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Linguaggio giuridico. L’incompatibilità tra linguaggi specialistici

Intervista ad Andrea Rossetti di Elisa Manera

10 ottobre 2013

Un po’ come i linguaggi in codice degli adolescenti, anche i linguaggi specialistici presenti nel mondo professionale adulto possono risultare alienanti per chi non appartiene al gruppo. Il linguaggio tecnico, per esempio quello scientifico o giuridico, finisce per sembrare una lingua straniera e la precisione terminologica va spesso a scapito della comprensione dei non-addetti ai lavori. Il linguaggio è un mezzo comunicativo di per sé plurale, con tutte le difficoltà che questa molteplicità comporta. Un caso peculiare è il linguaggio giuridico, che disciplina la vita quotidiana utilizzando però un lessico estremamente formalizzato e preciso. Ne parliamo con il professor Andrea Rossetti, professore di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica all’Università di Milano-Bicocca.

Professore, quali sono i segni particolari del linguaggio giuridico come linguaggio specialistico?

Quello giuridico è un linguaggio specialistico peculiare. Infatti, diversamente dal linguaggio scientifico, ha come base il linguaggio comune, che ne rivela il carattere d’interesse generale: si può vivere tranquillamente senza le equazioni differenziali, ma non senza conoscere i propri obblighi di cittadino. D’altra parte, il linguaggio ordinario ha dei difetti: in primo luogo la polisemia, la vaghezza e l’ambiguità. Ogni parola può avere diversi significati, anche contrastanti, e a volte non si conoscono i margini di applicazione dei singoli termini.

Come può il linguaggio giuridico superare l’ambiguità e a molteplicità dei significati del linguaggio comune?

Ciò che il linguaggio giuridico cerca di fare è anestetizzare questi problemi grazie al suo strumento tipico, le definizioni stipulative. Chiarire il significato delle parole è essenziale per comprendere una problematica giuridica. Proprio a fini di disambiguazione e chiarezza, se guardiamo il testo di una legge scritta negli ultimi 20 anni, tra i primi articoli ce n’è uno intitolato “Definizioni”. Ad esempio, in base al senso comune, la parola “titolare dei dati personali” sembra riferirsi a colui che “dà i dati”. Ma secondo la legge della privacy il titolare è colui che li raccoglie, mentre colui che li dà è l’interessato. In sostanza, se leggo la legge sulla privacy senza aver letto le definizioni non comprendo il significato della legge stessa.

Chi stabilisce il significato delle parole in ambito giuridico?

Il linguaggio giuridico è un linguaggio amministrato, nel senso che ci sono determinate categorie di persone (giudici e legislatori) che possono decidere il significato delle parole. I giudici sono un po’ come HumptyDumpty, di Alice nel Paese delle Meraviglie. Quando Alice lo incontra, gli rimprovera di usare le parole a caso. E lui ribatte che quello è il significato delle parole che ha deciso: al di là del linguaggio giuridico, quel dialogo esprime il nocciolo della questione della difficoltà di comunicare.

E’ possibile coniugare linguaggi specialistici diversi?

L’esempio che vi posso fare è il rapporto tra linguaggio giuridico e linguaggio scientifico, una questione attuale e spinosa, per via delle necessità di perizie scientifiche durante i processi. Il linguaggio giuridico presuppone al suo interno una specifica visione del mondo (Weltanshauung), che implica delle convinzioni scientifiche non necessariamente condivise dagli scienziati. Ad esempio, i neuroscienziati sostengono che il codice penale italiano in uso oggi, il codice Rocco, comprenda un’idea di mente completamente diversa da quella degli studi recenti di neuroscienze. Il codice penale è ancora costruito su un’idea di mente freudiana e questo è un rischio. Infatti, oggi i tribunali son sempre più spesso chiamati a decidere di questioni scientifiche, eppure non è ancora chiaro, per scienziati e giudici, che il loro uso del linguaggio è diverso. Non ho una soluzione e probabilmente non ne esiste nemmeno una.D’altra parte non si può pretendere che i giudici diventino degli scienziati, né che rinuncino all’autonomia del proprio linguaggio. Necessariamente il giudice dovrà appellarsi a un perito esperto, che però, nel suo ruolo di mediatore, dovrà usare metafore che hanno una capacità esplicativa limitata rispetto alla portata dei concetti scientifici. Non è possibile avere metafore che trasmettano in modo esaustivo quello che vogliono rappresentare.

Si tratta di un vicolo cieco o c’è un modo di superare questo impasse, anche senza una formula risolutiva?

Non c’è possibilità di superare l’inconciliabilità di fondo tra i linguaggi giuridico e scientifico, se non il confronto tra figure diverse e la verifica del valore del perito sul piano scientifico internazionale. Infatti, la scelta dell’esperto deve seguire dei criteri ben definiti: il perito deve avere fatto pubblicazioni di un certo tipo e deve essere riconosciuto dalla comunità degli scienziati. A questo proposito, gli Stati Uniti hanno introdotto a livello federale un documento per certificare la validità del perito. In Italia, invece, non ci sono ancora criteri riconosciuti e condivisi per verificare l’attendibilità dell’esperto. Ad ogni modo, il diritto non potrà mai arrivare a integrare al suo interno la varietà dei linguaggi specialistici scientifici. Linguaggio giuridico e scientifico rimangono inconciliabili, come sono inconciliabili l’equazione di Schrodinger e il linguaggio ordinario. Quando un fisico spiega la fisica quantistica ha bisogno di esprimerla con una formula, non si può sviare del tutto dalla puntualità e specializzazione del linguaggio.

Il linguaggio giuridico ha un’altra caratteristica fondamentale: è intrinsecamente pragmatico, ovvero chi enuncia un enunciato non è mai indifferente ed è necessario accertarlo. La validità di una dimostrazione scientifica come il teorema di Pitagora non dipende dal fatto che l’abbia svolta Pitagora, Archimede o lo schiavo di Pitagora; dunque, è indipendente da chi la esprime. In materia giuridica non funziona così: sicuramente un professore con 40 anni di esperienza ha più autorevolezza rispetto a uno studente di dottorato. E’ un richiamo al principio di autorità, che permette di distinguere diversi livelli di forza esecutiva e serve a distinguere le opinioni sensate da quelle che non lo sono.

 

 

 

Approfondimenti
Le strategie dei diversi sistemi giuridici internazionali per gestire l’incompatibilità dei linguaggi specialistici

La grande distinzione da fare è tra paesi di Common law e di Civil law. Nei paesi di Common law, come Stati Uniti e Inghilterra, dove il diritto è concepito come una serie di sentenze, il giudizio è lasciato a una giuria di non-esperti e il valore del perito è ancora più importante, perché vince chi riesce a convincere la giuria. In questi paesi è probabile che una perizia vicina al senso comune raccolga più facilmente l’approvazione dei giurati. Nei paesi di Civil law, come l’Italia, dove si fa riferimento a ordinamenti stratificati e principi astratti, non c’è nessuno che integri in maniera sistematica la prova scientifica.

In ogni caso, tuttavia, in base alle mie conoscenze, non esiste ordinamento giuridico al mondo che si basa unicamente sulla prova scientifica per dichiarare colpevolezza e innocenza. Da una parte bisogna tener conto del senso comune, dall’altra della capacità del legislatore di integrare le prove. E’ una questione molto complessa, anche perché le prove scientifiche cambiano nel tempo e gli strumenti tecnologici si affinano sempre di più. Ora, ad esempio, grazie alle nuove tecnologie disponibili, stanno riesumando il sangue dei corridori impegnati nel Tour de France del 1998 per verificare chi faceva uso di doping. Quando si tratta di scarcerare un innocente che ha scontato inutilmente 20 anni di galera è un conto, ma ha sempre senso procedere così? E’ un discorso complicato,perché la tradizione giuridica e quella scientifica sono diverse e hanno finalità altrettanto differenti. Il discorso scientifico mira alla verità, mentre il discorso giuridico punta a persuadere della verità: sono due modi diversi di argomentare e concepire il mondo.

C’è un’incompatibilità di struttura e la conciliazione avviene nel momento in cui anche le teorie scientifiche s’integrano nel linguaggio della vita quotidiana. Ad esempio, oggi non è possibile procedere con una condanna per stupro senza la prova del DNA. Questo perché nella visione popolare la giuria assolve o condanna davanti a questo tipo di prova. Anche se scientificamente il DNA andrebbe usato con maggiore cautela rispetto a come si usa nei tribunali.

 

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