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Imparare sempre

Foto:Alex Lorenzini

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Letteratura migrante. Io, venditore di italiano

di Pap Khouma, giornalista e scrittore

7 ottobre 2013

L’avventura linguistica di uno straniero arrivato in Italia come ambulante e oggi scrittore nella nostra lingua, imparata tra Lupo Alberto, Drive In, i cartelli stradali e le caserme della polizia.

 

Eravamo cinque ragazzi, quattro arrivati dal Senegal e uno dal Gambia, non parlavamo l’italiano, eravamo tutti clandestini in Italia e non avevamo un lavoro regolare. Erano gli anni ottanta. Naturalmente i miei amici e io parlavamo  due o tre lingue (tra il francese, l’inglese, il wolof, che è la lingua più diffusa in Senegal, o altre). Eravamo coscienti che imparare in fretta l’italiano ci avrebbe permesso meglio di tirare avanti aspettando un’ipotetica regolarizzazione della nostra situazione giuridica e, dopo, trovare magari un lavoro, uno stipendio, una casa. Tanti immigrati arrivati da adulti, come noi, hanno imparato l’italiano oralmente, parlando con la gente, ascoltando la radio, guardando la televisione. Insieme avevamo comprato in Francia una Peugeot 504 di colore rosso. Giravamo per le strade di Emilia-Romagna, Marche e Umbria dentro la nostra macchina con la targa di Parigi. Nella macchina tenevamo i nostri vestiti e i prodotti artigianali africani che cercavamo di vendere per comprare benzina, mangiare e trovare i soldi per poter dormire ogni  tanto in qualche pensione economica. Lo spazio era ridotto. Ero il più alto del gruppo di cinque sventurati e avevo le gambe più lunghe perciò gli altri mi concedevano di sedermi a fianco del guidatore di turno. Non avevo la patente,  come loro, però «parlavo meglio l’italiano» e il posto davanti, che era più spazioso per allungare le gambe, era anche più strategico per leggere i cartelli stradali e chiedere informazioni in italiano. Ma soprattutto toccava a me negoziare e giustificare la nostra presenza illegale sul suolo italico le volte in cui venivamo controllati, fermati, arrestati, portati in caserma dalle pattuglie di polizia, carabinieri, finanzieri o vigili urbani.

“In realtà parlavo una lingua che sembrava una macedonia di parole in francese, spagnolo, italiano, inglese, ma non aveva nulla a che vedere con l’esperanto.”

I miei amici erano convinti che se venivamo rilasciati senza troppe magagne era grazie alla mia “macedonia sciolta” che spacciavo per italiano. Poiché la conoscenza della lingua era una via d’uscita indispensabile, mi impegnai a migliorarla con i mezzi che avevo a disposizione. Ascoltavo con più attenzione la radio della Peugeot rossa, leggevo i giornali che qualche sconosciuto abbandonava in giro già nel pomeriggio, compravo fumetti usati: Lupo Alberto di Silver e Sturmtruppen del fumettista antimilitarista Franco Bonvicini alias Bonvi. Quindi scoprivo una nuova lingua e delle parole italiane nuove in maniera divertente e le traducevo in francese o in wolof ai miei compagni.

Berry Lewis/Inpicture/Corbis

Berry Lewis/Inpicture/Corbis

SAMBA, IL SICILIANO

Ho imparato tante parole italiane divertenti anche davanti alla televisione, soprattutto guardando insieme ai miei quattro amici Drive in, che andava in onda al sabato sera su un canale televisivo del Cavaliere Silvio Berlusconi. Era una serie di sketch di comici e di tante ragazze bellissime, con scollature vertiginose e gonne millimetriche, che erano chiamate conigliette, come le ragazze della rivista Playboy. All’epoca avevamo l’alibi di essere tutti maschi e giovani. Quando guardavamo Drive in sentivamo la parola minchia che veniva ripetuta dai comici. Suonava bene alle orecchie e mentre i miei amici usavano le parole cioè, però, caspita, io credevo che minchia fosse un intercalare ancora più raffinato. Così iniziai a frapporla tra una frase e l’altra e in ogni circostanza, per dimostrare con orgoglio al mio interlocutore che avevo finalmente imparato bene l’italiano. Qualche tempo dopo mio fratello Samba mi raggiunse in Italia e mi impegnai a insegnargli l’italiano. Un giorno Samba, che è molto scaltro, mi chiese in wolof: «Fratello, sai cosa significa la parola minchia?» . Minchia… non mi ero mai posto la domanda e non so cosa significa, dissi tra me e me. Samba proseguì: «Fratello mio, tu non sai il significato di questa parola!». Replicai con una menzogna: «Certo che lo so. Parlo l’italiano meglio di te». «Minchia è siciliano e ci sono circostanze in cui è meglio evitare… fratello», disse Samba. Oltre a ignorare il significato, io non sapevo neppure che fosse siciliano, ma non lo dissi a Samba. Inoltre pensavo  ingenuamente che se veniva detta in televisione era una parola come un’altra. Samba aggiunse: «Ho un amico siciliano e lui mi detto il significato»… In quel momento passarono nella mia mente tutte le occasioni meno opportune in cui ero stato orgoglioso di ostentarla: con poliziotti o carabinieri, nei momenti delicati, dicevo minchia  per dimostrare che dicevo loro la verità; all’impiegato dell’ufficio postale, così per scambiare una battuta; per dire di cuore “grazie mille” ai preti che ci davano una mano o al tranviere che mi aveva aspettato quei secondi in più per farmi salire sul mezzo; era un modo per fare colpo su una ragazza appena incontrata, dimostrandole che parlavo bene l’italiano; era un mio modo cordiale per dire buongiorno o arrivederci di qua e di là. Una  sera avevo incontrato una signora di cui avevo sentito parlare con deferenza da nuovi amici. Era la prima volta che incontravo un personaggio così importante da quando ero in Italia. Era Rossana Rossanda. La mia autostima era balzata alle stelle. Cercavo di sedermi vicino a lei prima e dopo cena e più di una volta avevo costellato le frasi della signora con minchia. Il fratello Samba era presente alla cena e non gli avevo lasciato lo spazio per dire una parola. Forse fu quella sera, quando uscimmo, che mi fece la domanda:  «Fratello, sai cosa significa la parola minchia… e tante altre parole che usi a caso?». Il monito di Samba era stato fondamentale, mi aveva spinto a usare il dizionario, i manuali di grammatica italiana, le tavole dei verbi, ad ascoltare e a chiedere il senso delle parole che sentivo per la prima volta e soprattutto a scoprire e a leggere pian piano gli scrittori italiani, per citarne alcuni Pavese, Ungaretti, Calvino, Moravia, De Luca, Mafai, Baricco, Benni, Bobbio, Levi,  Ginzburg. Negli anni ottanta e in parte all’inizio degli anni novanta era difficile trovare un corso serale dove si insegnava la lingua italiana per stranieri. In ogni caso era difficile conciliare i tempi per mettere i documenti in regola, ricercare un lavoro o, quando andava meglio, affrontare i turni di lavoro e frequentare un corso serale di lingua italiana. Bisognava arrangiarsi per imparare e parlare l’italiano. L’attore e scrittore di origine senegalese residente da anni in Italia Mohamed Ba racconta di avere imparato l’italiano ascoltando tutti i giorni Radio Maria, una radio religiosa. I giornalisti di Radio Maria scandivano ogni parola come se fosse una breve preghiera e lui ripeteva parola dopo parola.

In televisione sentivo la parola ‘minchia’. Suonava bene e cominciai a usarla in ogni circostanza

LINGUE DI QUI E DI ALTROVE

L’immigrato dall’Africa subsahariana in genere è abituato a parlare più di una lingua, tra cui una o due sono di origine europea. In Africa si contano attualmente più di 2000 tra dialetti e lingue. Alcune sono scritte da secoli (l’amarico, il tigrinio, il tamazig, l’arabo… anche il wolof, il fulbe, lo haussa, lo yoruba, il somalo, il gikuyu, ecc.) altre sono orali. La maggior parte dei paesi dell’Africa Occidentale ha conquistato l’indipendenza dalle potenze europee, Francia e  Inghilterra, tra il 1957 (Ghana) e il 1965 (Gambia). Senegal, Costa D’Avorio, Nigeria, sono diventati Paesi sovrani nel 1960 e tutti hanno conservato come lingua ufficiale quella del colonizzatore: inglese, francese, spagnolo, portoghese. In  Senegal, la gente parla almeno due lingue tra wolof, peul, serere, francese, ecc. Sono appena tornato dalla Guinea Conakry e tutte le persone che ho incontrato nella capitale parlano almeno queste quattro lingue: peul, malinké soussou e francese. Qui parliamo l’italiano imparato oralmente da adulti, inserendo il nostro background  linguistico culturale. Sono di madrelingua wolof, sono cresciuto in un ambiente in cui si parlano altre lingue africane, sono stato educato nella lingua francese, ma scrivo in italiano. Quando scrivo racconti o poesie in italiano attingo, in maniera cosciente o casuale, alle figure retoriche che appartengono alle tradizioni orali dell’Africa Occidentale. Nei miei libri in italiano ho colorato le descrizioni con francesismi e wolofismi. Ho stravolto le strutture logiche delle frasi, scompigliato la sintassi a volte senza farlo appositamente, costruito dei neologismi italo-francesi, italo-inglesi, inserito tante parole in wolof, peul: n’depp, rap, yaay, waaw, maam, baay  (n’depp è un rito accompagnato da canti, balli e tamburi per invocare gli spiriti, rap sono gli spiriti, yaay vuol dire mamma, waaw sì, maam  nonno o nonna, baay padre). Conosco il wolof, perché è la mia lingua materna, perché la parlo, ma la leggo con fatica e tanto meno la so scrivere perché sono stato educato nella scuola francese. A questo proposito cito qualche esempio di “figure letterarie” o folcloristiche nella  tradizione dei wolof e di altre etnie africane che sono spesso accompagnate da coristi, tamburi, musica. Il bakk, si svolge durante le cerimonie di lotta sportiva. È un canto autocelebrativo per intimidire l’avversario. Il bakk è come quando Mohamed Ali intimidiva i suoi avversari prima e dopo i combattimenti dicendo più o meno: «I’m the greatest», «Sei finito», ecc. Oppure, più esattamente, è simile all’haka dei maori che abbiamo visto eseguire dalla squadra degli All Blacks durante le partite di rugby allo stadio. L’haka dei maori può essere definito un bakk senegalese perfetto. Il tagh è un panegirico con delle rime sincopate indirizzate ai valorosi, agli eroi e anche ai potenti di turno. Si possono anche dire e cantare temi provocatori, violenti, erotici, offensivi, blasfemi. Il tassu è più legato al folclore e viene esibito in occasione delle danze di festa del matrimonio, del battesimo. Sono dei versi rimati che possono essere leggeri o spinti, che fanno allusione all’amore e in maniera esplicita al sesso. Il khakhar  è una forma di tassu ma più provocatoria. I suoi versi, accompagnati o no dal tamburo, cancellano i tabù nella lingua, infrangono le regole del galateo, possono essere blasfemi e accompagnati da una mimica pornografica. Nell’occasione del khakhar è permesso prendere di mira una persona presente o un parente e denigrarla, insultarla di fronte a un pubblico di tutte le età. Di regola la persona presa di mira deve solo abbozzare. Tutto dovrebbe finire senza rancore.

L’ITALIANO, UNA LINGUA “MACEDONIA”

Questi e altri termini che sono radicati e legati a un contesto geografico e culturale molto ben definito, risultano difficilmente traducibili per lo scrittore di origine africana che scrive nella lingua di Dante. Non è neppure facile tradurli in francese. Quando scrivo in italiano o in francese lascio questi termini nella loro versione originale (bakk, tassu, tagh, ndepp, rap…) e dopo spiego il significato al lettore. Ancorché il francese, lingua coloniale, ha il vantaggio o la sfortuna di avere convissuto con il mosaico linguistico dell’Africa. Di fatto nei secoli, espressioni, sintassi, lemmi  africani e di altrove si sono in qualche modo inseriti nella lingua di Molière e sono comunemente usati nelle letteratura e nelle poesie. Si possono vedere e leggere i poeti della négritude che sono Leopold Sedar Senghor (Senegal), Gontra Damas  (Guyana), Aimé Césaire (Martinica). Oppure Amadou Kourouma (Costa d’Avorio), Ampathé Ba (Mali), Sembene Ousmane (Senegal), Ferdinand Oyono (Camerun), ecc. Fino ad arrivare alla generazione attuale di scrittori e saggisti francofoni dell’Africa subsahariana. Il professore Boubacar Boris Diop (Senegal), che ha pubblicato tanti romanzi in francese, in seguito ha scritto un romanzo in wolof, che è stato poi tradotto in francese. «Quello che il francese ha vissuto per secoli (come l’inglese, lo spagnolo, il portoghese), l’italiano lo ha vissuto parallelamente all’interno con i suoi dialetti», scrive la professoressa Itala Vivan, studiosa di cultura e di letteratura postcoloniali e massima esperta italiana di letteratura africana. In realtà, l’italiano è una delle lingue più contaminate d’Europa. L’italiano è una lingua “macedonia” con una fragranza di latino. Oltre ai neologismi francesi, balcanici, tedeschi, turchi, russi e a quelli  più recenti ma più irruenti in inglese, la lingua italiana è stata nei secoli contaminata da lingue extraeuropee. Qualche esempio di parole arabe, berbere, persiane divenute italianissime? Azzurra, carciofo, pigiama, caffé, valigia, cotone, magazzini, camicia, ragazza, divano, dogana, zucchero, arance, facchini, sciroppo, alcol, caraffa, garbo, meschino, cifra, assassino, tara, tariffa, darsena, limoni, albicocche, algebra, algoritmo, zero, ammiraglio, aguzzino, tazza,  baldacchino, zecca…

 

 


 

 

 

 

 

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • El Ghibli, la rivista online di letteratura della migrazione diretta da Pap Khouma.
  • Noi italiani neri, di Pap Khouma, Baldini & Castoldi Dalai, 2010.

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