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Psicologia. Alla ricerca di un nuovo umanesimo

di Gustavo Pietropolli Charmet. Psichiatra e psicoterapeuta, è stato docente di Psicologia dinamica ed è presidente dell’Associazione Minotauro

17 febbraio 2013

Quello che mi ha molto colpito nell’esercizio della mia professione è stata la constatazione che ciò che fa soffrire i ragazzi non è il cumulo dei traumi o delle inadeguatezze educative della loro infanzia o preadolescenza, ma è una complicata relazione con il futuro.

Li fa soffrire di più il futuro del passato. È un fatto denso di conseguenze, per esempio professionalmente, perché un conto è cercare di restituire passati pensabili ed elaborabili sulla base dei quali si possa costruire un’immagine di sé o un progetto per il futuro, e un’altra è pensare di dover fare un’incursione nell’area della relazione delle persone con il proprio futuro e verificare quali inadeguatezze, sentimenti di esclusione, dolore l’adolescente provi.

“Siamo stati travolti dalla nostra ignoranza di prevedere il futuro. E bisogna che glielo diciamo”

Da molti anni ormai con il mio gruppo lavoriamo nella prospettiva di restituire ai giovani futuri pensabili più che passati tollerabili. È stato passare dagli studi di archeologia agli studi di futurologia. Può sembrare un modo di dire, ma è una cosa molto concreta. I ragazzi nella fase dello sviluppo adolescenziale, ma anche in quella del giovane adulto, giustamente vengono definiti soggetti in età evolutiva, perché avvertono moltissimo come proprio compito privato e personale, oltre che come compito generazionale e di gruppo, quello di capire bene che cosa desiderano, che cosa vogliono.

Cercano di evitare di farsi influenzare dalla sottocultura dei mass media e dai modelli, dai genitori, dalla Chiesa e dallo Stato per poter andare alla ricerca di sé e su questo costruire un poco alla volta un progetto di vita, uno stile, la propria identità. Il problema nasce quando i ragazzi avvertono di essere tagliati fuori, di non farcela, di essere in una situazione di scacco. Per esempio quando sentono di non essere ancora padroni della propria corporeità, di essere impediti dal proprio corpo, che non li sostiene nella loro marcia evolutiva, nella realizzazione dei loro compiti.

O di essere in ritardo in una qualunque area della loro marcia evolutiva, se hanno l’impressione di essere ancora fermi nel processo di separazione dalla mamma e dal papà, di essere ancora molto figli e poco soggetti sociali, o sessuali. Allora nasce un dolore particolare: assistere in diretta alla morte del proprio futuro.

Pensano che non riusciranno mai ad avere fascino, ad attrarre lo sguardo del ragazzo o del la ragazza che gli interessa, a inserirsi nel gruppo ecc. E non ci riusciranno adesso, proprio ora. Se hanno l’impressione che quando entrano in classe è entrato l’uomo invisibile, tutto il progetto futuro viene compromesso. Per l’età che hanno, per la percezione drammatica che hanno, ne deriva una depressione che non è da perdita dell’oggetto d’amore, ma da perdita del sé, che è ammutolito e pieno di vergogna.

Un ragazzo ospite di una comunità per giovani a Napoli. Foto: Davide Monteleone/ Contrasto

Un ragazzo ospite di una comunità per giovani a Napoli. Foto: Davide Monteleone/ Contrasto

Questa situazione li fa molto, molto soffrire. È un dramma grande. E allora cancellano la rappresentazione di un tempo futuro in cui si realizzerà quello che desiderano, il loro talento, in cui riusciranno ad amare e a farsi amare. Eliminano la prospettiva della crescita del futuro e si insediano in un eterno presente. Diventano “presentificatori”. Rendono i giorni tutti uguali. I compiti, la scuola, rappresentano scadenze e impegno verso un futuro che non c’è. È una disperazione, un’assenza di speranza. A un certo punto il dolore per essere ridotti così li porta a compiere un gesto, a fare un’esperienza che gli ridia il futuro o quanto meno che gli faccia smettere di avere paura facendo paura agli altri.

Quindi azioni di solito violente o trasgressive, che sono il sintomo e che attirano l’attenzione su di loro. La relazione con il futuro, la capacità di sperare, è fondamentale. Da 14 anni in poi il progetto futuro è superinvestito. Parlare del futuro ai ragazzi, agli adolescenti e anche ai giovani adulti, significa parlare della cosa per loro più importante e anche più segreta, più misteriosa, meno discussa, meno verbalizzata. I ragazzi possono sviluppare un falso sé e apparire spavaldi e tronfi mentre in realtà si sentono piccoli e spaventati.

Adesso che una crisi cosiddetta economica, che in realtà è più una crisi etica e di sistema, getta ombre sul futuro, tutti quanti dovranno concorrere a sostenere i ragazzi nella ricaduta che può avere la crisi non sul loro futuro, ma sulla loro relazione con il futuro, quindi sulle loro fantasie e sulle rappresentazioni, le ansie e i meccanismi di difesa per annullare la paura. Rispetto alle situazioni di crisi del passato, oggi mancano le filosofie della speranza, il marxismo o il liberismo o l’attesa della rivelazione di un Dio, che presentavano un futuro come inevitabile e già visibile e che ora sono tutte morte.

Senza queste filosofie della speranza il passo che porta a rifugiarsi nel presente è breve. Per ora a parlare di questo ai ragazzi è quasi esclusivamente la sottocultura dei mass media, le cassandre che avvisano che saranno la prima generazione nella storia dell’umanità che avrà una qualità di vita di gran lunga inferiore a quella dei loro papà e dei loro nonni.

È proprio vero che questa crisi gli ruba il futuro, la possibilità di lavorare in relativa sicurezza, di avere una natura ancora a loro disposizione? Molti adulti ne sono davvero convinti, anche se nessuno ha le prove che questo sia vero. Oppure bisogna presentare loro le cose in modo diverso? Io penso di sì. Io credo che la scuola e la famiglia debbano scegliere come rappresentare ai ragazzi la crisi e quale possa essere il loro ruolo.

Perché chi manomette il futuro dei giovani non compie un’azione educativa bensì un’azione per certi versi violentissima, perché semina disperazione su un tema che è proprio il più caro ai ragazzi. Non c’è niente di più credibile per i ragazzi che sentirsi dire che il futuro è morto. Gli educatori devono portare verso il futuro, verso la conoscenza, la verità.

Io ho prove certe che i ragazzi che non sperano più, che sono disperati, combinano guai. Fino a ora li abbiamo potuti aiutare nella loro dimensione individuale, personale, dell’irripetibile storicità di ciascuno. Ma se fosse colpita un’intera generazione, che si convince che non c’è più futuro, sarebbe assai pericoloso. Non vedo nulla di più urgente che dire che dobbiamo immaginare qualcosa che vada oltre questa situazione e in cui la qualità della vita possa addirittura migliorare.

Se c’è una crisi vuol dire che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel sistema precedente. Siamo stati travolti dalla nostra ignoranza di prevedere il futuro. E bisogna che glielo diciamo.

Gli adolescenti e i giovani adulti sono in una fase in cui cominciano a lasciarsi guidare nella vita dal sé sociale, dalla sensazione di essere un soggetto anche nella società degli adulti. È un processo difficile, in cui devono mettere insieme fantasie infantili, narcisismo della mamma e del papà, le aspettative del nonno e le loro, la scoperta del proprio talento. Se da fuori il messaggio che gli arriva è che non c’è nessuna aspettativa nei loro confronti, che non c’è nessun posto per loro, il rischio è grave.

Per la scuola è obbligatorio il compito di elaborare il futuro, che non può essere un effetto indiretto dell’azione formativa. Ognuno deve mobilitarsi per aiutare e favorire una soluzione della crisi che sia di radicale cambiamento. Non c’è nessuna possibilità di rimettere le cose come erano. Per forza bisogna trovare un’alternativa. E quelli che troveranno questa alternativa sono i ragazzini pluri-ripetenti che si aggirano negli istituti tecnici e nei cosiddetti licei.

Dobbiamo avvertirli che gli dobbiamo consegnare un compito strepitoso, eroico, narcisisticamente molto ma molto soddisfacente. Che non è vero che sono sfigati. Anzi. Noi non abbiamo avuto la possibilità di farlo, ma a loro la storia chiede di salvare il pianeta. O ce la fanno loro o non ce la farà nessuno. Loro sono i terrestri che salveranno la Madre Terra. Sul sistema economico e finanziario ci metteremo d’accordo, ma prima bisogna salvare la Terra. Può sembrare strano e non so come sia successo, ma oggi i ragazzini prima che italiani o europei o altro, si sentono terrestri.

C’è un sentimento di responsabilità nei confronti del pianeta. Ma la scuola è in balia delle discipline, e le discipline sono per loro natura rivolte al passato, conoscono lo sviluppo della storia, della geografia, della letteratura italiana e così via. Sostengono che studiando bene il passato si diventa cittadini del futuro. I ragazzi ne dubitano. In una situazione così grave bisogna mettere da parte lo strapotere delle discipline e organizzare un’area in cui ci si interessa attivamente del futuro e quindi dei grandi temi, come i conflitti tra le religioni, la globalizzazione, la compatibilità.

Ci vuole un’area multidisciplinare di studio del futuro e di quello che del futuro c’è già nel presente, con dei significanti che bisogna cogliere. Nessuna disciplina è competente nel parlare del futuro, un’area che studi il futuro è per forza di cose multidisciplinare. Bisogna attivare un nuovo umanesimo multidisciplinare. Se si riuscisse a fare questo, anche sperimentalmente, si riattiverebbe molto la motivazione dei ragazzi allo studio, che secondo me langue. L’impressione dei ragazzi è che la scuola sia vecchia e poco utile, perché non solo non li aiuta nel presente, ma non li aiuta a capire che cosa succede.

Oggi il bisogno più importante dei ragazzi è capire che cosa sta succedendo e che cosa devono fare. Sono sicuro che non sanno che cosa sia la globalizzazione, non hanno una rappresentazione chiara, eppure loro sono globalizzati. E non era mai successo che gli adolescenti della Corea del Sud, del Giappone, del Canada e della Francia si assomigliassero: abbigliamento, colonna sonora, Internet, videogioco. E quindi anche gli ideali, il modo di gestire la corporeità, la sessualità, l’amicizia, il denaro, l’esplorazione, la notte. Sono molto, molto globalizzati.

COMMENTI / 2

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