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Illustrazione: Lele Corvi

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Linguaggio scientifico. Nessuna è come la madre

di Maria Luisa Villa, docente di Patologia generale alla facoltà di Medicina dell’Università di Milano

8 ottobre 2013

Contrariamente all’opinione comune, che le vede come oggetto di studio privilegiato per letterati e filosofi, il confronto più serrato con le lingue naturali è stato impegnato per secoli dagli uomini di scienza. La lingua degli scienziati è altrettanto varia e fantasiosa di quella ordinaria (basta pensare a un termine come quark), ma ne differisce perché in essa le parole diventano termini, dotati di un valore tendenzialmente preciso. La creazione di una terminologia è il cuore del linguaggio scientifico ed è alla base delle grandi classificazioni tassonomiche degli esseri viventi (a partire da Linneo), nonché della riforma della nomenclatura chimica, realizzata sul finire del XVIII secolo da Lavoisier. I termini favoriscono una comunicazione efficace, capace di superare agevolmente le barriere nazionali e tendono a generare l’illusione che il linguaggio della scienza sia indifferente alle singolarità delle lingue storiche. In realtà sia la scienza che la tecnologia continuano ad avere bisogno delle lingue naturali per essere comprese dagli uomini. «Nessun  matematico pensa per formule» affermò con incisiva brevità Albert Einstein, e Werner Heisenberg in Fisica e Filosofia, commentava: «Questa intrinseca incertezza del significato […] ha portato alla necessità delle definizioni[…] Ma le definizioni possono venir date solo con l’aiuto di altri concetti e così in definitiva è necessario appoggiarsi ad alcuni concetti che sono presi come sono, non analizzati e non definiti».

In breve, la scienza ha un rapporto complesso con il linguaggio: essa esige di trasformare le parole in termini e simboli di significato univoco, ma per creare i termini, per definirne e aggiornarne il significato, dipende dalla ricchezza imprecisa delle parole comuni. Il linguaggio scientifico, codificato e ripetitivo, è utilissimo nel lavoro quotidiano e nelle descrizioni che non coinvolgono concetti nuovi e cognitivamente impegnativi. La comunicazione non esaurisce però la funzione delle lingue, che servono anche per elaborare le proprie idee, con un impegno tanto maggiore quanto più alta è la ricchezza speculativa e il potenziale innovativo delle stesse. In ogni disciplina, i momenti creativi sono contrassegnati dalla ricerca talvolta tormentosa delle parole capaci di descrivere cose mai immaginate prima e di riplasmare la nostra visione del mondo. Se ha successo, questa ricerca arricchisce il linguaggio e genera le metafore fondanti della chimica, dell’evoluzione, della genetica, che implicano una percezione intuitiva della somiglianza nella diversità e permettono di esplorare un campo di conoscenza nuovo, usando un campo noto come mappa.

La consapevolezza acuta e quasi dolorosa della difficoltà di trovare le parole giuste per descrivere “in modo definito” realtà non direttamente sperimentabili, risuona nelle famose parole di Niels Bohr: «Siamo sospesi nel linguaggio. Non sappiamo ciò che è giù e ciò che è su. Nelle nostre lingue europee ci sono oggetti ben definiti, rappresentati dai nomi, che interagiscono tramite forze e campi, rappresentati dai verbi. Questo linguaggio però rispecchia il mondo newtoniano: non è adatto a comprendere il mondo della fisica quantistica».

Nel terreno incerto dove nascono i nuovi concetti, la scienza riscopre così le singolarità delle lingue storiche e le loro connessioni con il patrimonio culturale che le alimenta. Qui le lingue non si equivalgono e, per ciascuno di noi, quella materna ha una superiore capacità di dar corpo ai pensieri e trasformarli in parole chiare. Alla maniera di una bussola, la lingua nativa orienta le idee all’interno delle mappe mentali, costruite per comprendere, assimilare e trasformare la realtà. Come il nome di una piazza richiama al residente, con una precisione irraggiungibile per il nuovo arrivato, l’immagine del reticolo di vie che se ne diramano, così nella lingua nativa una parola ne veicola altre ad essa associate, con una ricchezza di collegamenti che una lingua secondariamente appresa difficilmente ricrea. È suggestivo ricordare come Einstein, secondo molte testimonianze, commutasse spesso la lingua delle sue esposizioni, e tornasse dall’inglese al tedesco, quando la discussione scientifica toccava un punto interessante e difficile, come la spiegazione di alcuni aspetti cruciali della relatività. Le neuroscienze confermano le peculiarità della lingua madre e sottolineano che la sua acquisizione, diversamente dall’apprendimento successivo di nuove lingue, avviene insieme all’assimilazione di conoscenze concettuali, sensoriali e normative, che lasciano una traccia cerebrale documentabile. In una pregnante riflessione sui problemi di comprensione interlinguistica, il premio Nobel per la chimica Harold Kroto ricorda che il cane (dog) che lo impauriva da bambino era irrimediabilmente diverso dal chien incontrato sui libri nei quali faticosamente e con dubbio successo aveva tentato di imparare il francese.

Ad ogni livello, come studente o come studioso, le operazioni intellettuali che richiedono l’assimilazione di nuovi concetti e nuovo sapere si giovano del ruolo strutturante della lingua madre, che consente una padronanza cognitiva virtualmente impossibile in una seconda lingua. Questa realtà sembra essere ignorata da chi propone di adottare l’inglese come lingua franca esclusiva dell’istruzione superiore. Milita a favore dell’anglificazione la realtà della scienza attuale, dove le nuove parole e i nuovi stili retorici sono inglesi e dove le espressioni in altre lingue si possono usare, entro i confini nazionali, purché abbiano un facile equivalente in inglese. I ricercatori finiscono per sentirsi a casa nella lingua inglese perché la lettura quotidiana è in inglese, i metodi e i reagenti hanno nomi inglesi, e spesso il lavoro di ricerca è condiviso con lontani laboratori, dove tutti parlano in qualche modo l’inglese. I limiti del vissuto di familiarità appaiono però evidenti quando i ricercatori non anglofoni devono trovare le giuste parole e le frasi del mestiere per trasferire con chiarezza il proprio pensiero da una lingua all’altra. È nella verbalizzazione che si svelano la povertà e l’approssimazione cognitiva nella comprensione dei  testi ed è qui che si palesa la distanza tra la generica convinzione di avere capito e il reale livello di appropriazione del testo.

Pur avendo studiato su libri scritti in inglese, e pur essendo capaci di capire e parlare questa lingua, quando arrivano alla stesura del loro primo lavoro  in inglese, molti giovani ricercatori sperimentano la difficoltà di padroneggiarne i modelli mentali e di comprendere i riferimenti e le citazioni implicite che compaiono nelle parti meno tecniche e più discorsive della letteratura scientifica. «Le nostre menti sono piene di idee grezze, di pensieri subliminali e di spiegazioni parziali […] è nel processo di verbalizzazione richiesto per una riunione di lavoro o nella scrittura di un testo che le nostre idee diventano reali» afferma in un articolo di qualche anno fa il premio Nobel per la chimica Roald Hoffmann.  L’uso esclusivo di una lingua appresa secondariamente rischia di essere una zavorra che mortifica la possibilità di accesso alle risorse più vive della mente, perché non fornisce l’ambiente cognitivo che esse reclamano. Fa ombra alla riflessione sull’argomento la diffusa  convinzione che il possesso della lingua madre sia un bene gratuito e che essa si possa accantonare e ritrovare ogni qualvolta occorra. In realtà una lingua non più usata è condannata alla rapida atrofia. Gli scienziati non ne sono solo utenti, ma contribuiscono, ciascuno nel proprio dominio, a plasmarla e a rinnovarla ogni giorno, nel momento stesso in cui la usano.

Nel volgere di pochi anni l’italiano, espulso dall’istruzione e dalla ricerca, perderebbe la capacità di esprimersi nel dominio scientifico. Nessuno potrebbe allora più ricorrervi per superare i passaggi cognitivamente difficili. Anche la narrazione della scienza, necessaria per divulgare in modo diffuso le nuove conoscenze, diventa inefficace se il linguaggio non intercetta l’universo culturale dei destinatari. Questo è un punto cruciale perché lo scambio di informazioni, che fino a pochi decenni addietro avveniva quasi esclusivamente tra i membri della comunità scientifica, coinvolge ora a vario titolo l’intera società ed esige l’uso di una lingua comune, adatta a comunicare in modo pervasivo le conoscenze necessarie al funzionamento della società. Molti temi come l’atomo, l’ambiente, il genoma, con i loro correlati etici, pongono problemi che dominano il dibattito collettivo, trasformandosi spesso in quesiti referendari. Gli scienziati non possono ignorare questi problemi e sono chiamati a dedicare una rinnovata attenzione ai problemi del linguaggio e della lingua usata per comunicarli.

 

Una lezione in inglese all'università: l'inglese è utilizzato in tutte le imprese scientifiche internazionali, dall'esplorazione dello spazio alla fisica delle particelle.  Foto: Babak Tafreshi, Twan/SPL/Tips Andrea Merola/Splash News/Corbis

Una lezione in inglese all’università: l’inglese è utilizzato in tutte le imprese scientifiche internazionali, dall’esplorazione dello spazio alla fisica delle particelle.
Foto: Babak Tafreshi, Twan/SPL/Tips Andrea Merola/Splash News/Corbis

 


 

 

 


 

Approfondimenti
Per approfondire

L’inglese non basta. Una lingua per la società, di Maria Luisa Villa, Bruno Mondadori, 2013.

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