Pearson

Imparare sempre

Foto: icponline

magazine # / /

Sociolinguistica. Gioventù creativa

Intervista a Michele Cortellazzo di Paolo Panella

9 ottobre 2013

Il lessico utilizzato dai giovani è la dimostrazione di una capacità di giocare con la lingua che ogni generazione utilizza soprattutto per identificarsi e distinguersi. Ecco perché il vero linguaggio giovanile è quasi inafferrabile e sfuma appena lascia i confini del gruppo a cui appartiene. Come racconta Michele Cortelazzo, docente di linguistica italiana all’Università di Padova.

Professor Cortelazzo, si può davvero parlare di linguaggio giovanile, o magari di linguaggi, al plurale?

C’è stato dibattito su questo, ma io credo che una cosa sia certa: si può parlare di un lessico giovanile. Ci sono alcune parole che sono tipiche della comunicazione tra giovani e che non fanno parte del patrimonio comune della lingua italiana. Di solito si cerca di spiegarsi con degli esempi, ma la verità è che una delle caratteristiche di questo linguaggio giovanile (chiamiamolo così, per semplicità, anziché lessico) è proprio di essere alternativo a quello comune. Quindi nel momento in cui una parola comincia a diffondersi fuori dalla cerchia dei giovani, a quel punto non è più una parola caratteristica dei giovani stessi. È una sorta di paradosso: se noi le conosciamo, vuol dire che le parole del lessico giovanile sono già fuoriuscite da quella che è la loro funzione principale, vale a dire di essere prima di tutto segnale di appartenenza al mondo giovanile e in genere a uno specifico mondo giovanile. Perciò, in realtà, è più giusto parlare di linguaggi, al plurale, dal momento che solitamente ogni gruppo giovanile ha un suo lessico o per lo meno alcuni elementi che lo caratterizzano.

Quando sono nati questi linguaggi giovanili?

L’esigenza dei giovani di avere un loro linguaggio nasce probabilmente con la nascita dei giovani stessi, intesi come categoria. Perché ci sia un linguaggio giovanile bisogna che ci sia un gruppo giovanile che si caratterizza in quanto tale. E l’idea che ci siano i giovani come categoria viene soprattutto dall’ultimo dopoguerra, quando si è allargata moltissimo quella fascia di persone che non sono più bambini e non ancora adulti, nel senso di persone che si guadagnano da vivere o, come sarebbe meglio dire oggi, si danno da fare per guadagnarsi da vivere. Le prime tracce cospicue di linguaggio giovanile le abbiamo avute a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta e a Milano, proprio per il suo carattere di metropoli più avanzata nel suo ruolo di ristrutturazione dei ruoli sociali, anche perché quello che prima era  sostanzialmente il linguaggio degli studenti, e particolarmente degli studenti delle superiori, si stava dilatando e si estendeva agli universitari e a quella fascia “di attesa” che si ha dopo l’università. Prima i linguaggi studenteschi avevano più le caratteristiche di gergo in senso stretto, tipici di quelle realtà chiuse, come i collegi, mentre non ci sono forti attestazioni di lessico giovanile come lo intendiamo noi, qualcosa che sia anche libero e creativo e che si alimenta di continuo. Al di là delle forme in cui si realizza, è un fenomeno comune a tutti i Paesi della cultura occidentale. Ce ne sono tracce ne Il giovane Holden, come prima attestazione letteraria. Poi, per esempio, negli anni settanta accade un fenomeno molto interessante: il linguaggio giovanile scompare perché coincide con il linguaggio politico.

Da dove nasce, da dove trae origine il lessico dei giovani?

Nasce, io dico, come nascono le barzellette: prima che una barzelletta si imponga ne sono nate probabilmente altre cinque, magari prodotte dalla stessa persona, che non hanno attecchito e delle quali non sapremo mai nulla. Quindi il lessico dei giovani nasce dall’inventiva culturale di un leader del gruppo che ottiene successo. E uno dei bisogni del linguaggio giovanile è quello di rinnovarsi. Se è un modo per distinguersi, i primi dai quali ci si vuole distinguere sono gli altri gruppi giovani e in particolare quelli immediatamente precedenti. Quindi c’è il costante tentativo, che a volte riesce e a volte no, di creare denominazioni sempre nuove con un processo che è di creazione inventiva, che viene condivisa. Ci sono parole straniere che vengono adattate all’italiano, magari con altro significato; parole che già esistono e alle quali viene dato un altro significato; parole che vengono deformate. Insomma, ci sono alcuni modelli di composizione. Ogni generazione, o meglio ogni coorte di giovani, utilizza un lessico che in piccola parte è quello creativo suo proprio e per la maggior parte viene dalla tradizione del linguaggio dei gruppi giovanili che l’hanno preceduta. La specificità di un gruppo è legata a quante “variazioni sul tema” riesce a fare, quanto riesce ad aggiungere o a sostituire rispetto al lessico tradizionale. E questo è legato anche alle altre forme comunicative, come la gestualità o le “protesi” comunicative come sono state in alcuni periodi il motorino, lo zainetto, il lettore di mp3. Il giovane si caratterizza dal punto di vista dei simboli e dei segnali, del modo n cui si veste, degli oggetti da cui si fa accompagnare, dalle passioni musicali e dalla lingua: in genere un insieme in cui tutto si tiene.

Foto: Tania/A3/Contrasto

Foto: Tania/A3/Contrasto

Oltre a questa funzione di identificazione del gruppo, quali altre funzioni assolve il linguaggio giovanile?

La prima è quella di identificazione del gruppo e di esclusione degli altri gruppi. Quella che invece viene spesso vista come funzione “criptica”, di non farsi capire, è una funzione secondaria. È indubbio che ci sia, ma è piuttosto una conseguenza. Poi c’è una funzione di narcisimo della creatività, una funzione ludica e di divertimento che è molto forte, perché gran parte del lessico giovanile è fatto di trasformazioni e di giochi con le parole. E poi c’è anche una funzione espressiva, perché il lessico giovanile non si occupa dell’universo mondo, non parla di tutto, ma sostanzialmente di scuola, di amore e sesso (spesso dimostrando un po’ dell’insicurezza dei giovani, con l’uso ancora frequente di eufemismi per indicare gli organi sessuali, che non si citano con il loro nome), il mondo dello sballo, che forse attualmente è quello che più trova spazio nel linguaggio giovanile. E poi c’è tutta un’area degli apprezzamenti e deprezzamenti.

Questo linguaggio lascia traccia, o nasce e poi scompare?

Lascia traccia perchè alcuni elementi diventano patrimonio condiviso della lingua informale, basta pensare a parole come figo. Ma anche il successo di ciao è molto legato all’uso che ne è stato fatto dai giovani. Molto, però, si perde. Basterebbe guardare il linguaggio giovanile messo insieme da Ambrogio Casalegno alcuni anni fa per la UTET e controllare quante di quelle parole ciascuno conosce: pochissime. Quel che stupisce è che c’è un’altra cosa che si perde. Il linguaggio giovanile è una ricchezza perché mostra creatività, magari un po’ anarchica, e capacità di manipolare la lingua. Poi solo una piccola parte della popolazione dirotta questo potenziale su usi più istituzionalizzati, come saper scrivere bene un articolo o un post su un blog. È quasi come se questa forza creativa fosse patrimonio più del gruppo che del singolo, e il singolo da solo non la sapesse più esprimere.

In un’epoca di globalizzazione, tende a globalizzarsi anche il linguaggio giovanile?

Sono stati individuati dei fenomeni di mistilinguismo accentuato e fittizio: giovani che proprio perchè vivono in gruppi di diverse provenienze producono testi che sono fatti di apporti di varie lingue. Specialmente l’Erasmus, in Europa, ha favorito il contatto di giovani di lingue diverse e il linguaggio giovanile nasce e si sviluppa soprattutto per contatto. È chiaro che dipende dalla globalizzazione, ma anche dal fatto che le culture simili alla nostra hanno tutte un linguaggio giovanile e quindi i giovani sono predisposti ad avere un loro linguaggio.

Il linguaggio ci dice qualcosa sui giovani che lo usano?

Io credo che sia possibile capire qualcosa, ma è ancora un’ipotesi di lavoro, soprattutto osservando di che cosa parla il linguaggio giovanile. Tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta la presenza di parole che riguardavano il mondo della droga era più forte di adesso, mentre l’abbondanza di termini che hanno a che fare con lo sballo più ingenuo, da ubriacatura, è tipica del periodo a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Però questa, ripeto, è un’impressione e non viene da studi empirici fondati. C’è un grado di dispersione degli ambiti semantici che rende difficile questa analisi. Perché esiste poi sempre il problema di attingere a questi linguaggi per chi non fa parte del gruppo: ci dobbiamo basare sull’autocompiacimento di chi appartiene ai gruppi, che magari lo porta a diffondere certi termini oltre il confine del gruppo stesso.

 

 

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • Scrostati Gaggio. Dizionario storico dei linguaggi giovanili, di Renzo Ambrogio e Giovanni Casalegno, UTET – Università, 2004.
  • I linguaggi giovanili, Gli atti del ciclo di incontri tenuti da linguisti sul tema dell’italiano e i giovani, Accademia della Crusca, 2011.
  • Slangopedia, sul sito del Gruppo Espresso-Repubblica una raccolta aggiornata di vocaboli e notizie sullo slang giovanile, aggiornato grazie al contributo della rete.

COMMENTI / 1.351

INVIA IL TUO COMMENTO

 

Prima di pubblicare un commento, assicurati che sia pertinente alla discussione in corso, non abbia contenuto offensivo, calunnioso, diffamante, razzista, sessista e non violi le leggi italiane. La redazione si riserva il diritto di cancellare commenti non consoni con controlli a campione.