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Uguali ma diverse

di Franca Bimbi, Professore ordinario di Sociologia presso l’Università di Padova

17 febbraio 2013

“Cittadinanza” non è una parola facile, è una parola che divide, come “famiglia”. Non si può entrare senza essere invitati. E se entriamo, possiamo finire in un sottoscala, possiamo esser costretti a non parlare la nostra lingua, a lasciare fuori tanta parte di noi, persino i nostri figli o i nostri genitori.

Possiamo entrare, ma non fare realmente parte del luogo in cui entriamo. Possiamo restare per sempre outsider within: in parte straniere e, se non straniere, in parte estranee. Un limite o un privilegio? Credo che sia un privilegio, oggi, per le donne native italiane, pienamente cittadine e persino (almeno in una certa proporzione) “arrivate”, emancipate, liberate, poter condividere con le migranti e i migranti, questo sentimento di venire da lontano, sapere che non si è mai completamente “dentro”, che anche nei luoghi del potere si deve fare i conti con una storia recente di debolezza e di oggettiva inadeguatezza, a cui rinviano esclusioni esplicite o implicite. Aver presente il senso della relatività, la consapevolezza che cittadinanza può significare un progetto comune, ma anche conflitto per l’affermazione di sé come persona e dei diritti alla propria differenza, aiuta a immedesimarsi nelle condizioni di vita di tutti quelli che sono costantemente messi ai margini.

Venire da lontano, in quanto a cittadinanza, significa per le donne venire dalla casa piuttosto che dalla città, dall’interno domestico piuttosto che dall’agorà, dal regno della cura esclusiva dei “propri” piuttosto che dal governo di tutti, anche degli estranei. L’espressione “il nostro mondo comune” può significare per donne e uomini la famiglia, ma per gli uomini può significare più facilmente e con maggiore legittimazione anche la professione, lo sport, gli amici, soprattutto il tempo per sé. Ciò da cui egli è chiamato a uscire coincide con ciò che lei è chiamata a custodire. “Custodire” significa vivere per mantenere in vita, ma non si tratta di una vita vissuta da essere morale se corrisponde a un obbligo ripetitivo di donare senza potersene chiedere le ragioni, senza poter dire “vado altrove”, come la Nora di Ibsen.

Oggi questo tipo di considerazioni possono sembrare in via di radicale superamento per la femminilizzazione del vertice di molte professioni, anche di quelle votate alla guerra, o perché un po’ di giovani padri possono scegliere di godersi la cura dei figli. Si tende a sottolineare che le donne possono scegliere una professione o la vita familiare a tempo pieno, che le ragazze superano i ragazzi nella presenza ai gradi più alti dell’istruzione, che le donne cominciano a soffrire di molti mali da successo, di certi tipi di cancro o di depressione. Proprio queste analisi, se unilaterali, rimettono in gioco vecchi pregiudizi: poter scegliere di restare disoccupata non è propriamente una scelta, studiare di più non significa avere più denaro (in un mondo dove il denaro conta più dell’istruzione, alle donne resta quello che socialmente vale di meno), agli uomini di successo non è mai stato consigliato di lasciar perdere per evitare l’infarto.

La cittadinanza formale è importante e, tuttavia, è la cittadinanza sostanziale che misura la forza della propria voce nella società: diritti politici, certo, ma anche diritti sociali e civili. Decidere assieme agli altri, far pesare quanto ogni altra persona la propria opinione e le proprie esigenze: dall’inizio della storia umana guadagnarsi la cittadinanza ha significato avere accesso alla città, nel senso di spazi sociali di vita ma anche di autorevolezza nella sfera pubblica. Il processo di riconoscimento della donna come individuo morale sta alla radice della cittadinanza, se intesa come democrazia effettiva, in ogni tempo. Rivediamo l’accesso recente alla città, che sta negli articoli 1, 2 e 3 della Costituzione: una Carta dell’autodeterminazione della persona, che fonda l’uguaglianza nei diritti alla differenza, mentre afferma che l’uguaglianza non permette differenziazioni. I tre articoli disegnano un dispositivo complesso, che non è interpretabile come semplice affermazione di parità.

“La cittadinanza formale è importante e tuttavia è la cittadinanza sostanziale che misura la forza della propria voce nella società: diritti politici, certo, ma anche diritti sociali e civili”

Nel 1970 il diritto di famiglia o l’introduzione del divorzio affermano la parità, ma è la legge sull’interruzione di gravidanza a riconoscere la differenza. È la donna che può decidere un sì o un no a una gravidanza: questa volta la biologia è assunta nella sua dimensione morale e di esperienza. Nel 1996 con la legge sulla violenza sessuale si riconosce che la donna è violata come persona, e dunque lei sola può decidere se rivolgersi allo Stato per chiedere giustizia. Il principio dell’autodeterminazione così apparentemente semplice per il legislatore del 1996 (cos’altro è la violenza se non vulnus alla libertà di disporre di sé prima che ferita del corpo?) ha perduto nel tempo la sua centralità.

Al posto dell’autodeterminazione femminile sta guadagnando spazio il diritto penale: in Italia, in Europa, come in India, anche le donne sono tentate dalla richiesta di maggiori pene per gli uomini violenti, fino alla cura coatta, alla castrazione o alla pena di morte. La parabola delle politiche antiviolenza italiane è significativa per riflettere sul declino della cittadinanza attiva delle donne, ma anche sui rischi della razializzazione del dibattito sulla violenza di genere.

Infatti sono diminuite nel tempo le risorse per i servizi antiviolenza promossi dalle donne mentre la tipologizzazione dell’aggressore mette spesso in campo la “barbarie” culturale dello straniero, nascondendo sotto l’etichetta di “femminicidio” l’inspiegabile comportamento aberrante dell’omicida autoctono, la cui violenza diventa facilmente una patologia individuale. Il tema della cittadinanza delle donne, se non viene ridotto alle pari opportunità (che comunque sono necessarie), ci aiuta a riflettere su molte dimensioni di una possibile democrazia paritaria e del riconoscimento delle differenze, ma soprattutto sulle dinamiche infinite tra diritti e forme di giustizia.

Approfondimenti
Per approfondire
  • Donne, diritti, democrazia, a cura di G. Fiume, XL Edizioni, 2007, 18 euro, pag. 288
  • Diventare persone. Donne e universalità dei diritti, Martha Nussbaum, Il Mulino, 2001, 25 euro, pag. 370
  • Genere. Dagli Studi delle donne a un’epistemologia femminista tra dominio e libertà, Franca Bimbi, 2012, About Gender. International Journal of Gender Studies, vol. 1, n. 1, pp. 52-93

 

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