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Foto: BergamoScienza

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L’unione fa la scienza

di Eleonora Viganò

16 febbraio 2013

«BergamoScienza è come un treno, una macchina che mette in moto un approccio diverso alla didattica»

«BergamoScienza è come un treno, una macchina che mette in moto un approccio diverso alla didattica» dice Giancarlo Cavagna, docente di matematica e fisica al liceo delle scienze umane e al liceo linguistico presso l’Istituto Statale di Istruzione Superiore (ISIS) Romero di Albino.

Prendere quel treno significa coinvolgere la scuola in dinamiche differenti che le cambiano il volto, e che possono migliorare la percezione pubblica della scuola stessa, le competenze degli studenti e i metodi di insegnamento. Quest’anno sono state 20 le scuole, 53 i progetti tra mostre e laboratori, 115 gli insegnanti e oltre 1800 gli studenti coinvolti da BergamoScienza, festival di divulgazione scientifica contraddistinto proprio dal fatto di lavorare in sinergia con le scuole per creare exhibit, laboratori, mostre. Per due settimane, tutta la città di Bergamo e i comuni dei dintorni vengono coinvolti in un’atmosfera viva e piena di partecipazione, con gli studenti che si trasformano in vere guide scientifiche.

Ecco, allora, che cosa accade quando un festival scientifico apre le porte ai contributi delle scuole del territorio e queste rispondono con entusiasmo. «Spesso a scuola si fa della matematica noiosissima» racconta Cavagna. «Con formule e schemi di calcolo dimenticati dopo poche settimane. Per questo ho pensato che fosse necessario un cambio di paradigma educativo e, grazie al bando di BergamoScienza, quattro anni fa ho deciso di cambiare approccio».

Il professore ha iniziato a proporre in modo sistematico agli studenti di classe quarta esperimenti che partissero dallo studio di un fenomeno, non solo con l’obiettivo di partecipare al festival, ma anche per portare i ragazzi a capire la fisica attraverso il ragionamento e la discussione in classe. «Dopo aver capito la teoria abbiamo discusso sulla possibilità reale di presentare l’esperimento a Bergamo- Scienza: ci chiedevamo se fosse troppo facile o difficile, quali concetti comunicare, quali omettere pensando a chi avrebbe partecipato al festival». I

n questo modo gli alunni hanno sviluppato anche competenze pedagogiche e divulgative, fondamentali per chi frequenta il liceo delle scienze umane: quando diventeranno insegnanti alle scuole primarie, è probabile che ricordino l’esperimento che hanno contribuito a organizzare e questo modo diverso per affrontare il fenomeno scientifico.

E magari lo riproporranno ancora ai propri studenti. Sapranno già come fare: a ogni visita durante le giornate del festival hanno dovuto gestire anche più di venti bambini vocianti e a volte distratti. Attrarre e rendere accattivante la materia è il primo obiettivo dichiarato dall’Associazione di formazione professionale del Patronato San Vincenzo (AFP), scuola professionale a diversi indirizzi, tra cui “Operatore per macchine utensili”.

Durante la nostra visita a BergamoScienza siamo stati accolti nel loro stand da un giovane insegnante, Luigi Ferri, e da una schiera di studenti, tutti con la stessa maglietta, pronti a guidare le scuole nel percorso di costruzione di un motore Stirling. Il laboratorio è nato da un’idea discussa insieme, tra docenti e studenti, e proseguita con domande, dubbi, prove ed errori che hanno spinto i ragazzi a trovare soluzioni e a migliorare il prodotto finale.

La didattica classica, insomma, è stata stravolta: non si chiede più allo studente di limitarsi a eseguire un compito senza porsi troppe domande, ma lo si coinvolge nell’intero processo che parte dai singoli elementi e arriva alla costruzione di un prodotto finito.

«Ciò permette a studenti e docenti di sentirsi coinvolti, di fare ricerca per capire come realizzare i vari pezzi del motore nel modo migliore e assemblarli concretamente, mentre la didattica tradizionale prevede la costruzione di singoli parti di una macchina, con minore soddisfazione da parte di tutti» racconta Luigi Ferri. Il risultato è che i 25 ragazzi, per metà extracomunitari, spesso con scarsa autostima e poca voglia di studiare, si sono impegnati e hanno lavorato con passione.

«Gli studenti diventano gli insegnanti dei laboratori e questo li porta a mettersi in gioco» conferma la professoressa Chiara Ruscitto, del liceo scientifico Amadi. «Vincono le loro timidezze e sono persino in grado di adattare l’esposizione alle persone che hanno di fronte, utilizzando un linguaggio rigoroso, ma coinvolgente e adeguato al pubblico». Bergamo- Scienza permette quindi di fare emergere capacità o difetti che i ragazzi stessi non sanno di possedere: «Alcuni studenti più chiusi durante la lezione, al momento del festival acquistano sicurezza» commenta la professoressa.

Anche il rapporto tra docenti e studenti si modifica, grazie all’atmosfera di collaborazione necessaria per progettare i laboratori. «Noi insegnanti chiediamo aiuto agli studenti per realizzare ogni esperienza, e non abbiamo la necessità di valutarli, perciò possiamo lasciargli la libertà di vivere i momenti di preparazione con passione» conclude Ruscitto.

BergamoScienza è quindi una miccia per accendere idee, progetti e nuove forme didattiche, che molti docenti non avrebbero mai intrapreso senza il pretesto del festival, ma che sono ormai irreversibili. «Ha messo in moto un tipo di attività che porterò avanti anche nel caso in cui la scuola non possa più partecipare a BergamoScienza» afferma sicuro Cavagna. Non solo: la macchina organizzativa permette alle scuole di aprirsi al territorio, offre logistica, pubblicità, e il contenitore adatto per sviluppare progetti che le singole scuole non potrebbero mai permettersi, soprattutto a livello sovracomunale.

«In totale i visitatori del nostro laboratorio sono stati quasi 1200» ci racconta la professoressa Ruscitto. «Da soli non avremmo mai potuto raggiungere questi numeri e BergamoScienza ci permette di sfruttare una macchina organizzativa imponente».

Il laboratorio degli operatori di macchine utensili dell’AFP è nato anche dalla necessità di far conoscere meglio la scuola agli studenti delle scuole medie, come ci spiega Giuseppe Comotti, docente dell’istituto con qualche anno di esperienza sulle spalle e lo sguardo di chi deve aver assistito ad anni migliori.

«Le scuole come la nostra stanno attraversando una crisi di iscrizioni, molte sono costrette a chiudere, e gli studenti che vogliono indirizzarsi a una scuola di formazione professionale preferiscono l’indirizzo meccanico» conferma Ferri. «Per questo vogliamo far conoscere le applicazioni pratiche del nostro indirizzo, il livello di professionalità che i nostri studenti possono raggiungere e le competenze sviluppate nel corso degli studi. Con il festival abbiamo trovato un modo efficace per cogliere due obiettivi: coinvolgere studenti spesso svogliati e demotivati, e mostrare al pubblico cosa sappiamo fare».

Un incentivo per gli studenti e una vetrina per la scuola, per pubblicizzarsi, mostrare il proprio lavoro, ma anche, in senso più ampio, far vedere ai genitori ciò che i figli fanno in concreto.

«Per risolvere parte dei suoi problemi e aprirsi all’opinione pubblica, la scuola deve diventare un centro culturale attivo sul territorio» sintetizza Cavagna. «Il festival non è solo una vetrina, che ci permette di aumentare la nostra visibilità, ma anche una gratificazione per gli alunni che si impegnano e vedono riconosciuti i loro sforzi, spesso fatti a casa o durante le vacanze» commenta Emanuele Marchesi, docente alle scuole elementari di Albino, autore dell’unico progetto di una scuola primaria che ha partecipato al festival. Marchesi ha inserito robotica nel percorso curricolare delle classi quarte.

Da questi laboratori, portati avanti anche da altri docenti, il preside ha avuto l’idea di proporsi a BergamoScienza. «Il nostro lavoro è stato accolto dalla macchina organizzatrice del festival con entusiasmo» ci spiega Marchesi «sia perché siamo l’unica scuola primaria sia perché permettiamo ai visitatori di osservare, ma anche di programmare i robot e quindi di acquisire in poco tempo i primi rudimenti di robotica».

Anche il festival, come è ovvio, ha molto da guadagnare da questo scambio. Le scuole aiutano a diffondere la scienza nei comuni, nelle zone periferiche della provincia e a richiamare altre classi in visita.

La partecipazione di giovani e bambini è da sempre parte della mission di BergamoScienza, ma «la macchina organizzativa non avrebbe il budget per organizzare questi percorsi e queste visite, e quindi attirerebbe meno pubblico e soprattutto meno scolaresche», ammette Sergio Pizzigalli, ex professore e responsabile della sezione scuole di BergamoScienza.

Nell’ultima edizione sono state più di sedicimila le persone che hanno partecipato ad attività organizzate dalle scuole. «E ci siamo resi conto che i visitatori sono più inclini a rivolgere domande ai ragazzi che non a docenti più anziani, perché il coinvolgimento diretto del pubblico passa più facilmente attraverso un giovane studente» afferma Pizzigalli.

Insomma studenti e scuole non solo sono l’obiettivo dell’attività di divulgazione del festival stesso, ma anche una risorsa e uno strumento utile per comunicare con un pubblico eterogeneo e ampio, formato da altre scuole, altri docenti, genitori o più semplicemente curiosi. Una buona simbiosi, insomma, anche se i problemi, in realtà, non mancano, a cominciare da quello dei fondi, raccolti con fatica dalle scuole oppure ottenuti grazie al contributo dato dall’Associazione BergamoScienza ai nove migliori progetti.

C’è molto impegno in più richiesto al docente, che viene assorbito nell’organizzazione in modo totale: bisogna imparare a gestire tempi e spazi. «Utilizziamo spesso ore extra-scolastiche o decido di sacrificare qualche ora di matematica, ma ne vale la pena», racconta ancora Cavagna. «La maggior parte delle attività si svolge durante ore extra-curricolari, e questo richiede sacrificio sia da parte degli studenti sia da parte dei docenti» conferma Ruscitto.

Proporre i laboratori, studiarli e discuterli significa avere gruppi di studenti che devono lavorare in modo autonomo, libero, con strumenti e attrezzature, abbandonando la tipica lezione frontale. Gestire una classe che diventa più flessibile ed elastica è un impegno importante per il docente. «C’è chi vuole sapere perché l’esperimento non funziona, chi vuole mostrarmi i risultati. Ci si deve assicurare che nessuno si distragga o giochi».

Ci sono problemi logistici: la necessità di allungare alcune ore, il laboratorio prenotato da un’altra classe, l’esperimento che non riesce e il materiale da acquistare. «Abbiamo occupato aule, spostato sedie» racconta Cavagna. «Abbiamo ospitato 1240 bambini e ragazzi e, come se non bastasse, quattro studenti ogni giorno a turno devono assentarsi per quattro-cinque ore, per portare avanti il loro lavoro di guida».

Anche se l’evento interessa un solo docente e una o poche classi, l’intero istituto deve essere coeso e disponibile. Tutti gli insegnanti sono chiamati a collaborare, evitando verifiche e interrogazioni per quelle due settimane calde, o programmando recuperi per chi è impegnato nei laboratori. E infine anche al docente serve libertà di movimento: se ha lezione deve poter lasciare la sua classe e visitare i laboratori, per evitare che gli studenti si sentano abbandonati.

«Il periodo del festival poi si scontra con le esigenze scolastiche» spiega Pizzigalli. «Si tiene a ottobre, che è il periodo migliore per organizzare conferenze con professori e Premi Nobel, ma quello meno adatto per le scuole». Ragazzi e docenti devono lavorare durante il secondo quadrimestre dell’anno precedente.

«Il primo mese di scuola poi è molto delicato, i laboratori devono essere allestiti e organizzati e i bambini devono prendere confidenza con la loro attività di guida» racconta Marchesi. «All’inizio hanno un po’ di timore nel mettersi in gioco come “insegnanti”, ma grazie a una fase di prova alla quale invitiamo i genitori e le altre classi della scuola, riescono a superare il blocco e a prendere confidenza».

«E oggi» conclude Pizzigalli «gli studenti sono la vera interfaccia di BergamoScienza con il pubblico».

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