva il Canetti della Coscienza delle parole.

Lo scrittore di oggi non deve limitarsi a custodire le metamorfosi ma deve piuttosto esercitare strenuamente la capacità di produrle pur in un mondo ad esse avverso come quello odierno.

E se già Vico, poi ripreso da Leopardi e, più tardi, da Pascoli, osservava lo stretto legame tra la fanciullezza, il primitivo, l’immaginazione e la poesia («Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive. […] ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti»), non c’è dubbio che il patrimonio letterario dell’umanità sia il più ricco repertorio e serbatoio di metamorfosi.

Ancora Canetti, interrogandosi sulla «missione dello scrittore» alle soglie del Terzo millennio, affermava che il primo e più importante requisito che uno scrittore di oggi dovrebbe avere in sé è di essere «il custode delle metamorfosi», vale a dire il custode dei miti, delle grandi immagini e narrazioni mitiche, quelle ad esempio che nella cultura occidentale sono racchiuse in due testi fondanti come l’Odissea di Omero e le Metamorfosi di Ovidio.

È in queste opere del mondo antico, ma che hanno nel corso dei secoli continuato a parlare all’uomo, che la rappresentazione della metamorfosi si fa più intensa e raggiunge il livello maggiore di ricchezza e di varietà. Tuttavia lo scrittore di oggi non deve limitarsi a custodire le metamorfosi ma deve piuttosto esercitare strenuamente la capacità di produrle pur in un mondo ad esse avverso come quello odierno, dominato da un’idolatria scientista, tutto teso a efficienza, successo e produttività: «il più cieco di tutti i mondi possibili», per usare ancora le parole di Canetti.

“La metamorfosi è il senso di ciò che non rientra nella regola né si conforma al modello, di ciò che anzi non si accontenta di nessun modello costituendo di per sé una sorta di diritto al molteplice”

La capacità metamorfica o mitopoietica che un tempo era prerogativa di tutti ora pare essere destinata a una progressiva e ineluttabile atrofia. Questa stessa consapevolezza di un bene perduto, nella contrapposizione dolorosa del presente al passato, è espressa già da Leopardi nel Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica (1818), come ferita esistenziale oltre che come frattura storica: «Poco ai tempi d’Omero » osservava lo scrittore ventenne «valeva e operava quello che negli uomini si chiama cuore, moltissimo l’immaginazione. Oggi […] l’immaginazione è generalmente sopita, agghiacciata, intorpidita, estinta».

Di lì a poco riflessioni simili, con accenti senza speranza, torneranno nella canzone Ad Angelo Mai (1820), dove si leggono per altro parole in sorprendente sintonia con una lettera del Werther di Goethe (1774): «Eccoti, amico, precisamente il modo di sentire della veneranda antichità. Quando Ulisse parla del mare incommensurabile e della terra infinita non è forse questa un’idea più forte, più vera, più intimamente sentita, di quello che udire adesso ripetersi da ogni scolaruzzo […] che la terra è rotonda?».

Per l’essere umano e per il suo enigma indecifrabile che gli permette di cambiare di continuo la propria immagine, la metamorfosi è una realtà immanente, che tuttavia non gli impedisce il riconoscimento di sé ma gli consente la mirabile capacità di produrre le figurazioni moltiplicate che egli ha di se stesso. Ed è il mito di Proteo, un dio marino capace di assumere volontariamente qualsiasi forma e di trasformarsi fulmineamen- te (Odissea, libro IV), a rappresentare questa facoltà prodigiosa e affascinante propria dell’uomo.

Se poi si torna alle parole di Canetti e alla sua definizione dello scrittore come «custode delle metamorfosi», questo non vuol dire che la letteratura accolga pacificamente la tradizione: essa, al contrario, trasforma di volta in volta ciò che le viene consegnato, il che equivale a dire che compie di continuo un’operazione metaforica. «Forse la storia dell’umanità e dunque anche della letteratura è la storia di alcune metafore», capitò a Jorge Luis Borges di osservare.

Dopotutto anche noi, collettivamente e singolarmente, siamo la trasformazione di qualche cosa che c’era un tempo: non si tratta dunque di conservare la tradizione ma di affermare la propria individualità attraverso il recupero di ciò che non è nostro ma è in noi. Di conseguenza la metamorfosi è il senso della molteplicità e della libertà che lo scrittore deve difendere, tanto più in un rapporto conflittuale con un tempo come il nostro, omologante e distruttivo delle qualità immaginative che l’uomo ancora possiede come preziosa eredità degli antichi.

La metamorfosi è il senso di ciò che non rientra nella regola né si conforma al modello, di ciò che anzi non si accontenta di nessun modello costituendo di per sé una sorta di diritto al molteplice. Non a caso uno scrittore che ha intessuto il suo poema di continue metamorfosi e che anzi ha costruito un poema come metafora, l’Ariosto, rivendica con forza la molteplicità e la varietà degli uomini, delle loro scelte, dei loro sentimenti senza alcuna reductio ad unum: perché, per dirla con le sue parole, «degli uomini son vari gli appetiti». Se appuntiamo ora il nostro sguardo al campo specifico della retorica e della letteratura, è un autore del Seicento come Emanuele Tesauro a elaborare una vera e propria teoria della metafora considerata il «più alto colmo delle figure ingegnose» nella sua facoltà di «ligare insieme» in un nesso unitario oggetti e aspetti distanti e dissimili. E così la parola diviene una realtà dinamica, capace di creare un nuovo spazio all’interno della realtà.

Nel Seicento, che è il secolo delle stupefacenti macchine scenografiche del teatro barocco, la metafora è essa stessa una “macchina” che trasforma fantasticamente un oggetto in un altro per restituirlo diverso a chi legge o ascolta. Ed è questa, andrà osservato, la differenza fondamentale con altre figure come la metonimia e la sineddoche che conservano sempre un legame suggerito dalla realtà tra gli oggetti su cui si sposta il significato.

Alla base del procedimento metaforico operano l’«ingegnosità» dell’uomo e la sua attività simbolica di produttore di segni, la sua capacità di trovare somiglianze tra oggetti dissimili: un’operazione che genera piacere tanto in chi acutamente quelle somiglianze ingegnose rinviene quanto in chi le decifra e le riconosce. Diletto e novità costituiscono perciò l’aspetto ludico della metafora, allorché questa venga intesa come un travestimento, uno spettacolo: proprio come il teatro, con un ingegno che la mette in scena e un altro che la interpreta.

In un solo vocabolo si schiude infatti alla mente di chi lo ascolta un «teatro pieno di meraviglie» con repentini e sorprendenti cambiamenti di scena, un teatro che dice molte cose in poco attraverso un processo di aggregazione e di condensazione. E parlando di condensazione e di travestimento ci troviamo già sulla strada ardita di Freud e della sua esplorazione dei linguaggi del sogno. Ma, proprio come il teatro, la finzione messa in scena dalla metafora si denuncia come tale, in quanto tratta l’apparenza come apparenza, non pretende di ingannare ed è vera.

Nella dialettica tra essere e apparire che connota l’immaginario seicentesco, an- gosciato dalla scoperta inquietante di una realtà confusa, labirintica e complicata, il Tesauro scopre e afferma che la metafora costituisce uno strumento di conoscenza chiara, non si esaurisce nell’emozione e nel diletto, ma obbliga a una «reflessione attenta che t’imprime nella mente il concetto». È qui la sua valenza euristica: essa non solo non inganna né dice il falso, ma giocando con se stessa e con il proprio riso genera un insegnamento, un sapere inventivo diverso ma non meno necessario di quello della scienza.

Vero è che nell’opera di Tesauro la metafora assume una centralità che la promuove ad autentica antropologia della parola e delle sue forme, diviene strumento di indagine dei comportamenti e dei rapporti tra gli uomini, in un nesso inscindibile con le analisi dei grandi moralisti del Seicento interessati alla psicologia come modalità del vivere insieme, come tensione alla decifrazione dell’uomo riconosciuto nella sua complessità, nelle sue intenzioni spesso coperte e dissimulate.

Insomma, come voleva Ortega y Gasset, l’uomo stesso, col suo bisogno di essere altro, non è se non una vera e propria metafora esistenziale. Anche oggi, nel nostro cammino travagliato verso un’etica del bene comune fondata sulla pluralità e sulla differenza, viene da pensare che alla metafora, ossia alla forza che fa l’opera dell’immaginazione, continui a spettare un ruolo cruciale: a essa, in fondo, l’uomo contemporaneo lega la sua ricerca del possibile, la sua stessa invenzione del futuro.