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Imparare sempre

Gli allievi del Teatro Arcobaleno recitano nello spettacolo Beresheet, una storia danzata della convivenza civile in cui, come spiega il titolo, “in principio era la pace”. Foto: Beresheet LaShalom Foundation

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Sperimentare la pace attraverso il teatro

di Silvia Paris

17 febbraio 2013

Il teatro non è indispensabile. Serve ad attraversare le frontiere fra te e me». Guardando il modo di far teatro della Compagnia Arcobaleno, che da anni educa all’espressione decine di giovani, tornano in mente le parole asciutte con cui Jerzy Grotowski, maestro del teatro sperimentale, sintetizzava il fine della pratica teatrale.

Le frontiere che separano i giovani attori di questa compagnia dai loro compagni di avventura sono reali e di difficile attraversamento. Frontiere politiche, religiose, culturali e linguistiche prima ancora che simboliche e psicologiche. Perché questa scuola di teatro situata nella Galilea settentrionale, uno dei territori di Israele a più alta differenziazione etnica e sociale, è aperta a giovani di diversa provenienza. Arabi ed ebrei. Musulmani, ortodossi, cristiani. Laici e credenti.

METTERE IN CONTATTO LE DIFFERENZE

L’idea di creare una zona franca di espressione artistica e convivenza pacifica in un territorio di confine devastato dai conflitti nasce dieci anni fa, su iniziativa di Angelica Edna Calò Livné. Educatrice e regista teatrale, nata a Roma, da famiglia ebraica, Angelica si trasferisce in Israele a vent’anni, dove comincia a insegnare teatro a giovani ebrei di realtà geografiche e sociali diverse: ragazzi delle città, giovani provenienti dalle comunità rurali dei kibbutz e dei moshav (una forma di cooperativa agricola), studenti disabili.

Nel 2001, mossa dal desiderio di mettere in contatto e dialogo «più differenze possibili» decide, assieme al marito Yehuda, di richiamare arabi, cristiani e musulmani ed ebrei attorno a un progetto artistico e civile tutto da avviare. Fuori è da poco cominciata la Seconda Intifada: una nuova stagione di assedi e attentati che in quattro anni mieterà circa 5.000 vittime tra palestinesi e israeliani. Ricominciare a sperare, in un momento di violenza così acuto sembra impossibile.

Eppure la guerra accende nei coniugi Calò Livné la voglia di testimoniare un possibile nuovo “inizio di pace” – in ebraico Beresheet LaShalom – attraverso la creazione di un gruppo di ragazzi che, condividendo l’entusiasmo per l’arte, possano superare gli antichi rancori tra i popoli a cui appartengono.

GIÙ LE MASCHERE, SIAMO TUTTI UGUALI

Da queste premesse matura Beresheet, il primo spettacolo allestito dalla compagnia, ancora oggi rappresentato, in cui i giovani attori narrano il passaggio da una pacifica convivenza originaria all’esplosione della violenza e infine alla conquista di una nuova, possibile riconciliazione.

I movimenti del corpo a ritmo di musica e le coreografie raccontano il deflagrare della conflittualità tra i due gruppi, mentre l’atto del calar giù le maschere prelude alla riconquista di una nuova amicizia. La maschera costituisce un elemento scenico forte e polisemico, che rappresenta tanti tipi di ostacoli diversi: pregiudizio, stereotipo, rifiuto del sé reale.

Intervistato sul significato di questo simbolo, Ilian Smam, giovane arabo di religione cristiana, confessa: «Questa maschera rappresenta una faccia piena di razzismo, odio, gelosia e orgoglio. Quando la tolgo sento che la vita è più facile». Nell’esperienza didattica e civile di Beresheet prende dunque corpo l’ispirazione di un teatro-laboratorio che, come suggeriva Grotowski, diventa occasione di «integrazione, rifiuto delle maschere, palesamento della vera essenza» e che realizza il superamento di tante frontiere.

Quelle psicologiche tra diverse zone del proprio sé, quelle culturali e identitarie tra i giovani interpreti, quelle espressive tra attori e spettatori. Il risultato è una rappresentazione che, affidandosi al linguaggio universale del gesto e dell’espressione, supera le barriere e rende visibile la comune natura umana dei partecipanti. «Non c’è differenza tra me e un ragazzo arabo, solo perché io sono ebreo e lui è arabo. Per me questa è l’essenza del teatro», commenta un giovane interprete. Dal punto di vista tecnico, Beresheet non prevede la recitazione di un testo scritto, ma costituisce l’approdo di un lavoro integrato che conduce i ragazzi a trasfigurare simbolicamente le loro paure e aspirazioni attraverso la libertà creativa, ma vincolata del gesto.

Grazie a un metodo che valorizza l’improvvisazione e il vissuto emotivo degli interpreti, la messa in scena diventa così un organismo vivo, che si trasforma a seconda della personalità e degli umori degli attori, delle reazioni del pubblico, e che continua a rinnovarsi anche a diversi anni di distanza dalla prima recita.

PER TORNARE A SPERARE

La scuola di teatro Arcobaleno nasce come un luogo di accompagnamento alla crescita di autoeducazione alla convivenza civile e alla speranza. Perché in una zona di guerra, il monito a «continuare a sperare» e a «non arrendersi alla violenza» non arriva dall’esterno, ma è una conquista quotidiana che ci si deve autoimporre, racconta Angelica Edna.

Molti dei ragazzi che entrano in contatto con i coniugi Calò Livné si portano dietro ferite difficili da rimarginare. Ci sono musulmani che hanno vissuto il disastro della colonizzazione attraverso i racconti dei loro genitori, ebrei con famiglie distrutte dagli attentati.

Hanno idee politiche divergenti, ma attraverso il teatro imparano a guardare avanti e a concentrarsi, più che sulle paure, sulle speranze. Ilian, per esempio, ricorda: «All’inizio è stato molto difficile per me. Ero molto razzista verso gli ebrei. Li odiavo molto, perché i miei nonni e i miei parenti sono stati cacciati via da un paese che si chiama Sohnata.

Quando ho iniziato a fare teatro ho dovuto cambiare idea, perché se si rimane a rimpiangere il passato non si raggiunge la pace». Un altro esercizio a cui si dedicano i ragazzi dell’Arcobaleno è coltivare sogni, alcuni dei quali ambiziosi, come quello espresso da Chrine, una giovane musulmana: «Vorrei una pace come quella che c’è in Europa. Viaggiare tra i Paesi senza passaporto, senza nessun controllo, senza che ti chiedano chi sei, da dove vieni e dove vuoi andare».

UN MODELLO PER L’ITALIA

Negli anni, il repertorio della compagnia si è ampliato a nuovi spettacoli: Anne in the Sky, pièce ispirata alla vicenda di Anna Frank, Le avventure di Pinocchio e Vita di Galileo di Bertolt Brecht.

Le recite totali sono state più di 300 e hanno coinvolto un pubblico complessivo di circa 90.000 persone. E la Fondazione Beresheeet LaShalom, che fino a oggi ha accolto a Sasa più di 150 ragazzi, è uscita dai confini del Medioriente ed è approdata in Italia, Paese con il quale Angelica mantiene un rapporto di elezione. Perché di educazione alla convivenza civile ha bisogno anche l’Europa, oggi interpellata da una nuova sfida all’integrazione.

In collaborazione con Wizo – Associazione Donne Ebree d’Italia, è nato così il ciclo di seminari itineranti Una cultura in tante culture, realizzato nelle scuole di diverse città italiane. Rivolto inizialmente ai docenti, questo progetto di educazione all’interculturalità si è poi allargato agli studenti.

Anche in questo caso gli incontri condotti da Angelica Edna sono centrati sulla conoscenza reciproca, la riscoperta espressiva del corpo, l’apertura emozionale, l’improvvisazione. Il trasferimento, qui da noi, delle pratiche educative sviluppate in Israele – «il più grande laboratorio di culture del mondo », come lo definisce Angelica Edna – funziona, nei racconti dei ragazzi che partecipano ai laboratori.

Ricorda Giovanni, del Liceo Casiraghi di Cinisello Balsamo: «Pian piano, un arto alla volta, ci siamo sciolti. Ho visto persone che conoscevo da anni come timidi cronici ballare e saltellare per la stanza e ragazzi sconosciuti svelare volti nascosti e inimmaginabili. Alla fine dell’incontro erano tutti rilassati e sorridenti, ci siamo salutati come vecchi conoscenti e un mio compagno di classe mi ha detto ridendo: “Oggi ci siamo fatti un bel po’ di nuovi amici!”».

Approfondimenti
Angelica Edna Calò Livné, donna di pace

Nata a Roma nel 1955, Angelica Edna Calò Livné si trasferisce in Israele a vent’anni, dove compie gli studi universitari e si dedica all’insegnamento del teatro fin quando nel 2001, assieme al marito Yehuda, dà vita alla Compagnia dell’Arcobaleno, di cui diventa direttrice didattica, e nel 2004 alla Fondazione Beresheet LaShalom.

Obiettivo del progetto, che le varrà numerosi riconoscimenti internazionali è “educare alla pace attraverso le arti”. Successivamente promuove nuove iniziative di educazione alla pace, tra cui Per Disegnare un Sorriso sul Loro Volto, un progetto di attività interculturali destinato a bambini israeliani colpiti dagli attacchi terroristici e, assieme all’amica palestinese Samar Sahar, Bread for peace, iniziativa volta a unire donne musulmane, cristiane ed ebree mediante la lavorazione del pane.

Nel 2006, con il marito Yehuda fonda la squadra di calcio interreligiosa United Colours of Galilee e nel 2008 avvia il Centro Ecologico per la pace, un luogo di vita comunitaria aperto a giovani di diverse culture in cui lavorare sul binomio pace-natura. Conduce laboratori di educazione alla socialità e all’espressione anche in Italia, Paese con cui ha mantenuto negli anni uno stretto legame. Moglie e mamma di quattro figli, ha fondato con il marito il primo agriturismo di Israele, nel kibbutz di Sasa, dove attualmente vive, insegna, fa teatro e scrive libri.

Per approfondire

 

COMMENTI / 2

  • Angelica

    Marika, Silvia, sono stati scritti molti articoli sulla nostra opera ma questo e’ uno dei piu’ avvincenti!
    fantastico!

  • lionella

    grazie! per tornare a sperare,
    grazie! per continuare a sperare

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