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Tecnologia della comunicazione. La miniera digitale

Intervista a Gino Roncaglia di Nicola Tramontana

7 ottobre 2013

La lingua ai tempi di Internet sta scoprendo un numero sempre maggiore di modalità espressive, sostiene Gino Roncaglia, docente di informatica applicata alle discipline umanistiche all’Università della Tuscia. Il rischio che si corre, sostiene, non è l’impoverimento del lessico, bensì  l’abbandono di forme complesse di ragionamento e di scrittura.

«Credo che la domanda su ciò che sappiamo del modo in cui si è modificata la nostra lingua nell’incontro con i  media digitali vada formulata dividendola in base alle diverse situazioni di uso della lingua e ai diversi strumenti utilizzati, dall’ email alla chat, ai  social network, ecc.» sostiene Gino Roncaglia, che come docente di informatica applicata alle  discipline umanistiche all’Università della Tuscia da tempo lavora sull’incrocio tra i nuovi strumenti di comunicazione e i cambiamenti linguistici. «Io non condivido l’impostazione, seguita per esempio dal CNR in un lavoro di qualche anno fa, che tende a considerare Internet come uno strumento unico e alla comunicazione digitale come se fosse tutta dello stesso tipo. Porta a trarre delle conseguenze non necessariamente corrette. A ciascuno strumento di comunicazione corrispondono invece registri linguistici e comunicativi diversi».

Naturalmente ci sono casi in cui strumenti nuovi utilizzano registri già collaudati, almeno in parte: «Per esempio la posta elettronica riprende in parte i codici della forma epistolare. Però ci sono anche molti cambiamenti, dovuti a uno scambio più rapido che porta a una sorta di neo-oralità». La rapidità, con la spinta all’abbreviazione che porta con sé, è certamente un tratto comune, che però, di nuovo, si declina in modo differente a seconda del contesto e del registro.

Foto: Karsten Schoene/laif/Contrasto

Foto: Karsten Schoene/laif/Contrasto

«I messaggi di stato dei social network (oggi di sicuro una delle cose interessanti da studiare) hanno un carattere estremamente sintetico e frammentario, però spesso un livello di ricercatezza linguistica maggiore rispetto a chat, email e sms, che sono tutte forme di comunicazione di tipo privato, mentre i messaggi di stato hanno un carattere pubblico. Per i giovani, però, questo è meno vero, perché anche sui social network hanno la percezione di parlare all’interno della propria comunità». E la stessa neo-oralità, l’uso di un linguaggio sempre più simile a quello parlato anche in comunicazioni scritte, che è sembrata uno dei fenomeni più importanti, oggi secondo Roncaglia va in parte ridimensionata. Perché nel giro di pochi anni sono cambiati gli strumenti utilizzati e dalla prevalenza di sms e chat, più vicini alla lingua parlata, si è passati ai social network, dove convivono tante forme diverse. Creare un vero e proprio catalogo degli strumenti e delle forme di comunicazione, una sorta di matrice che dica le caratteristiche di ciascuno, sarebbe dunque possibile, ma non così facile, perché ci sono molti intrecci e molte forme di contaminazione.

«I tweet come lunghezza sono paragonabili agli sms, però hanno un carattere pubblico, mentre gli  sms sono una comunicazione privata. I sistemi di instant messaging possono essere in qualche modo tutti assimilati alle chat. E così via» continua Roncaglia. «Ci sono le forme di comunicazione scritta, ma anche quelle di comunicazione orale. Il modello di Skype è certamente quello della comunicazione via telefono e  probabilmente nell’uso del linguaggio non ci sono particolari varianti. Mentre invece se si guarda alla comunicazione tra ragazzi che giocano insieme online, che sia scritta o orale, è comunque strettamente gergale. Poi ci sono contaminazioni: il linguaggio dei blog ha sicuramente influenzato il linguaggio giornalistico, favorendo la diffusione di articoli che sono più l’espressione di opinioni personali, mentre all’inizio era vero il contrario, era il linguaggio  giornalistico che aveva influenzato quello dei blog, nati soprattutto come tentativo di costruire un proprio giornale personale. Il post di un blog spesso è breve, ma talvolta si avvicina alla lunghezza dell’editoriale tradizionale. Il blog è scritto in prima persona e questo uso forte della prima persona è una caratteristica comune a molte forme di comunicazione attraverso la rete». Ma è vero che c’è una certa omologazione del linguaggio, con l’uso diffuso di  formule standard e quindi in definitiva un impoverimento della lingua? Secondo Roncaglia, in parte sì, però c’è anche un grande aumento del numero di canali disponibili. «Piuttosto che dal punto di vista del lessico, vedo un problema nella costruzione sintattica e ancor più in quella argomentativa.

“L’abitudine alla brevità, comune a tutti questi canali seppure in ciascuno in forme diverse, finisce per imporre una costruzione più debole dei testi. Quello che tende a ridursi è la scrittura complessa, ragionata”

L’idea che ci siano dei temi che richiedano un certo tempo, un certo spazio, per essere affrontati, tende un po’ a perdersi rispetto alle 2 o 3000 battute del post di un blog. Questo ha a che fare non tanto con la difficoltà di lettura di testi lunghi sugli schermi elettronici, in particolare sul computer (benchè la qualità degli schermi ormai sia molto alta e i tablet restituiscono la possibilità di leggere muovendosi, o in poltrona e a letto) quanto con le caratteristiche degli strumenti digitali e dei canali di comunicazione». In sintesi, l’idea di Roncaglia è che «se c’è un cambiamento determinato dall’uso degli strumenti digitali, questo è soprattutto la moltiplicazione dei contesti comunicativi e delle forme di comunicazione, che continuano ad aumentare nel tempo». Un arricchimento, insomma.

«Ci sono casi in cui lo spazio web diventa addirittura una nuova palestra di uso della lingua. Per esempio c’è il fenomeno interessante e vivace della fan fiction, fatta di comunità dedicate alla scrittura di prosecuzioni o versioni alternative di libri noti o di storie ambientate in uno specifico universo narrativo, da Twilight a Harry Potter o Sherlock Holmes. La fan fiction è piuttosto diffusa tra i giovani e soprattutto tra le ragazze (quelle tra i 13 e i 18 anni  rappresentano il 70% del totale) e ha un effetto positivo di allargamento delle competenze linguistiche. Forse dovrebbe essere seguita di più, per esempio dal mondo della scuola». E ci sono anche altre opportunità. Wikipedia, anziché essere considerata solo un’enciclopedia già scritta, usata dai ragazzi soprattutto per fare “copia e incolla”, potrebbe diventare uno strumento per realizzare delle esercitazioni: sul modo di scrivere una voce dell’enciclopedia stessa, sul controllo delle informazioni, sulla verifica di quali siano le voci mancanti. «Noi lo facciamo a livello universitario, ma si potrebbe estendere tranquillamente a livello di scuola superiore».

Un altro fenomeno importante  è il miscuglio delle forme di comunicazione, l’incrocio di foto, testi, video in una multimedialità che prima di Internet non era possibile. Sarebbe molto interessante andare a guardare il tipo di uso comunicativo che si fa di immagini e video, dice Roncaglia, ma, aggiunge subito, c’è un altro fatto importante e poco considerato che l’uso delle immagini porta con sé: «Stiamo probabilmente affinando le nostre capacità nell’uso classificatorio e descrittivo del linguaggio. Mi spiego: quando usiamo un tipo di informazione non verbale, come una fotografia, poi abbiamo bisogno di associare alla foto delle etichette, che consentano di individuarla e ricercarla, e questo è un uso particolare della lingua, fino a ieri riservato ad archivisti, bibliotecari o curatori di musei. È un tipo di uso della lingua che richiederebbe probabilmente una formazione, che oggi manca». Anche perché saper usare  in questo modo il linguaggio potrebbe avere risvolti importanti, dal momento che «vuol dire costruire un tipo particolare di competenza linguistica che progressivamente diventa sempre più importante.

“Se sai creare bene etichette poi sai anche cercare bene informazioni, perché sai metterti nella testa di chi quelle informazioni le classifica.”

E la ricerca delle informazioni è un’altra situazione di uso della lingua relativamente nuova: sapere come creare una ricerca funzionale a ciò che si vuole trovare su Google è una forma di uso della lingua non banale».

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti
Per approfondire
  • Il parlar spedito. L’italiano di chat, email, sms, di Elena Pistolesi. Esedra Editore, 2004.
  • La lingua italiana nell’era digitale. Lo studio pubblicato dal CNR sul rapporto tra la nostra lingua e le tecnologie digitali.

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