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Per giudicare un prof un voto non basta

di Eleonora Brianzoli

3 ottobre 2012

Il progetto della fondazione di Bill e Melinda Gates ha scelto di misurare ben cinque parametri per valutare il lavoro degli insegnanti statunitensi. Ma l’indicatore migliore, a quanto pare, sono i risultati ottenuti dai ragazzi.

La miglior misura dell’efficacia del lavoro di un insegnante sono i risultati raggiunti dai suoi alunni. Un’affermazione controversa che però riassume i risultati preliminari del progetto Met. Met sta per Measures of effective teaching cioè Misure dell’insegnamento efficace. La ricerca, promossa negli Stati Uniti dalla Bill e Melinda Gates Foundation, mira appunto a individuare un metodo di valutazione del lavoro degli insegnanti che sia utile per ottimizzare i successi scolastici degli alunni.

La valutazione della qualità della formazione è un argomento di attualità in tutto il mondo e anche se la realtà degli Stati Uniti è molto diversa da quella italiana (a partire, per esempio, dal fatto che il sistema di reclutamento dei docenti funziona su base locale), ci sono certamente problemi comuni. E la conoscenza di quello che succede altrove, dei risultati raggiunti e delle difficoltà incontrate, resta comunque un ottimo punto di partenza per poter discutere di un tema così importante e controverso.

Il MET project

La ricerca condotta dalla fondazione dei coniugi Gates parte da questa domanda: «Immaginate di essere un preside e di dover scegliere gli insegnanti della vostra scuola per il nuovo anno scolastico. Probabilmente vi chiedereste: “I risultati raggiunti in passato dagli alunni di ciascun professore cosa possono dirmi sulle possibilità di successo degli allievi di quest’anno?”». L’obiettivo alla base della ricerca è migliorare il sistema scolastico, considerato il principale fattore in grado di determinare la carriera delle future generazioni. E, per migliorare il sistema nel suo complesso, occorre innanzitutto isolare le pratiche di insegnamento più efficaci.

I ricercatori del progetto MET sono arrivati a questa convinzione analizzando i risultati di migliaia di studenti in più di tremila scuole sparse per gli Stati Uniti: con una serie di analisi combinate hanno verificato che lo scarto nelle performance di diverse classi non era dovuto all’ambiente scolastico o agli strumenti messi a disposizione, ma ai loro professori. Gruppi di studenti omogenei, nello stesso istituto, potevano raggiungere risultati molto diversi a seconda del loro insegnante. Per questo motivo la ricerca si è focalizzata sul modo in cui ogni professore fa lezione, cercando di isolare i comportamenti che garantiscono un rendimento più alto da parte degli alunni. Spesso gli insegnanti si sentono vittime di simili valutazioni.

I ricercatori del progetto MET hanno intervistato i professori per comprendere l’origine di questa diffidenza: la maggior parte degli insegnanti ha espresso la preoccupazione che la propria valutazione dipenda troppo spesso dalla sensibilità di un solo soggetto (negli Stati Uniti il preside della scuola ha molto potere in questo campo) e che non sia condotta secondo principi chiari e oggettivi. Inoltre, molti di loro hanno evidenziato come l’insegnamento sia un processo complesso, che non può essere giudicato solo attraverso dei test.

Per superare questi disagi, i ricercatori hanno cercato di mettere a punto un metodo che combinasse i risultati di diverse osservazioni. «Se puoi avere una squadra di supereroi non vorresti tre Superman tutti uguali, ma tre tizi con superpoteri diversi» spiega Thomas Kane, professore di Istruzione ed economia all’Università di Harvard e capo dell’equipe di ricerca del progetto Met. Il principio può essere applicato alla misurazione delle pratiche didattiche: «Non bisogna cercare il più super dei super-uomini, ossia un unico indicatore che sappia dirci tutto» continua Kane «invece bisogna usare misure diverse con pesi diversi» per mettere in luce le numerose sfaccettature dell’insegnamento.

Lo studio della Fondazione Bill e Melinda Gates schiera ben cinque “supereroi”, cinque indicatori della bravura degli insegnanti: il primo si basa sulla raccolta di dati sui risultati degli studenti; il secondo sulla valutazione delle lezioni da parte di osservatori indipendenti; il terzo indicatore mira a giudicare le conoscenze pedagogiche degli insegnanti; il quarto e il quinto si affidano ai feedback da parte degli alunni riguardo alla propria esperienza di apprendimento e da parte dei professori sull’ambiente di lavoro e sul supporto ricevuto dalla scuola.

Pur sottolineando l’importanza di un giudizio che sia fondato sul mix di tutte queste misure, l’équipe di Kane ha osservato che l’indicatore più importante per prevedere i risultati che un professore riuscirà a far raggiungere alla sua classe è il cosiddetto “valore aggiunto”, derivato direttamente dalle risposte degli studenti ai test. Queste risposte sono state giudicate non solo in termini di avvicinamento all’obiettivo prefissato, ma anche in termini di miglioramento rispetto all’anno scolastico precedente. Il secondo tipo di osservazione si è rivelato il più affidabile secondo i ricercatori del Met, perché, confrontando i risultati ottenuti da uno stesso insegnante con varie classi in diversi anni scolastici, il livello del “valore aggiunto” apportato dai suoi metodi di insegnamento rimane grosso modo costante.

L’altro sistema di valutazione innovativo rispetto a quelli utilizzati in passato è l’osservazione delle lezioni. Una delle tecniche ritenute più importanti dagli insegnanti e dagli studiosi della materia perché permetterebbe una migliore conoscenza di tutti i momenti dell’apprendimento. Un processo che, sottolineano i docenti, non si riduce alla lezione frontale in classe ma si nutre anche di altri fattori, come il rapporto con gli studenti. D’altro canto una simile osservazione è molto costosa e dunque di difficile applicazione in un numero elevato di classi.

Per ovviare a questo inconveniente i ricercatori del MET hanno pensato di affidarsi a delle registrazioni: i metodi degli insegnanti sono stati giudicati da osservatori formati appositamente sulla base di protocolli standard che, anziché passare molte ore nelle classi, hanno guardato dei video delle lezioni.

La scelta di utilizzare i video comporta anche un altro vantaggio: gli osservatori non vedevano le reazioni della classe e non erano così influenzati dall’atteggiamento degli alunni nei confronti di un professore, che può dipendere da fattori estranei alla qualità dell’insegnamento. Il progetto MET è partito due anni fa e al termine dello scorso anno scolastico ha concluso la prima fase di sperimentazione. Entro la fine del 2012 l’équipe di Kane pubblicherà un rapporto completo per illustrare vantaggi e lacune di questo metodo (ve li racconteremo nella nostra newsletter iS Espresso) ma i primi risultati registrati fanno già parlare di una possibile “rivoluzione” per il mondo della scuola.

Approfondimenti
Valutare, si può?

La ricerca finanziata dalla Fondazione Bill e Melinda Gates può contare su una mole di dati vastissima e su ingenti risorse, due fattori che di rado si ritrovano negli studi sul mondo scolastico. Proprio per questo, spiegano i ricercatori, sono stati in grado di elaborare un metodo di valutazione innovativo, mai sperimentato prima. Ma la novità di questo metodo suscita anche perplessità e critiche nel mondo dell’istruzione. Giorgio Israel, per esempio, ordinario presso il Dipartimento di matematica dell’Università La Sapienza di Roma, che è stato anche consulente del MIUR, mette in discussione le premesse stesse della ricerca: «La pretesa che si possano valutare in modo obiettivo la conoscenza, le competenze, il metodo e altre qualità intellettuali è priva di qualsiasi fondamento e costituisce una sciocchezza dal punto di vista scientifico. Si può misurare in modo obiettivo una lunghezza o un’intensità di corrente, non la qualità di un apprendimento». Israel, in particolare, nega l’importanza dei risultati dei test per giudicare la qualità dell’insegnamento: pensare che il lavoro dei professori si valuti «limitandosi a osservare i successi o insuccessi scolastici degli alunni è profondamente sbagliato perché quando una misura viene indicata come obiettivo diventa un incitamento a comportamenti scorretti e cessa quindi di essere una buona misura», spiega. Lo strumento che invece più si avvicina a quella che il consulente del ministero considera una valutazione affidabile, è l’osservazione delle lezioni. Nel ricordare che qualche indicatore generico non può misurare il lavoro di un insegnante, Israel sottolinea che una buona valutazione richiede «un’analisi approfondita e vasta, la quale può essere condotta soltanto con un processo di ispezioni: in sostanza, commissioni ispettive che si rechino in una scuola, per un periodo di 7-10 giorni, interrogando studenti, conversando con gli insegnanti, informandosi delle strategie seguite, dei libri adottati, ecc.». Non lo convince, però, la pretesa di fornire un’osservazione oggettiva: la predisposizione di parametri standard, secondo il professor Israel, «sostituisce all’inevitabile arbitrarietà del giudizio soggettivo del valutatore l’arbitrarietà nella formulazione dei protocolli, che sono comunque pensati da una persona che ha le sue visioni individuali, le sue idiosincrasie, le sue vedute, e talora anche le sue ignoranze. Il metro è un oggetto impersonale e indipendente da qualsiasi forma di soggettività, mentre qui vi sono comunque soggetti che pensano e decidono le tecniche di valutazione, scelgono i parametri, formulano i test». L’idea di poter arrivare a una “valutazione oggettiva” formando “osservatori indipendenti” è perciò, secondo Israel, una mera illusione: «Indipendenti da chi e da cosa?» si chiede.

L'esperienza italiana

Nonostante le proteste di tutti gli attori del mondo dell’istruzione, è incessante la ricerca di un metro in grado di valutare in modo oggettivo la scuola e l’insegnamento. I test Invalsi italiani hanno lo stesso obiettivo: nelle parole del commissario Invalsi Paolo Sestito, «vogliono fornire un feedback alle scuole su quale sia la loro situazione, quali i punti di forza e quali quelli di debolezza». Non solo, però: i risultati raggiunti dai diversi istituti devono anche essere comparabili e proprio per questo è necessario un metodo di valutazione generale e affidabile. Due requisiti che non possono essere garantiti solo dall’analisi delle competenze degli studenti. Dopo l’esperienza dell’Invalsi, quindi, anche il ministero italiano si è orientato verso metodologie di valutazione più complesse che in alcuni aspetti rispecchiano i tentativi seguiti oltreoceano dai ricercatori del Met. In particolare, con il progetto Valutazione per lo Sviluppo della Qualità delle Scuole (Vsq ) sono stati presi in considerazione il valore aggiunto nell’apprendimento e i giudizi derivanti da un’osservazione globale della scuola, condotta da un’équipe di esperti esterni. Un progetto che finora ha riguardato solo alcuni istituti volontari delle scuole secondarie di secondo grado. I risultati arriveranno l’anno prossimo quando, al termine del primo triennio, sarà possibile confrontare i risultati dei ragazzi ai test Invalsi con quelli della fine delle elementari e calcolare, in tal modo, il “valore aggiunto”. Il dottor Sestito sottolinea però una fondamentale differenza rispetto alla ricerca statunitense: proprio per come è strutturato il nostro sistema di reclutamento degli insegnanti sarebbe inutile che il giudizio si concentrasse sulla performance del singolo professore, come avviene nel progetto Met. Il focus di tutti i test italiani è l’istituto scolastico nel suo complesso, per permettere al Ministero di individuare le situazioni più critiche verso le quali indirizzare maggiori risorse.

Per approfondire

Met Project, il sito del progetto, con i documenti che spiegano tutte le fasi dello studio, l’aggiornamento sui risultati, video di presentazione.

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