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Imparare sempre

Danilo Mainardi. Foto: Tania/A3/Contrasto

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Quell’eccesso di cultura che ci rende umani

di Paolo Magliocco

10 ottobre 2012

Il modo di trasmettere la conoscenza degli esseri umani è unico, racconta il più famoso etologo italiano.

Avere imboccato la strada della cultura ha finito per mettere da parte gli istinti e le istruzioni già codificate della nostra specie, però ci ha regalato la possibilità di cambiare molto più rapidamente. Ecco perché un buon apprendimento è fondamentale.

Tutti gli animali apprendono, l’uomo non è un’eccezione. E tutti gli animali trasmettono le conoscenze da un individuo all’altro creando quelle che possiamo definire forme di cultura. Persino bestie con intelligenze semplici come le cince sono capaci di farlo: una impara a rubare il latte dalle bottiglie del lattaio, un’altra la imita, e un po’ alla volta in tutto un Paese, come accadde e venne studiato in Inghilterra ormai molti anni fa, tantissimi uccelli di questa specie fanno la stessa cosa.

Eppure l’uomo resta in qualche modo unico. Per la capacità di astrazione, per la sostituzione quasi completa tra l’apprendimento e gli istinti. Un animale particolare, insomma, non solo “una scimmia nuda” come voleva il titolo di un libro del famoso zoologo Desmond Morris, diventato una delle espressioni più citate per descrivere la nostra specie.

L’uomo fa davvero qualcosa di diverso dagli altri. E per questo il modo di trasmettere le conoscenze è così vitale per un animale che, in fondo, ha sempre vissuto in una “società della conoscenza”, come si ama definire quella di oggi, perché l’accumulo e il passaggio della conoscenza è sempre stata la sua caratteristica principae. È difficile sottrarsi al fascino del modo di spiegare e raccontare le cose di Danilo Mainardi, l’etologo italiano più famoso, ricercatore, studioso, per moltissimi anni professore universitario, prima a Parma e poi a Venezia, dove abita ormai da vent’anni e dove lo abbiamo incontrato nella sua casa sulla fondamenta di Cannaregio, a pochi passi dalla chiesa di Santa Lucia. Un luogo meno affascinante e appartato di quello dove ero stato a trovarlo anni fa, alle Zitelle. Ma il suo cane, mi spiega, non ce la faceva più a fare due piani di scale e così qualche tempo fa ha dovuto scegliere di traslocare.

Disegno di Danilo Mainardi

Cane. Disegno di Danilo Mainardi

Tutti lo conoscono soprattutto per la sua collaborazione con Piero Angela e i suoi programmi televisivi, ma quella di SuperQuark è solo una parentesi nel suo lungo lavoro, fatto anche di libri (gli ultimi dedicati soprattutto agli amatissimi cani). C’è il gusto e l’abitudine alla spiegazione semplice e precisa, che sembra non aver mai bisogno di puntualizzare, nel suo modo di argomentare. Capace di arrivare a tutti senza perdere rigore.

Parlare con lui di scimmie e di piccioni ci svela tanto di noi, sempre facendo attenzione al rischio di assimilare a noi le altre specie, di antropomorfizzarle, come dice incespicando con un sorriso sulle troppe erre.

«Io dico che il mio cane mi ama e uso la stessa parola che si usa per la moglie, la compagna, il compagno omosessuale, ma non so davvero che cosa sia il suo sentimento e quanto assomigli a quello che io definisco amore». Comunque la sua curiosità, mi dirà alla fine, è sempre stata davvero per gli animali, e non per la possibilità di capire l’uomo attraverso lo studio delle altre specie. È davvero agli animali che si è dedicato, fin da quando da ragazzo abitava a Cremona e scelse l’università di Parma anziché quella di Pavia proprio per avere la possibilità di avvicinarli meglio.

«No, noi non apprendiamo come tutti gli altri animali. L’uomo è l’unica specie vivente – probabilmente ce ne sono state altre del genere Homo che si sono poi estinte – che si è specializzata per diventare l’animale culturale. Per noi la cultura è tutto, mentre per le altre specie è solo una parte, un complemento alla sapienza della specie che sarebbe quella degli istinti. Noi li abbiamo persi quasi tutti, gli istinti. Non sappiamo più fare quasi niente, se non lo impariamo. Basta che proviamo a chiederci per ogni cosa che sappiamo se l’abbiamo imparata da qualcun altro oppure no, per rendercene conto. Per cui la scuola è diventata il fondamento principale di quello che è il nostro comportamento, del nostro atteggiamento morale. Delle competenze che abbiamo. Siamo disarmati dal punto di vista della natura. Una cagnolina che non ha mai partorito sa esattamente tutto quello che deve fare, fino all’emancipazione dei cuccioli. È tutto scritto e codificato dalla selezione naturale. Pensi invece alla nostra specie e a come nel corso dei decenni sono cambiate le teorie sul comportamento da tenere con i nostri cuccioli, dal permissivismo all’idea che i bambini si dovessero lasciar piangere e così via. Noi siamo incapaci di allevare i nostri figli e abbiamo bisogno degli esperti che ce lo insegnino.»

Scimpanzé. Disegno di Danilo Mainardi

Scimpanzé. Disegno di Danilo Mainardi

Quindi dire, come facciamo oggi, che siamo entrati nell’era della società della conoscenza è un po’ una forzatura, perché quella umana è sempre stata una società basata sulla conoscenza?

Sicuramente. Adesso probabilmente la conoscenza è un po’ di più e un po’ diversa. L’idea che mi sono fatto io è che un filosofo e un contadino in realtà sono colti in modo uguale, solo che il filosofo ha un sacco di conoscenze astratte e il contadino sa un mucchio di cose pratiche, quando si deve innaffiare e quando concimare. Sono “diversamente colti”. E comunque nessun naturalista potrà avere la conoscenza della natura che ha un boscimano, che davvero la natura la interpreta.

Non mi sento mai nella condizione di chi fa una lezione, ma di chi prova a dire una cosa, con tanti dubbi sul fatto di avere davvero capito. E a volte in effetti è così: non ho capito. È una molla per reagire.

Questo acculturamento sembra rappresentare quasi un eccesso. Per cui le cose o passano attraverso la cultura o non le sappiamo più.

Sì, potrei dire – ed è la prima volta che uso questa espressione – che sia un eccesso obbligatorio. Pensiamo ancora alle cure parentali: noi abbiamo dovuto perdere il know-how che avevamo, altrimenti le donne partorirebbero ancora accovacciate per terra. La cultura degli istinti è molto conservativa. La cagnolina fa esattamente quello che facevano i cani duemila anni fa. Mentre se noi vogliamo continuamente cambiare il nostro comportamento, e credo che sia quello che è il nostro destino, dobbiamo fare un po’ piazza pulita di quella che è la sapienza della specie. Abbiamo ancora le motivazioni a fare le cose, a fare sesso, ad essere altruisti e così via. Ma come fare ce lo trasmettiamo culturalmente.

Perciò i meccanismi di trasmissione culturale che siamo in grado di mettere in atto diventano fondamentali.

Fondamentali, sì. Noi abbiamo alcune caratteristiche che le altre specie non hanno, come la capacità di astrazione. Le altre specie hanno bisogno dell’esempio per imparare. Il giovane scimpanzé che impara a pescare le termiti con un bastoncino deve vedere qualcuno che pesca con un bastoncino. Noi sappiamo insegnare le leggi di Mendel con una lavagna in cinque minuti. Avere capacità di astrazione e saper simboleggiare, che è una caratteristica della nostra specie, ci dà strumenti per poter accelerare molto la nostra “culturizzazione”.

“Io dico che il mio cane mi ama e uso la stessa parola che si usa per la moglie, la compagna, il compagno omosessuale, ma non so davvero che cosa sia il suo sentimento e quanto assomigli a quello che io definisco amore”

E le nuove tecnologie che ruolo giocano in questi due modi di trasmissione del sapere, quello dell’astrazione e dell’esempio. Sono altrettanto utili o ci sono differenze?

Io penso che le nuove tecnologie possano certamente essere molto importanti. Però credo che poi l’uomo ha un sottofondo biologico che ha alcune conseguenze come l’importanza dell’empatia tra chi insegna e chi apprende, in modo da suscitare il piacere di condividere qualcosa. E poi la nostra è una specie molto gerarchizzata, come tutte le specie sociali, per cui ci sono individui che sono maggiormente credibili di altri. Dunque io credo che anche con queste nuove tecnologie il fattore umano bisognerà in qualche modo mettercelo dentro, utilizzarlo, perché è un mediatore molto importante. Se su uno schermo vediamo una spiegazione fatta solo di una serie di equazioni o di parole, l’efficacia non è massima. E buttiamo via qualche cosa che è biologico, che è dentro di noi e che ha sempre funzionato. Anche molto male, a volte, come nel caso degli indottrinamenti di tipo ideologico o fanatico.

Topo. Disegno di Danilo Mainardi

Topo. Disegno di Danilo Mainardi

Nei cuccioli, di uomo e degli altri animali, l’apprendimento comincia in maniera uguale e poi le strade si separano?

Io credo che sia tutto molto legato alla socialità. Se un animale è sociale si creano spazi perché ci sia molto apprendimento. Perché c’è comunicazione, perché una mamma può insegnare ai cuccioli quello che devono fare e così via. Se un animale è destinato a vivere da solo, o quasi, questo non avviene ed è bene che il cucciolo sappia subito tutto quello che serve alla sua specie per sopravvivere. Se un animale è sociale ci può essere una specializzazione, come in una muta di lupi in cui può essercene uno più aggressivo e uno più veloce, uno che sa fiutare meglio una pista. La socialità produce specializzazioni. In questo modo le strade dell’apprendimento si vanno differenziando. E cultura e socialità stanno insieme. Poi c’è un’altra cosa importante. Se un animale deve sempre colonizzare ambienti diversi oppure vive in un ambiente instabile non potrà aver scritto dentro di sé tutto quello che gli serve per stare al mondo, perché c’è sempre qualcosa di inatteso.

“Non sappiamo più fare quasi niente, se non lo impariamo. Basta che proviamo a chiederci per ogni cosa che sappiamo se l’abbiamo imparata da qualcun altro oppure no, per rendercene conto. Per cui la scuola è diventata il fondamento principale di quello che è il nostro comportamento, del nostro atteggiamento morale”

Tra le capacità dell’apprendimento c’è anche quella di saper scegliere i maestri giusti?

Sì, probabilmente sarebbe vero. Anche se è una faccenda che riguarda maledettamente la nostra specie. Se un ragazzo è capace di guardarsi intorno e decide di andare in una certa università per imparare da quello che è il docente migliore, dimostra di essere molto bravo. Ma in linea di massima la cultura nasce con le cure parentali e quindi, di solito, il primo maestro è il genitore, la madre o entrambi i genitori. E la madre uno non se la inventa.

Gallo. Disegno di Danilo Mainardi

Gallo. Disegno di Danilo Mainardi

Lei che maestri ha avuto?

Io sono stato molto fortunato. Ho avuto dei bravissimi maestri, uno zoologo, Bruno Scheibler, un ebreo rientrato in Italia dopo le persecuzioni, molto saggio e molto bravo, e Luca Cavalli Sforza, genetista. Sono stato fortunato a incontrarli. Però abbiamo parlato molto del ruolo del docente e non ho ancora detto una cosa importante a proposito del ruolo del discente: che ci vuole una grande curiosità. Tutti noi abbiamo qualche curiosità, soprattutto quando siamo bambini, per me è stato così. Però non sempre siamo capaci di metterla a fuoco. E di farne il centro della nostra vita culturale, il nostro mestiere.

Lei era un bambino curioso?

Io ero un bambino curioso e un bambino curioso di animali. Io ho fatto il liceo a Cremona, dove eravamo sfollati da Milano durante la guerra, e potevo scegliere se andare a studiare a Pavia o a Parma. Ho scelto Parma perché era una città molto importante per i colombi viaggiatori e a me interessavano i colombi viaggiatori. Poi a Parma ho trovato dei bravi maestri e il mio maestro mi ha detto: facciamo una colombaia. E nella torretta dell’università, lavorandoci con le mie mani, abbiamo creato una colombaia per i colombi viaggiatori. E allora a Cavalli Sforza è venuto in mente di studiarne i gruppi sanguigni, per verificare le parentele. Quello che voglio dire è che non bastano bravi professori, occorre anche che un ragazzo sappia valorizzare le proprie curiosità e abbia il coraggio di scegliere anche quello che magari sembra un mestiere per pochi, se è la sua passione, perché poi sarà più bravo degli altri. Certo, occorre anche che i genitori lo assecondino. Quando io ho chiesto di andare a Parma a studiare gli animali i miei genitori non mi hanno detto che sarebbe stato meglio fare il farmacista.

Colombo. Disegno di Danilo Mainardi

Colombo. Disegno di Danilo Mainardi

Dunque è la curiosità la molla di tutto?

Sì, è la curiosità. Anche in natura. Forse non è così per tutti, ma se uno identifica la sua passione, dovrebbe cercare di seguirla, anche per avere -diciamola questa parola! – una vita felice. Se faccio quello che è la mia passione, che è stato il mio gioco da bambino, sarò anche un uomo felice e non avrò bisogno degli hobby quando ho finito di lavorare, perché lavoro e hobby diventeranno più o meno la stessa cosa.

 

Approfondimenti
Una vita per studiare e raccontare gli animali

Danilo Mainardi ha sviluppato e coltivato la propria passione per gli animali e lo studio del loro comportamento fin da bambino e tutta la sua carriera di scienziato, docente e divulgatore scientifico è stata dedicata a questa passione. Nato a Milano, da bambino, durante la guerra, si trasferì a Cremona, per poi iscriversi all’Università di Parma, dove ha cominciato a insegnare negli anni Sessanta. Prima zoologia, poi biologia generale, infine etologia. Vent’anni fa si è trasferito a Venezia, all’Università Ca’ Foscari, per insegnare ecologia comportamentale. Prima di essere un brillante divulgatore, Mainardi è uno scienziato autore di oltre 250 pubblicazioni, dedicate agli aspetti etologici del comportamento sociale, e in particolare a quello infantile, all’interazione prole-genitori, all’imprinting e ai suoi effetti sulle preferenze sociosessuali e alimentari, agli aspetti comunicativi dei segnali infantili, al comportamento ludico-esplorativo, alla trasmissione culturale. è anche scrittore, di libri scientifici e di divulgazione, l’ultimo dedicato ai suoi amati cani (Il cane secondo me, Cairo Editore). I suoi disegni di animali sono stati anche raccolti in un volume pubblicato da Bollati Boringhieri e illustrano il suo ultimissimo libro, che non è un testo scientifico ma un romanzo giallo (Le corna del Cesare, Cairo Editore), e che ha per protagonisti un animale e un’etologa.

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