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Imparare sempre

Un'immagine dell'esperienza di Hole in the wall in India.Foto: Arco Digital Images / Consigli

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Quel buco che riempie un vuoto

di Donato Ramani

8 ottobre 2013

I ragazzi delle classi più indigenti non solo imparano a chattare, mandare e-mail, giocare. Ma acquisiscono anche un’istruzione di carattere formale

Il primo esperimento si svolse nello slum di Kalkaji, Delhi. Correva l’anno 1999 e Sugata Mitra, da Calcutta, fisico di formazione e uomo assai curioso, allora impiegato presso la NIIT Ldt, compagnia pubblica dedicata alle tecnologie dell’informazione, assieme ad alcuni colleghi volle mettere alla prova lì, in un contesto dei più disagiati, un’idea coraggiosa. Verificare cioè le potenzialità di un approccio pedagogico innovativo, oggi battezzato Educazione minimamente invasiva, basato su dinamiche del tutto diverse da quelle universalmente adottate. I concetti fondanti che caratterizzavano quella prima impresa erano pochi ma sconvolgenti: bambini protagonisti e indipendenti, niente adulti in giro, nessuna valutazione, nessuna costrizione ma, anzi, libertà assoluta di azione. Oltre a uno strumento del tutto fuori contesto: un computer inserito in una cabina posizionata in uno spazio pubblico e costruita per permetterne l’uso solo  ai più piccoli: «I bambini dello slum di Kalkaji non avevano mai visto un computer, non conoscevano Internet, non parlavano l’inglese, a malapena andavano a scuola. Ciò che scoprimmo allora e in tutti gli esperimenti che si sono succeduti negli anni è che, semplicemente, i bambini imparano ciò che vogliono imparare, ovvero ciò che gli interessa» ha spiegato Sugata Mitra. Le immagini di un breve video tratto da quel primo test valgono più di mille spiegazioni: mostrano un bambino di otto anni che, nelle parole di Mitra «insegna alla sua studentessa di sei come si fa a navigare in rete». Senza tutor, senza istruzioni, ma con la semplice curiosità e la collaborazione reciproca i bambini di Kalkaji erano diventati in poco tempo dei navigatori provetti. Con buona sintesi l’iniziativa fu denominata Hole-in-the-Wall che significa, letteralmente, buco nel muro. Un buco che da quel primo test, Mitra e l’organizzazione HiWEL (Hole-in-the-Wall-Education-Limited), nata nel 2001, hanno saputo riempire negli anni di ricerche e risultati raccolti negli angoli più remoti dell’India, dagli slum delle grandi metropoli alle zone rurali del Sud Africa o della Cambogia. Verificando ogni volta che i ragazzi, in gruppo, indipendentemente da chi fossero e dove si trovassero, imparavano a utilizzare il computer da soli, in pochissimo tempo, capendone le potenzialità, ricavando le informazioni per loro interessanti e utilizzando le funzionalità. Un esempio? Dopo sole quattro ore un gruppo di ragazzi di un villaggio del Rajasthan era stato in grado di registrare la propria musica e di riascoltarla tutti insieme. Fu su questa base che partì un progetto decisamente più ambizioso, che affonda le radici in un’osservazione dello stesso Sugata Mitra: «In ogni Paese ci sono luoghi in cui non esistono buone scuole e in cui i buoni insegnanti non vogliono andare. Eppure è proprio lì che una buona educazione è davvero necessaria».  È ancor più vero nei Paesi in via di sviluppo. Il contesto indiano, dove l’iniziativa è nata, rappresenta in questo senso un ottimo esempio. In una popolazione che supera abbondantemente il miliardo, gli sforzi che il governo ha messo in campo per assicurare un’educazione elementare a tutti i bambini dai 6 ai 14 anni sono stati imponenti ma purtroppo ancora inefficaci. «Un sogno ancora lontano» lo definiscono Ritu Dangwal e Suman Gope dell’organizzazione HiWEL in un loro articolo apparso sulla rivista IJEDICT (International Journal of Education and Development using Information and Communication Technology). Povertà e pregiudizi ancora presenti, 600.000 villaggi in cui strutture e personale docente sono totalmente inadeguati favoriscono il precoce abbandono della scuola da parte dei ragazzi. Secondo le ricerche, nel 2005 erano 40 milioni i bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni che non andavano a scuola, un quinto del totale. Si tratta soprattutto di bambine, di ragazzi lavoratori, disabili o cresciuti in contesti disagiati, di giovanissimi appartenenti alle classi più basse della popolazione, spesso ancora emarginate per ragioni culturali.

Un network di bambini che imparano

Le nuove tecnologie o, per meglio dire, i sistemi educativi basati sull’ICT vengono visti da tempo come un’alternativa possibile, funzionale, efficace ed economicamente sostenibile contro l’analfabetismo. L’approccio di HiWEL e di Sugata Mitra, nel frattempo diventato professore di Tecnologie dell’Educazione all’Università di Newcastle, si è mossa proprio su questa strada, percorrendola però con mezzi e approcci che rivedono radicalmente l’intero processo didattico. «Una nuova pedagogia», così è stato descritto il nuovo modello. Negli anni, le strade, i luoghi pubblici, i cortili delle scuole dell’Asia e dell’Africa hanno visto il fiorire di centinaia di Hole-in-the-Wall-Education-Limited Learning Station, postazioni con una serie di computer equipaggiati con materiale didattico di ogni tipo a coprire un vasto spettro di discipline: dalla matematica all’inglese alle scienze sociali all’alfabetizzazione informatica. Ad utilizzarli, dicono le ricerche, sono soprattutto i ragazzi delle classi più indigenti che, scrivono Dangwal e Gope, «non solo imparano a chattare, mandare e-mail, giocare. Ma acquisiscono anche un’istruzione di carattere formale». Il tutto in un contesto collaborativo, da pari a pari. Perché ognuno impara dall’altro, ogni bambino costruisce «un network di persone creato apposta per ottenere informazioni e acquisire nuove competenze di carattere educativo, sociale, informativo ed emotivo». Attorno alle Hole-in-the-Wall-Education-Limited Learning Station si sviluppa, in sostanza, un ambiente in cui ogni bambino è un attivo “produttore di significati”, fluido e informale, in cui l’adulto è estromesso dalla stessa architettura della stazione perché un coperchio costruito all’altezza giusta impedisce a chi è troppo cresciuto di approcciarsi ai PC. L’Educazione minimamente invasiva teorizzata da Mitra, insomma, costruisce un’isola a misura di bambino, donandogli uno spazio proprio che non solo aumenta la sua istruzione colmando le lacune lì dove il sistema non riesce adeguatamente ad arrivare. Ma agisce sull’elemento più prezioso e raro, quello che il contesto scolastico, culturale, sociale non è in grado di trasmettere, causando ulteriore emarginazione: la motivazione a imparare. Un processo che permette di sviluppare anche un altro fattore: la cosiddetta self-regulation, intesa come la capacità di pianificare, monitorare e modificare il sapere, di gestire e controllare i propri sforzi per raggiungere l’obiettivo e infine di imparare, ricordare e capire. Un’abitudine all’autogestione che avrà influenze positive non solo sulle performance didattiche ma anche sul comportamento come individui inseriti in un tessuto sociale nel presente e nel futuro. Che poi i ragazzi lasciati a loro stessi con le Learning Station siano stati capaci di raggiungere obiettivi insperati, imparando concetti anche di grande complessità, ci sono una quantità di esperimenti a dimostrarlo. Grazie ai risultati raggiunti, l’esperienza di HiWEL ha superato altri confini – nel 2011 è sbarcata in Bhutan e ha raggiunto anche la Repubblica Centrafricana e lo Zimbabwe – e si è arricchita di nuove collaborazioni. Come quella con Stichting Child Tuition, organizzazione olandese per la lotta all’analfabetismo con cui sono state condotte con successo delle sperimentazioni per l’insegnamento dell’inglese attraverso software appositamente costruiti nello slum di Delhi così come nel villaggio tribale di Hemalkasa. Mentre altri progetti stanno portando l’esperienza acquisita con Hole-in-the-Wall all’interno delle pareti della scuola, come supporto alla didattica ma anche come un modo davvero nuovo di interpretarla. È questa la strada che lo stesso Sugara Mitra sta perseguendo oggi, testandolo nelle scuole di tutto il mondo. Organizzazione in gruppi, ognuno con un computer a disposizione, e alcune grandi domande a cui trovare risposta: questo l’approccio. Una variazione del modello Hole-in-the-Wall che, negli esperimenti dello studioso, hanno dato frutti importanti nell’apprendimento a breve e a lungo termine.

Nella pagina a destra, Sugata Mitra in mezzo ai bambini davanti a una postazione.Foto: Sugata Mitra, NIIT Limited, India and Newcastle University, UK

Nella pagina a destra, Sugata Mitra in mezzo ai bambini davanti a una postazione.
Foto: Sugata Mitra, NIIT Limited, India and Newcastle University, UK

Protagonisti della propria educazione

Curiosità, motivazione, collaborazione, approccio peer-to-peer, assieme alle potenzialità di Internet, nella visione di Mitra sono gli ingredienti di un mondo nuovo, di un’istruzione nuova, in cui l’educazione è un sistema che si auto-organizza, in cui l’adulto ha la funzione di guida supportiva e incoraggiante, e non più minacciosa, nell’aiutare il ragazzo a indagare delle domande intriganti e a trovare, da solo, le risposte. E un sistema in cui l’apprendimento è un fenomeno emergente, come una semplice e naturale conseguenza. È il Self-Organized Learning Environment (SOLE), un’evoluzione del modello educativo sperimentato per le strade della periferia del  mondo, sviluppato dal vulcanico Mitra e pronto a scuotere dalle fondamenta l’istituto scolastico. Del resto, parole sue, «è molto di moda dire che il sistema educativo come lo conosciamo è a pezzi. Non è a pezzi, anzi: è costruito meravigliosamente. È solo che non ne abbiamo più bisogno. È superato». È tutto? Nemmeno per sogno. Un’altra idea ancora più azzardata, con cui Mitra ha conquistato il TED Prize 2013 e l’ammontare di un milione di dollari, è già bell’e pronta: «Ciò che voglio fare ora è contribuire a disegnare il futuro dell’apprendimento supportando i ragazzi di tutto il mondo a immergersi nel loro innato senso di meraviglia e lavorare insieme». E per far questo vuole cominciare da un primo passo: la costruzione di una School in the Cloud, «un laboratorio dell’imparare, dove, in India, i ragazzi possano imbarcarsi in imprese intellettuali facendosi coinvolgere e connettendosi con le informazioni e gli educatori online». Una scuola virtuale, insomma, dove i bambini, ovunque si trovino, ricchi o poveri, possano farsi protagonisti della loro educazione, lavorando in gruppo e indipendentemente, trovando nella rete e con un mentore in remoto la soluzione alle proprie domande. Sarà questa la strada per un’educazione più egualitaria e più moderna, a portata di tutti? È presto per dirlo. Quel che è certo è che quest’avventura, iniziata 14 anni fa, lì dove la società sembrava essersi arresa, forse ha trovato un nuovo inizio, dalle potenzialità davvero rivoluzionarie.

 

 

Approfondimenti
La nuova sfida: provarci tutti, ovunque

Si chiama SOLE, Self-Organized Learning Environment, ed è la nuova idea di Sugata Mitra. Per capire cos’è, forse, è più semplice dire come funziona: «Un SOLE nasce ogni qualvolta docenti e genitori incoraggiano i ragazzi a lavorare in gruppo per rispondere alle loro impellenti domande usando Internet».

In questo modo, secondo i suoi creatori, la caccia alla risposta si trasformerà in un vero viaggio intellettuale, molto più utile e formativo del semplice apprendimento mnemonico. SOLE, in realtà, è molto più di questo. Un laboratorio globale, così viene descritto, e anche un test su vastissima scala, con cui tutti, ovunque, possono mettersi alla prova per poi spedire il proprio feedback a Sugata Mitra e agli altri studiosi.

L’invito, in effetti, è più che esplicito: «la parte più importante di questo esperimento è il feedback  che riceveremo da chi metterà in pratica questo approccio». Per questo, online è a disposizione un kit apposito da scaricare, con tutte le istruzioni per testare questo nuovo modello didattico, vedere come funziona, raccogliere esperienze, risultati e riflessioni.

Da condividere poi collegandosi a questo indirizzo e compilando le apposite sezioni. Tra tutti coloro che parteciperanno inviando le loro opinioni saranno selezionati fino a tre vincitori che si guadagneranno ciascuno un viaggio per due persone (un educatore o un genitore più un bambino) per assistere al TEDYouth 2013 che si terrà il 16 novembre 2013 a New York.

 

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